“L’amore a domicilio” e le nuove commedie italiane in streaming

Il cinema italiano imbocca la via forzata della distribuzione in streaming. Tante le commedie nostrane approdate, nelle ultime settimane, su Amazon prime video, che ha un costo annuale talmente irrisorio da far tirare un filo di sollievo allo spettatore: ognuno di questi film, al cinema, sarebbe costato 7 euro o più. Ne sarebbe valsa la pena? Certo che no. Ecco perché oggi ne liquidiamo tre, non tutti sullo stesso livello ma con la speranza, lontana, che il cinema inteso come luogo fisico possa finalmente, un giorno, beneficiare dello streaming come pesce pulitore. Nel frattempo, tre splendidi errori, come direbbe qualche anonimo cantautore.

Cambio tutto:

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Guido Chiesa di errori ne ha fatti tanti. Quello di aver scelto la regia come carriera è forse il più imperdonabile, ma con “Cambio tutto” – remake di un film cileno di Nicolás López, “Sin filtro”, che ha già visto un omonimo remake spagnolo lo scorso anno – è riuscito a superare le soglie dell’inutilità tipica della sua filmografia (Clazze Z, Ti presento Sofia, Belli di papà), arrivando al non-cinema, un film che riesce a negare se stesso e smettere, dopo pochi minuti, di essere un film. Guadagnino c’era riuscito con “Chiamami col tuo nome”, sfidando il pregiudizio secondo cui un videoclip e un film per il cinema prevedano due linguaggi diversi. Qui non c’è la solita famiglia di classicisti del nord, ma Giulia (Valentina Lodovini), responsabile marketing di un grande azienda, una donna debole che tenta di diventare forte dopo aver perso le redini della propria esistenza.

Un marito distratto, una carriera in declino, un capo inesperto, un ex che si ripresenta troppo spesso, sbadataggini varie. Un counselor olistico (Neri Marcorè) le prescrive delle gocce e quel che succede dopo questa sorta di incontro con un santone in completo bianco è incredibile: Giulia diventa aggressiva, non si fa mettere i piedi in testa da nessuno. Una giovane influencer le ha rubato il lavoro e sta tutto il giorno davanti al telefono – non è stupida, è che la scrivono così -, Giulia le chiede la capitale della Spagna, la giovane risponde “Ibiza”. Grasse risate. Poi arriva il turno del marito, che fa il pittore disadattato, sempre sporco, disattento, un po’ machista: per creare personaggi femminili forti, a quanto pare, bisogna mettergli accanto personaggi maschili idioti. La figura della Giulia rinata emerge forzatamente alla luce della bidimensionalità dei comprimari. Memorabili le inquadrature sul seno della Lodovini, sempre perfettamente a favore di camera. Le femministe mi scuseranno.

Un pugno di amici

Qual è il classico dei classici? Un duo comico che dalla televisione approda al cinema con un film sull’amicizia (la loro). Pio e Amedeo avevano chiamato “Amici come noi” il loro approdo al grande schermo, e il film era una mezza schifezza. Quest’anno ci provano Matranga e Minafò, noti agli aficionados di Made in Sud. Il regista è Sergio Colabona, che aveva già portato al cinema gli Arteteca con “Vita, cuore, battito” (2019) – una robetta che avremmo visto bene in “Troppo frizzante”, con un cameo di Roberto Gervaso -, portando a casa un risultato risibile. Il titolo invece è “Un pugno di amici”: gli amici sono Toni ed Emanuele, che insieme ad altri due compagni di sventure organizzano una rapina nel più grande centro scommesse di Palermo, ai danni del boss mafioso Don Calogero (Paride Benassi).

La rapina non va a buon fine, qualcuno ha sostituito il borsone pieno di soldi con uno carico di indumenti sporchi. Il gruppo si divide: Toni ed Emanuele fingono la propria morte e diventano due animatori turistici in un agriturismo, tutti cercano il borsone, Don Calogero cerca i giovani ladri e un nuovo commissario (Maurizio Casagrande, unica consolazione) è chiamato a indagare sulla rapina a mano armata. Colabona brucia il colpo armato in pochi secondi iniziali, davvero poco memorabili, poi si va di gag: le gag televisive, badate bene. Un fraintendimento, un gioco di parole, una freddura, qualche battuta sessista che però non spinge mai l’acceleratore (siamo pur sempre in Italia). Non sarebbe un problema, in altri casi, ma qui ci si fa sempre la stessa domanda: quand’è che si ride? Quando c’è Casagrande, pochino. Ma un’orgia di comici non può compensare l’assenza totale di un’idea, e di una sceneggiatura.

L’amore a domicilio

Ci si aspettava di più, dalla chiacchierata commedia di Emiliano Corapi, “L’amore a domicilio”, ma il risultato è soddisfacente. La Leone, arcinemica delle attrici dalla schiena dritta, porta a casa un ruolo divertente, un ritratto femminile sincero, nonostante Anna, il suo personaggio, non sia un’operaia in cassintegrazione né una svampita dirimpettaia con la sindrome di Peter Pan. Una delicata voce fanciullesca apre il racconto, fuori campo: un bambino teme che qualcuno rubi la sua bicicletta, ne è ossessionato, la controlla continuamente. Poi d’improvviso la voce conclude: “Un giorno la rubarono davvero. Fu una liberazione”. Il bambino, diventato adulto, è ora un affermato venditore di polizze assicurative (Simone Liberati), faccia da mammone, goffamente infilato in un completo classico color fumo, capelli rasati, sorriso da fesso. Anna gli chiede un passaggio in auto dopo un esame in università. Titubante, il bambino un po’ cresciuto accetta. A casa di lei, fanno subito l’amore. Poi il dramma della bicicletta: le ragazze che stanno con te un attimo dopo scompaiono, ma perché? Com’è che succede? Mentre tutte queste domande affiorano nella mente del protagonista, si scopre che Anna è agli arresti domiciliari – rapina a mano armata con il compagno, Franco, ancora in cella -, e che la madre morta di cui lei aveva parlato è ancora viva, ed è una fantastica Anna Ferruzzo.

Il giovane venditore torna indietro: i due fanno di nuovo l’amore, diventano confidenti, amici, amanti, si scoprono lentamente senza mai prendersi davvero sul serio. E a questa base si aggiungono alcune belle trovate, un ritmo costante, un paio di sequenze particolarmente riuscite. Corapi, che firma regia e sceneggiatura, riesce a confezionare un prodotto discreto, tutto sommato gradevole. Non possiamo segnalare sequenze memorabili né grandi linee di dialogo, né ci si distrugge all’idea di non poterlo vedere sul grande schermo, ma è un buon punto di ripartenza per la commedia italiana e una risposta di tutto rispetto al cinema del politicamente corretto e del sociale a tutti i costi.

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Alberto Mutignani
Pescarese, classe 1998. Unico laureando in lettere a non aver ancora scritto la propria autobiografia. Interessi: le cose frivole, le chiacchiere a vuoto, gli scrittori comodi, il cinema popolare, i videogiochi. In un'altra vita è stato un discreto detective privato.

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