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L’intervista. Il grande ritorno in scena di Beatrice Schiros

Domenico Paris Posted On 21 Novembre 2025
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Tre sole repliche, da stasera a domenica 23, a Spazio Diamante, per godere del ritorno a teatro di una delle più amate e ammirate attrici dello spettacolo italiano tout court: alle 20.30 si alzerà infatti il sipario su Metaforicamente Schiros di e con Beatrice Schiros, scritto insieme a Gabriele Scotti.

Con l’ausilio delle soli luci e di uno sgabello in scena, l’energetica interprete parmigiana, già vincitrice del premio “Maschere del Teatro 2019” e nota per la sua lunga militanza nelle fila dell’acclamata Carrozzeria Orfeo, si calerà anima e corpo in un irriverente monologo durante il quale condividerà con il pubblico tanti fatti, piccoli e grandi, drammatici e comici, della sua esistenza, in una sorta di, come lo ha definito lei, “rito psicomagico” sospeso tra sensibilità e ironia e in grado di regalare emozioni forti a lei e importanti spunti di riflessione a chi la starà ad ascoltare.

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Abbiamo avuto la fortuna di intercettarla poche ore prima del debutto e ci siamo fatti raccontare qualcosa di uno spettacolo che promette di essere uno dei cult della stagione in prosa 2025-2026.

Due anni lontana dal palcoscenico: ci spiega come mai e che mondo ha ritrovato adesso che è tornata a calcare le scene?

Nel 2022 ho chiuso con il teatro sia perché sono entrata in un periodo di profonda crisi personale sia perché ero fisicamente e mentalmente esausta, anche di certi meccanismi di funzionamento di questo mondo. Ho deciso che mi sarei presa cura di me stessa entrando in terapia e che mi sarei arrangiata lavorativamente parlando con qualche lavoro per il cinema e la televisione e con qualche con qualche workshop (ne ho tenuti anche con molti non professionisti, è stata un’esperienza divertente). Poi è arrivato il desiderio di tornare, ma mi sono subito detta: “Se lo farò, accadrà soltanto se sarò impegnata in qualcosa di mio e, soprattutto in qualcosa in cui crederò profondamente”. Ho quindi contattato l’amico drammaturgo Gabriele Scotti e abbiamo cominciato a mettere in ordine una corposa matassa di “appunti” audio che avevo messo su in quel periodo (come mi aveva consigliato di fare anche il mio psicoterapeuta) ed ora eccoci qui. Sono molto soddisfatta dei primi riscontri ottenuti da questo spettacolo, soprattutto dai primi feedback entusiasti che ho ricevuto da chi mi è venuto a vedere. La cosa che mi rende più felice è che mi sento davvero cambiata rispetto al passato: so che da ora in avanti vorrò fare solo spettacoli che sento davvero, affrontare solo quei testi che mi provocano dentro il giusto formicolio.

Questo testo la vede per la prima volta coinvolta anche come coautrice della drammaturgia: è stato difficile mettere mano alla penna e cosa l’ha spinta a voler provare questa nuova esperienza?

Ad essere sinceri, da un punto di vista squisitamente drammaturgico, potrei dire che il mio contributo principale è stato quello di fornire a Gabriele un ponderoso materiale di partenza costituito dalle mie registrazioni e dalle mie sbobinature dal telefonino. È stata poi sua cura metterci le mani e trovare i nessi logici fondamentali per organizzarlo in una forma coerente, nonché “tagliare”, fare una cernita, altrimenti questo spettacolo sarebbe durato non so quante ore (mi viene da pensare, giusto per fare un esempio, alla grande quantità di episodi dedicati al mio rapporto con gli uomini dai quali siamo partiti). Naturalmente, abbiamo lavorato in stretta collaborazione e, una novità per me, ho sempre avuto voce in capitolo sulla scelta di quello che sarebbe stato raccontato o meno.

Di nuovo un monologo dopo Stupida show: lo ha affrontato in modo diverso? E ritiene che, a prescindere dal genere, affrontarne uno sia un crocevia imprescindibile per un attore?

Ecco, a proposito… quello era stato uno spettacolo che Gabriele Di Luca mi aveva cucito addosso ma nel quale c’erano cose non mie, non riuscivo a ritrovarmici fino in fondo e più di un amico o di un collega ha avuto la mia stessa impressione al riguardo. A ben vedere, la mia crisi è cominciata forse proprio da lì. In Metaforicamente Schiros, invece, sento che è tutta farina del mio sacco, che ci abito dall’inizio alla fine. È per questo che, pur uscendo a pezzi da ogni replica, lo considero come uno strumento di cura, di autocura, più di uno spettacolo. Quando sono sul palco, lì sopra ci sono davvero solo io, non c’è nessuna quarta parete che mi può “salvare” da me stessa. In generale, ritengo che l’esperienza del monologo, di qualsiasi tipo di monologo, sia molto formativa nel nostro mestiere. Ti permette di misurarti con una sfida dove tutta la responsabilità della riuscita o della non riuscita di uno spettacolo riposa sulle tue spalle.

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In Metaforicamente Schiros prende di petto la sua vita privata e le sue “oscillazioni” mettendosi a nudo davanti al suo pubblico. Quale esigenza l’ha spinta a farla e che reazione spera di suscitare nelle persone quando il sipario sarà sceso?

Durante la terapia, seppur con difficoltà ad ammetterlo sempre, ho capito che raccontarmi poteva essere molto utile come forma di cura personale, come ho già detto. Nello stesso tempo, però, ho anche pensato, e sperato, che, facendolo, condividendo la mia vita con altre persone, potevo in qualche modo essere utile anche agli altri. Ed è esattamente quello che è successo, perché fin dalle prime repliche tanti spettatori mi hanno riferito che quello di cui parlo è accaduto anche a loro. E io parlo di fallimenti, solitudine, argomenti che hanno bisogno di coraggio per essere condivisi con terzi. Credo che sia stata apprezzata soprattutto la mia onestà, la mia voglia di dire a chi mi trovo di fronte: “Eccomi, io sono questa qui e mi sento sempre, perennemente in discussione. Come donna e come artista”. È un atto psicomagico, più che uno spettacolo. E sono felice che possa avere una valenza catartica non soltanto su di me, ma anche su qualcun altro.

Avendola vista diverse volte in azione, sono sempre rimasto impressionato dalla sua (a dir poco non comune) capacità di saper passare dal registro comico a quello drammatico senza mai comunicare il benché minimo calo di tensione o senso di cesura. Ritiene sia un suo talento naturale o è il risultato di un duro lavoro? In questo secondo caso, ci può dire come ci è riuscita nel corso degli anni e se c’è stato qualcuno che più di altri l’ha aiutata a migliorare in questo specifico aspetto?

Di sicuro questo “mix espressivo” fa parte della mia indole. Fin da quando ero una ragazzina, le persone, gli amici, mi chiedevano di raccontare loro qualcosa, fosse anche una barzelletta, ed emergeva sempre il mio modo di essere, allo stesso tempo, comica e cupa. Poi, ovviamente, quando ho cominciato il mio percorso lavorativo mi sono via via affinata. Grazie anche al contributo, allo stimolo costante di alcune persone che ho incontrato nel mio cammino, tra le quali mi piace citare Serena Sinigaglia, Gabriele Vacis e Gabriele di Luca della Carrozzeria Orfeo. Magari non è stato sempre facile accettare che qualcuno “ravanasse” nel mio personale per tirar fuori qualcosa da me, ma poi mi sono sempre resa conto che il gioco (teatrale) valeva la candela.

Durante la sua assenza dai teatri è stata impegnata in diversi progetti sul grande e sul piccolo schermo. Soddisfatta dell’esperienza? Per una esplosiva dinamo scenica come lei cosa cambia a livello di tempi e di tecnica quando si trova dietro una macchina da presa?

Sono stata abbastanza occupata, sì, ma mai quanto avrei voluto, ad essere sincera. Sono sempre stati ruoli non troppo grandi e confesso di essere ancora in attesa di ricevere qualche proposta più importante. Il problema è che, non nascondiamoci dietro un dito, il mondo del cinema sta vivendo un periodo di crisi non indifferente (e dovuta anche a certa, evidente miopia da parte delle istituzioni nei suoi confronti). E, sempre senza nasconderci dietro un dito, sono quasi sempre gli stessi quelli che lavorano. Speriamo che in un futuro prossimo, molto prossimo, le cose possano cambiare e anche qualcuno che non appartiene ai “soliti noti” come me possa avere le sue occasioni, perché sono convinta di poter dare tanto anche a questa “causa”. Per quanto riguarda il discorso della distanza tra teatro e cinema nella prassi attoriale, non penso di poter negare che, spesso, sembrano due mondi completamente diversi. I tempi del cinema sono infinitamente più lunghi, non riesci quasi mai a provare come vorresti e il coinvolgimento di tante maestranze tecniche spesso non aiuta per niente la concentrazione. Ultimamente ho lavorato su alcuni nuovi episodi della serie Suburra che usciranno il prossimo anno e riflettevo sul fatto che a volte mi capitava di tornare a casa distrutta dopo una giornata di lavoro che magari prevedeva solo la ripresa di poche battute.

Chiudiamo con una doppia domanda. La prima (che è più una preghiera): non ci lascerà mai più due anni senza poterla ammirare sulle assi di un palcoscenico, vero? La seconda: pensa che nell’immediato futuro preferirà continuare a camminare da sola o le piacerebbe tornare a far parte integrante di una compagnia (di un progetto di ricerca)?

Direi di sì, sono tornata con l’intenzione di restare. Il futuro? Molto dipenderà dalle circostanze. Non escludo di poter tornare a lavorare in una compagnia come ho fatto per dodici lunghi anni con la Carrozzeria Orfeo (a proposito: il mio spettacolo preferito con loro è stato Animali da bar). In questo senso ho avuto già un primo approccio con una produzione legata allo Stabile del Veneto che devo dire mi ha soddisfatta, però, e ci tengo a precisarlo, da ora in avanti non farò mai più teatro tanto per farlo, piuttosto preferirei cambiare lavoro, iscrivermi ad un’agenzia interinale! La conditio sine qua non sarà sempre la capacità da parte di un testo di convincermi appieno. Senza questo requisito fondamentale, non se ne farà più niente. A me non piacciono molto i classici (tanto per dirne una, ho rifiutato più volte di esibirmi nel Teatro Greco di Siracusa), sono molto più attratta dai contemporanei. Però devono avere, oggi ancor di più, qualcosa in grado di muovermi dentro (come accadeva con quelli di Di Luca).

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