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Cinema

“L’amore a domicilio” e le nuove commedie italiane in streaming

Alberto Mutignani

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Il cinema italiano imbocca la via forzata della distribuzione in streaming. Tante le commedie nostrane approdate, nelle ultime settimane, su Amazon prime video, che ha un costo annuale talmente irrisorio da far tirare un filo di sollievo allo spettatore: ognuno di questi film, al cinema, sarebbe costato 7 euro o più. Ne sarebbe valsa la pena? Certo che no. Ecco perché oggi ne liquidiamo tre, non tutti sullo stesso livello ma con la speranza, lontana, che il cinema inteso come luogo fisico possa finalmente, un giorno, beneficiare dello streaming come pesce pulitore. Nel frattempo, tre splendidi errori, come direbbe qualche anonimo cantautore.

Cambio tutto:

Guido Chiesa di errori ne ha fatti tanti. Quello di aver scelto la regia come carriera è forse il più imperdonabile, ma con “Cambio tutto” – remake di un film cileno di Nicolás López, “Sin filtro”, che ha già visto un omonimo remake spagnolo lo scorso anno – è riuscito a superare le soglie dell’inutilità tipica della sua filmografia (Clazze Z, Ti presento Sofia, Belli di papà), arrivando al non-cinema, un film che riesce a negare se stesso e smettere, dopo pochi minuti, di essere un film. Guadagnino c’era riuscito con “Chiamami col tuo nome”, sfidando il pregiudizio secondo cui un videoclip e un film per il cinema prevedano due linguaggi diversi. Qui non c’è la solita famiglia di classicisti del nord, ma Giulia (Valentina Lodovini), responsabile marketing di un grande azienda, una donna debole che tenta di diventare forte dopo aver perso le redini della propria esistenza.

Un marito distratto, una carriera in declino, un capo inesperto, un ex che si ripresenta troppo spesso, sbadataggini varie. Un counselor olistico (Neri Marcorè) le prescrive delle gocce e quel che succede dopo questa sorta di incontro con un santone in completo bianco è incredibile: Giulia diventa aggressiva, non si fa mettere i piedi in testa da nessuno. Una giovane influencer le ha rubato il lavoro e sta tutto il giorno davanti al telefono – non è stupida, è che la scrivono così -, Giulia le chiede la capitale della Spagna, la giovane risponde “Ibiza”. Grasse risate. Poi arriva il turno del marito, che fa il pittore disadattato, sempre sporco, disattento, un po’ machista: per creare personaggi femminili forti, a quanto pare, bisogna mettergli accanto personaggi maschili idioti. La figura della Giulia rinata emerge forzatamente alla luce della bidimensionalità dei comprimari. Memorabili le inquadrature sul seno della Lodovini, sempre perfettamente a favore di camera. Le femministe mi scuseranno.

Un pugno di amici

Qual è il classico dei classici? Un duo comico che dalla televisione approda al cinema con un film sull’amicizia (la loro). Pio e Amedeo avevano chiamato “Amici come noi” il loro approdo al grande schermo, e il film era una mezza schifezza. Quest’anno ci provano Matranga e Minafò, noti agli aficionados di Made in Sud. Il regista è Sergio Colabona, che aveva già portato al cinema gli Arteteca con “Vita, cuore, battito” (2019) – una robetta che avremmo visto bene in “Troppo frizzante”, con un cameo di Roberto Gervaso -, portando a casa un risultato risibile. Il titolo invece è “Un pugno di amici”: gli amici sono Toni ed Emanuele, che insieme ad altri due compagni di sventure organizzano una rapina nel più grande centro scommesse di Palermo, ai danni del boss mafioso Don Calogero (Paride Benassi).

La rapina non va a buon fine, qualcuno ha sostituito il borsone pieno di soldi con uno carico di indumenti sporchi. Il gruppo si divide: Toni ed Emanuele fingono la propria morte e diventano due animatori turistici in un agriturismo, tutti cercano il borsone, Don Calogero cerca i giovani ladri e un nuovo commissario (Maurizio Casagrande, unica consolazione) è chiamato a indagare sulla rapina a mano armata. Colabona brucia il colpo armato in pochi secondi iniziali, davvero poco memorabili, poi si va di gag: le gag televisive, badate bene. Un fraintendimento, un gioco di parole, una freddura, qualche battuta sessista che però non spinge mai l’acceleratore (siamo pur sempre in Italia). Non sarebbe un problema, in altri casi, ma qui ci si fa sempre la stessa domanda: quand’è che si ride? Quando c’è Casagrande, pochino. Ma un’orgia di comici non può compensare l’assenza totale di un’idea, e di una sceneggiatura.

L’amore a domicilio

Ci si aspettava di più, dalla chiacchierata commedia di Emiliano Corapi, “L’amore a domicilio”, ma il risultato è soddisfacente. La Leone, arcinemica delle attrici dalla schiena dritta, porta a casa un ruolo divertente, un ritratto femminile sincero, nonostante Anna, il suo personaggio, non sia un’operaia in cassintegrazione né una svampita dirimpettaia con la sindrome di Peter Pan. Una delicata voce fanciullesca apre il racconto, fuori campo: un bambino teme che qualcuno rubi la sua bicicletta, ne è ossessionato, la controlla continuamente. Poi d’improvviso la voce conclude: “Un giorno la rubarono davvero. Fu una liberazione”. Il bambino, diventato adulto, è ora un affermato venditore di polizze assicurative (Simone Liberati), faccia da mammone, goffamente infilato in un completo classico color fumo, capelli rasati, sorriso da fesso. Anna gli chiede un passaggio in auto dopo un esame in università. Titubante, il bambino un po’ cresciuto accetta. A casa di lei, fanno subito l’amore. Poi il dramma della bicicletta: le ragazze che stanno con te un attimo dopo scompaiono, ma perché? Com’è che succede? Mentre tutte queste domande affiorano nella mente del protagonista, si scopre che Anna è agli arresti domiciliari – rapina a mano armata con il compagno, Franco, ancora in cella -, e che la madre morta di cui lei aveva parlato è ancora viva, ed è una fantastica Anna Ferruzzo.

Il giovane venditore torna indietro: i due fanno di nuovo l’amore, diventano confidenti, amici, amanti, si scoprono lentamente senza mai prendersi davvero sul serio. E a questa base si aggiungono alcune belle trovate, un ritmo costante, un paio di sequenze particolarmente riuscite. Corapi, che firma regia e sceneggiatura, riesce a confezionare un prodotto discreto, tutto sommato gradevole. Non possiamo segnalare sequenze memorabili né grandi linee di dialogo, né ci si distrugge all’idea di non poterlo vedere sul grande schermo, ma è un buon punto di ripartenza per la commedia italiana e una risposta di tutto rispetto al cinema del politicamente corretto e del sociale a tutti i costi.

Pescarese, classe 1998. Unico laureando in lettere a non aver ancora scritto la propria autobiografia. Interessi: le cose frivole, le chiacchiere a vuoto, gli scrittori comodi, il cinema popolare, i videogiochi. In un'altra vita è stato un discreto detective privato.

Cinema

Harrison Ford, 78 anni da mito tra replicanti, nazisti e aerei dirottati

Antonella Valente

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Nell’universo di avventure infinite che ha costellato la sua vita e la sua carriera, Harrison Ford è una stella che brilla di luce propria. Amato dal pubblico di tutte le età, protagonista di alcuni tra i film e tra le saghe più amate in assoluto, oggi spegne settantotto candeline. Attore iconico come pochi altri e certamente uno tra i più celebrati della sua generazione, non vuole saperne di andare in pensione e come ha più volte dichiarato nel corso degli ultimi anni, è “sempre pronto per nuove avventure“.

E dire che, nonostante il successo di pubblico e di botteghino, non ha mai ricevuto un Oscar (addirittura una sola candidatura, nel 1986, come Miglior attore per “Witness – il testimone“) e si è portato a casa un solo Golden Globe (alla carriera, nel 2002). Da qui la domanda che non ha risposta scontata e che si presta a molteplici interpretazioni: la fortuna di un attore/attrice la fa il pubblico o il numero di riconoscimenti ottenuti?

Ford, di questo, non se n’è mai fatto un cruccio. “Non sono l’unico ed è dipeso dalle scelte che ho fatto. Sono scelte che rifarei, nello stesso modo, anche oggi. Il mio lavoro di attore consiste nel dare il massimo per contribuire al successo di un film e qualche volta ci sono riuscito. Sono appagato e soddisfatto così, i film che ho fatto mi hanno permesso di vivere la mia vita liberamente e di affrontarla con serenità. E ancora ne farò”, ha dichiarato tempo fa al Corriere della Sera.

George Lucas, Ridley Scott, Steven Spielberg sono i registi che hanno contributo alla sua affermazione e con i quali ha un legame indissolubile cui deve tanto ma cui ha anche dato tanto. Prendiamo la saga di “Indiana Jones” o quella di “Star Wars“; impossibile quantificare l’impatto avuto sulla società internazionale, così come è impossibile anche solo tentare di dosare l’influenza avuta sulla stessa. Icona, appunto, emblema di un cinema evergreen di cui mai ci stancheremo di tessere le lodi. E pazienza per i detrattori (quelli ci sono sempre e a noi va bene così).

Attivista a favore dei diritti LGBT, sostenitore delle cause in favore delle popolazioni del Tibet, spesso promotore di campagne di beneficenza a favore dei meno abbienti o di cause specifiche, è spesso in prima linea con iniziative a a supporto dell’ecosostenibilità ambientale. Appassionato di velivoli, aerei o elicotteri che siano, in più di un’occasione è stato coinvolto in incidenti (per fortuna mai realmente gravi) a testimonianza della sua grande passione per l’avventura. Pensate ancora che sia sufficiente una carta d’identità a fermarlo? Buon compleanno, Indy.

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Cinema

Un libro e uno spettacolo per conoscere l’Alberto Sordi che non ti aspetti

Fabio Iuliano

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Si chiama “Alberto Sordi segreto”, lo spettacolo – evento dedicato all’Albertone nazionale, divulgato nell’anno del centenario della sua nascita. Le sue presentazioni, in giro per l’Italia, raggiungeranno domenica 19 luglio (ore 17.30) l’Aquilano, in un evento spettacoli promosso nell’ambito della cornice “Gli incontri letterari di Massari”, nei pressi dell’omonimo ristorante alle porte del comune di Scoppito (L’Aquila).

Lo spettacolo è tratto dal libro del giornalista Igor Righetti, cugino di Alberto Sordi. Un lavoro volto a far scoprire, per la prima volta, chi fosse Sordi fuori dal set e dalle apparizioni televisive ufficiali. Svela, inoltre, le tante menzogne raccontate su di lui. Il volume, unico sia per gli aneddoti e le curiosità sia per le foto esclusive provenienti dagli album di famiglia e da Reporters associati & archivi, presenta anche le testimonianze di alcuni cugini dell’attore: da parte della madre Maria Righetti e del padre Pietro Sordi.

Ci sono, inoltre, i ricordi inediti di alcuni suoi amici, amori e personaggi del cinema e della tv con i quali lavorò. Tra questi, Rino Barillari, Pippo Baudo, Patrizia de Blanck (con la quale Sordi ebbe una love story), Elena de Curtis (nipote di Totò), Sandra Milo, Sabrina Sammarini (figlia di Anna Longhi) e Rosanna Vaudetti.

La stessa de Blanck sarà presente alla serata, insieme all’autore, Gerardo Di Cola (storico del doppiaggio italiano), Francesca Rossilli (assessore alla Cultura del Comune di Scoppito), Marco Giusti e Giacomo Carnicelli, rispettivamente sindaci di Scoppito e Tornimparte.

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Cinema

Dio ci salvi dal cinema sotto le stelle, o almeno ci dia una spiegazione

Alberto Mutignani

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Sbagliavano quelli che prevedevano, per la fine della quarantena, un aumento di bontà contagiosa da parte degli Italiani colpiti dalla pandemia. Per fortuna, le cose sono andate diversamente: non abbiamo imparato nulla e da un punto di vista prettamente etico questo ci ha impedito di scivolare nella locura delle musichette e degli abbracci tra dirimpettai.

In compenso, gli Italiani hanno scoperto con ingenuo ritardo lo smartworking e l’istruzione digitalizzata, certi insegnanti hanno familiarizzato con le videochat e una fetta del pubblico cinematografico ha iniziato a vedere con meno sospetto i servizi streaming. Sorvoleremo sui primi tre punti per arrivare al cuore della questione. Anche sul cinema ci siamo riscoperti inguaribili romantici: una città già di per sé nota per le iniziative culturali deplorevoli come Bologna ha rilanciato il cinema sotto le stelle, e seguono a ruota molte città italiane, soprattutto costiere.

Un Paese che per tre mesi ha voluto venderci la digitalizzazione delle arti e dei mestieri come l’avanguardia del secolo non ha perso occasione per tornare al suo sport preferito: sciorinare la sensibilità dell’anima. Il problema non è il cinema all’aperto, che è comunque un disturbo per la collettività – per collettività non si intende la parte buona del paese, ma i fortunati che risiedono a ridosso di questi cinema aperti e non ne sono interessati –, soprattutto se la selezione, come si è visto, è un condensato di tutto l’insostenibile che il cinema dalla schiena dritta ha tirato fuori in Italia e all’estero: c’è Palombella Rossa di Moretti, come nel più classico dei cineforum adolescenziali, e qualcosa di Glazer per riflettere sulla trasmigrazione dello spirito.

Le commedie, quelle vedetevele a casa vostra. Il problema è che questa manifestazione non va in nessuna direzione: si propone come balsamo per il senso comune – che non esiste – della visione, per il piacere del grande schermo, per una ritualità che, come avevamo già osservato altre volte, ha qualcosa di teologico forse, ma si muove su un terreno al di fuori dal giro di riflessioni rivelatrici sulla diatriba sala-streaming.

Questo ci permette di pensare, a ragione probabilmente, che l’alfabetizzazione tecnologica in Italia debba per forza fare i conti con quelle esecrazioni di bontà esibita che colmano i vuoti di certi disegni politici e che appartengono, per riflesso, ai giovani che quei disegni pallidi e reazionari li sventolano come una panacea contro i mali del mondo moderno. Sempre a ragione possiamo constatare la piega che questa filosofia ha preso in direzioni diverse. Poche settimane fa, nel carcere di Secondigliano, ad alcuni detenuti è stato chiesto di leggere e analizzare “Il visconte dimezzato” di Calvino. Non solo leggere, ma analizzare.

Una prova punitiva, penserete voi. Ma come rifletteva Gurrado sul Foglio, in Italia la cultura ha sempre un sottotesto punitivo, e da parte di chi organizza queste punizioni, un valore salvifico. Insomma, leggere non basta, ci vuole uno slancio sacrifico. È bastato invece l’arrivo del kindle sul mercato per far tacere le secolari lotte contro la produzione della carta e far tornare i professori liceali e gli studenti più fragili di cuore a campeggiare al fianco dei libri cartacei, insostituibili per odore e tatto. Nostalgia anche per la stagione teatrale: qui a Pescara, dove i teatri si riempiono solo con rumoristi e pernacchioni dialettali, la platea chiede spazientita di riavviare la macchina dello spettacolo. Alla stessa maniera, con la fine della quarantena, il cinema torna ad essere un’arte dal valore comunitario e pedagogico. Impensabile, quindi, lasciare che lo streaming divori tutto. Ma la sala del cinema non basta: ce ne vuole una sotto le stelle. Astenersi perditempo però: se siete tra quelli che pensano che il cinema sia fatto per godersi un film e basta, fuori dai piedi.

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