L’intervista. Luca Avallone racconta “Depravazione”: “Se mi immedesimo, ne esco sconfitto”
Dopo il tutto esaurito registrato con Cinzia Leone, la stagione di prosa del Teatro OFF di Avezzano proseguirà venerdì 21 novembre con “Depravazione (A proposito della neve bagnata)”, intenso monologo interpretato da Luca Avallone e firmato da Stefano Colucci, che rilegge in chiave contemporanea “Memorie del sottosuolo” di Dostoevskij.
“Depravazione” mette al centro un uomo senza nome, chiuso in una stanza, che parla con sé stesso, con il pubblico e con il vuoto. È una figura emblematica, sospesa tra confessione e delirio, che riflette la fragilità e le contraddizioni dell’individuo moderno: un reduce senza guerra, un poeta senza versi, un uomo che si confronta con la propria impotenza e con il desiderio inappagato di riscatto.
Abbiamo avuto il piacere di approfondire con l’attore Luca Avallone.
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L’intervista a Luca Avallone
Come descriveresti “Depravazione. A proposito della neve bagnata” ai nostri lettori?
È la storia di un personaggio classico, quindi più contemporaneo che mai, che tratta tematiche attualissime in maniera sublime. Non si capisce mai quando viene valicata la soglia tra il reale e l’immaginario, tra la finzione e la verità, un po’ come nel gioco del teatro. È un “gioco di soglia”, il cui protagonista vive vicende interiori ed esteriori drammatiche – dal suo punto di vista – e dettate dalla sua profonda insicurezza. Riflette quindi un problema di oggi: il bisogno di performare a tutti i costi, per far vedere a tutti che la nostra vita è perfetta. Invece “Depravazione” mostra una crisi che il protagonista non riesce ad affrontare in maniera matura e sana, ma traumatica.
Sei stato tu a proporre il testo di “Memorie del sottosuolo” a Stefano Colucci… Cosa ti lega a questo libro e a Dostoevskij in generale?
Chi mi conosce bene sa che preferisco Dostoevskij a Tolstoj… il mio è proprio amore! Questo testo – soprattutto la seconda parte, perché la prima è dedicata ad una critica più filosofica al positivismo – mi ha particolarmente colpito per la crudezza dei pensieri e delle emozioni. Mi ha colpito il vero e proprio “sottosuolo” del personaggio – tema che ritorna in altre opere di Dostoevskij, come in “La mite”, ma che in questo testo mi sembra emergere in maniera più evidente e profonda.
Quindi come avete creato questo spettacolo?
Ogni lavoro teatrale o cinematografico nasce sempre da una cooperazione. L’incontro con Stefano è stato salvifico per la trasposizione teatrale: gli ho esposto la mia urgenza e le mie necessità attoriali e lui ha saputo rielaborare le mie idee – unite alle sue – mantenendosi fedele al testo, pur vagamente tradendolo. Si è poi dedicato alla costruzione registica dello spettacolo vero e proprio: se non erro è la sua prima regia teatrale, quindi sono estremamente contento di averlo “battezzato”. È un regista molto preciso perché ha ben chiaro in mente ciò che vuole, ma lascia molta libertà agli attori, riconoscendone l’autonomia e la creatività. Quindi c’è anche molto di mio: ho portato dentro tutta la mia “enciclopedia”!
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E con quale approccio sei entrato in questo personaggio? Un protagonista senza nome e senza luogo… quasi senza un’identità
Esatto! Quasi non ha un’identità sulla carta, come io stesso ho richiesto a Stefano. Gli ho fatto togliere ogni riferimento alla Russia, eliminando anche i nomi degli altri personaggi – non per cancellare l’appartenenza ad una patria, ma per renderlo un testo universale, fuori dal tempo e dallo spazio. La geolocalizzazione avrebbe potuto rischiare (uso appositamente il condizionale!) di dare coordinate fuorvianti allo spettatore, facendolo percepire troppo lontano. Invece questo testo deve parlare a tutti. Lo stesso vale per il personaggio: non avere un’identità mi ha dato una grande libertà di costruzione. Non avevo gabbie, quindi ho lavorato spaziando a 360°, prendendo qualsiasi riferimento.
Che tipo di riferimenti hai usato?
C’è molto di Luca nell’uomo del sottosuolo, ma ho usato il metodo dello straniamento brechtiano: ho cercato di non empatizzare con il personaggio – e vorrei che anche il pubblico non empatizzasse con lui. O quanto meno, che lo facesse solo da un punto di vista intellettuale e non emotivo. Così, quando recito, non mi immedesimo con lui. Forse non ho mai avuto una concentrazione così intensa a teatro: solitamente cerco di lasciarmi andare e abbandonarmi a ciò che accade e al personaggio, ma in questo caso devo giocare con lui e, pur divertendomi, tenerlo sotto controllo. Se mi immedesimo, ne esco sconfitto.
C’è almeno un aspetto che ti accomuna al protagonista di “Depravazione“? E invece in cosa non potreste essere più diversi?
Può sembrare rischioso dirlo, ma in realtà sono proprio tanti gli aspetti che mi accomunano a lui. Secondo me, tutti noi ci siamo sentiti insicuri, inferiori e paranoici nella nostra piccolezza. Ecco, forse, quello che mi differenzia da lui è la mancanza di quel coraggio di esternare, gridare al mondo la propria imperfezione, il proprio essere lurido, meschino, viscido… il proprio essere umano! Perché, in fondo, questo adattamento teatrale ci mostra un’altra parte dell’umanità.
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In generale, che rapporto hai con il teatro? Come regista, attore e spettatore…
Un rapporto d’amore! Da regista porto in scena almeno uno spettacolo all’anno, da attore non andavo in scena da almeno un paio d’anni. Ho cercato un ritorno attoriale al teatro, che mi stimolasse e mi parlasse di più, per arrivare meglio al pubblico e renderlo attivo. Sento la forte urgenza di un teatro sociale, che possa fornire strumenti al pubblico per leggere il mondo. Come spettatore sono pessimo dal momento in cui la mia famiglia si è allargata… ma tornerò!
Come attore, hai raggiunto il grande pubblico con la “Melevisione” prima e “Il paradiso delle signore” poi… è una scelta che rifaresti? Preferisci la televisione o il teatro?
Assolutamente sì, lo rifarei. Pensa che proprio ieri sera mio figlio ha voluto vedere le mie puntate della “Melevisione“! (ride, ndr) In generale, il mio impegno è sempre lo stesso: certo, a teatro si raggiunge meno pubblico e si fa un lavoro più “artigianale”, mentre in televisione si ha meno libertà… però quell’urgenza e necessità che metto nel mio lavoro è sempre la stessa!
Ci sono lo stesso impegno e la stessa passione in Leo degli Elfi (“Melevisione”, ndr) e nell’uomo del sottosuolo?
Assolutamente sì!
Ecco, tornando a “Depravazione”… non è la prima volta che metti in scena questo monologo: come ti sembra reagisca il pubblico?
Finora abbiamo avuto ottimi feedback e sono rimasto piacevolmente sorpreso dalla reazione proattiva del pubblico, che era molto attento e in alcuni momenti ha persino riso, cogliendo l’ironia e la goffaggine del personaggio.
Cosa ti auguri che arrivi al pubblico del Castello Orsini-Colonna di Avezzano questo venerdì?
Mi auguro che apprezzi il nostro lavoro, il testo ed esca dalla sala con qualche domanda in più. Io non voglio dare risposte, anzi mi auguro che il pubblico raggiunga sempre una condizione attiva, di ricerca della verità. Ovviamente spero anche che possa divertirsi e apprezzare ancora di più questa perla della letteratura!
(Foto di Ludovica Bonafede)



