Connect with us

Cinema

La vita controversa di Marlon Brando tra leggende metropolitane e schiavi sessuali

Federico Falcone

Published

on

Il 1 luglio del 2004 moriva, all’età di 80 anni, Marlon Brando. Icona, leggenda, tra i massimi esponenti del cinema Hollywoodiano, talentuoso oltre modo, capace, come pochi altri, di caratterizzare il proprio personaggio, immedesimandosi al tal punto da viverlo sulla propria pelle, tanto da un punto di vista fisico quanto mentale. Un semplice caratterista? No, per molti l’attore che, più di tutti, ha saputo dimostrarsi l’istrionico per antonomasia del cinema del tempo. Anche oggi, a distanza di anni, le sue performance non smettono di entusiasmare e stupire il pubblico della settima arte.

Un mito intramontabile, quello di Marlon Brando, reso tale anche da un carattere difficile da gestire. Arguto ma arrogante, disponibile ma presuntuoso, ironico ma offensivo, affettuoso ma scostante. Insomma, ingestibile. Un purosangue cui era impossibile mettere le briglie. Ciò fece di lui uno tra i personaggi più amati ma controversi dell’epoca. E poi le bizze, quante bizze. Come quando, negli anni Novanta, scelse di farsi circoncidere ma, certo di possedere una soglia del dolore molto alta, chiese al chirurgo di essere operato senza anestesia. Ovviamente ricevette un secco rifiuto. O come quando, per recitare pochi minuti nel celebre Superman (1978) con protagonista Christopher Reeve, chiese e ottenne di ricevere un ingaggio superiore a quest’ultimo.

Celebre la sua amicizia con Michael Jackson, nata in modo del tutto singolare. Il figlio di Brando, Miko, per un certo periodo di tempo fu una delle guardie del corpo di Jacko. Legame, questo, che contribuì a far crescere il feeling tra le due star, culminando nell’apparizione dell’attore nel video di “You Rock My World” del Re del Pop, brano del 2001. Qui le leggende metropolitane si rincorrono. Con due personaggi così non potrebbe essere altrimenti. La più singolare? Quella secondo cui Jackson avrebbe chiesto a Brando di donargli il suo sperma e che quindi, a causa di questa fantomatica concessione (mai confermata) egli sarebbe il padre di Prince Jackson.

E poi quell’amore presunto, male celato o rivelato di proposito, paparazzato e discusso all’inverosimile con James Dean. Un universo parallelo di trasgressione, perversione e passione. I due si frequentarono dalla fine degli anni ’40 al 1955, quando Dean morì. Sembra che tra i due intercorresse una relazione masochista con Dean schiavo sessuale di Brando che non lo considerava in nessun altro modo se non il suo giocattolo erotico. Rivelazioni riportate anche nel libro “James Dean: Tomorrow Never Comes”, scritto da Darwin Porter e Danforth Principe.

Brando, dati ufficiali alla mano, è stato sposato per tre volte e ha avuto tredici figli ma altri quattro ne ha adottati. Ma, siccome nella vita di un personaggio del genere le stranezze e le follie non sono mai troppe, quasi a non volersi far mancare nulla, va ricordato di quando, nel 1990, il primo figlio, Christian Devi, fu condannato a cinque anni di reclusione per avere ucciso il fidanzato della sorellastra Cheyenne. Avete mai visto qualcuno non volere ritirare un Oscar? Marlon Brando lo fece. Quando vinse l’ambita statuetta per la sua straordinaria prestazione di Don Vito Corleone ne “Il Padrino”, non volle ritirarla perché in disaccordo con i maltrattamenti subiti dagli indiani d’America da parte del governo degli Stati Uniti. Mandò una squaw che lesse per lui una lettera di protesta.

La sua morte, però, non rende giustizia a una vita straordinaria costellata di successi immensi ma anche di una vita privata spesso difficile, agitata e contraddittoria. Passò i suoi ultimi giorni in totale solitudine. Grasso oltremodo (peso stimato sui 160 kg), isolato, senza affetti, lasciò questo mondo a causa di complicazioni dovute a una fibrosi polmonare. La sua ultima apparizione risale al 2001, in tv. Brando irruppe nel mezzo di un concerto dell’amico Michael Jackson per leggere un messaggio contro la violenza sui bambini. Il pubblico lo accolse tra i fischi, anche perché le accuse su Jacko erano ancora fresche e qualcuno ritenne la trovata fuori luogo. In quel preciso istante, però, l’aura di divinità del cinema che l’attore si portava dietro si inclinò. Fu l’inizio del declino, quello che lo portò a morire in un modo del tutto impensabile. Il suo mito, però, riecheggia ancora oggi. La sua stella brilla e brillerà sempre.

Fondatore e direttore responsabile del magazine The Walk Of Fame. Nato e cresciuto in Abruzzo, è diventato giornalista pubblicista dopo aver completato gli studi in Giurisprudenza. Appassionato di musica, cinema e teatro, avrebbe sempre voluto essere il Will Smith di Indipendence Day o, tutt'al più, Aragorn de "Il Signore degli Anelli". Vola basso.

Cinema

Si muore solo da vivi, la commedia delle occasioni perse

La recensione del film di Alberto Rizzi, con Alessandra Mastronardi, Alessandro Roia, Francesco Pannofino e Neri Marcorè

Alberto Mutignani

Published

on

Alberto Rizzi è un regista alle prime armi. Dopo un cortometraggio intitolato ‘Sleeping Wonder’, che era uno spottone da Milano Fashion Week, ha esordito alla regia di un lungometraggio con il film “Si muore solo da vivi”, uscito da poco su Amazon Prime Video, e che da quel corto riprende almeno un paio di sequenze, anche lì decontestualizzate e meramente estetiche.

È una commedia romantica, con Alessandro Roia, Alessandra Mastronardi, Neri Marcorè e Francesco Pannofino, incentrata sulle seconde occasioni – e sulle buone intenzioni. Una vecchia band di successo sciolta bruscamente dal suo frontman, il protagonista, e caduta nel dimenticatoio, con i membri ormai sparpagliati per l’Emilia Romagna, alle prese con vite mediocri, quando non sono del tutto allucinate.

E poi la possibilità di rimettere insieme i pezzi e tornare a suonare insieme, lasciandosi alle spalle le scaramucce del passato. Romanticismo da campagna emiliana, visto che è lì che i destini dei personaggi si incrociano, ed è impossibile sentire la Mastronardi parlare in bolognese senza scoppiare a ridere, in un effetto non voluto di comicità che permea la quasi totalità del film.

È una pellicola senz’arte né parte: si apre con una chiacchierata con Amanda Lear, nei panni di un’anziana ma giovanile produttrice discografica, prosegue con un cameo di Red Canzian sull’importanza di continuare a suonare contro le avversità della vita – un po’ come fece John Legend in “La La Land” – e finisce con un matrimonio saltato per aria, perché la Mastronardi, a un passo dal sodalizio con il solito riccone sempre in viaggio, sceglie la vecchia fiamma hippie disoccupata.

E ci si chiede perché: prima di tutto, perché una commedia con un cast così dotato costringa gli attori a recitare in bolognese, riducendo Neri Marcorè a una macchietta e la Mastronardi a una parodia di se stessa. E ancora perché una bella ragazza con un futuro luminoso al fianco di un uomo ricco, e che la ama, debba scegliere una specie di reietto della società senza un soldo bucato e con una nota attitudine al sesso occasionale e al tradimento, come ci spiega il film.

Le trame secondarie – o che all’inizio speravamo fossero secondarie, e che finiscono per reggere tutto il film – mancano completamente di sviluppo: dopo mezz’ora dall’inizio ci si chiede dove vogliano andare a parare, ma alla fine è tutto un escamotage per farci apprezzare il buon animo del protagonista, uno stereotipo bolognese che fuma erba e non capisce mai un cazzo, alla Doc Sportello dei noialtri. Unica nota positiva: Francesco Pannofino. È un attore straordinario, e quando c’è lui in scena il film sembra prendere colore, ma l’effetto dura pochi minuti.


Continue Reading

Cinema

I registi che si credono migliori di Vanzina, e sbagliano

Matteo Vicino è regista, stroncatore, mito indiscusso e sex symbol, e nessuna di queste cose. Storia di un talento decantato e non pervenuto.

Alberto Mutignani

Published

on

Ho scoperto dell’esistenza di Matteo Vicino perché recentemente si è messo a fare il simpatico in un programma radiofonico condotto da Selvaggia Lucarelli, di cui non ricordo il nome. Nonostante il suo mestiere principale sia girare film brutti che non conosce nessuno, ma che vengono premiati all’estero, il suo hobby è quello di stroncare pellicole altrui, quando non viene preso a pesci in faccia dalle pagine Facebook per i suoi post da mitomane.

Nella puntata in radio che ho ascoltato di recente, Vicino si è divertito a distruggere Lockdown all’Italiana, l’ultimo film di Vanzina, “immolandosi” come dice lui, perché era convinto che il pubblico non aspettasse che il suo commento. Che poi, che te lo vai a vedere a fare un film se non ti interessa e sai che non ti piacerà? Perché fa molto ridere, forse. O almeno fa ridere il pubblico della Lucarelli, e anche lei era molto coinvolta dalla cosa. Insomma dopo questa ventina di minuti di sberleffi, ho scoperto che Vicino ha rilasciato un film lo scorso anno, e che dopo aver vinto innumerevoli premi, ora è arrivato in Italia, su Amazon Prime Video. Lo vedo, anche perché uno che per recensire Vanzina cita Gassmann e Pasolini deve essere un genio senza possibilità di freno.

Il film si chiama ‘Lovers’ ed è girato a Bologna. Gli attori sono: Primo Reggiano, Ivano Marescotti, Luca Nucera e Margherita Mannino.

Le storie raccontate sono quattro, lineari, infilate senza interruzione nel corso dei 100 minuti di film. Il cast è sempre lo stesso, a giro si cambiano i ruoli e i personaggi tentano di darsi una rimescolata per non sembrare gli stessi della storia precedente. La prima si apre in un ufficio con la luce smarmellata, Primo Reggiano in completo gessato, grigio su grigio, che guarda il suo direttore e dice a una collega: “Sempre stato così, imperturbabile”. E uno potrebbe dire: va bene, l’inizio di un film è sempre difficile da scrivere, però poi migliora.

La prima mezz’ora, in realtà, è un incomprensibile susseguirsi di eventi: Luca Nucera è un datore di lavoro passivo e cinico ma si innamora di una libraia socialista, Marescotti fa il padre di Reggiano, che al licenziamento del figlio risponde con un infarto che il medico di base liquida come ‘malanno stagionale’, come quando ti viene il raffreddore. Muore un paio di scene dopo. Reggiano viene lasciato dalla fidanzata e decide di suicidarsi, compra una pistola da un napoletano che gliela fa a buon prezzo, e decide di spararsi in un parco (perché deve rompere le palle in un parco?).

Un’altra storia sembra un tentativo bislacco di raccontare David Foster Wallace al cinema, o Bret Easton Ellis. La riflessione sulla letteratura, sui mass media e sulla massa incolta. Vicino dice che è un episodio ‘spietato’, i critici pagati per recensire bene il film gli fanno il verso e parlano di ‘provocazione’ e di ‘episodio tagliente, brutale’. In realtà è la solita pippa sullo scrittore intellettuale che scrive romanzi molto profondi e si ritrova a fare il ghostwriter per un analfabeta. Il libro ha successo tra le ragazzine ma l’intellettuale si diverte a ridicolizzarle chiedendo se hanno mai letto “Calvino, Rodari o Pasolini”. Le ragazze rispondono di no ridacchiando.

Come un cerchio, il film si chiude com’è iniziato, ma la bella notizia è che, indipendentemente dal come, il film si chiude. Oltre alla mancanza di capacità registiche, Vicino dimostra anche zero attitudini nella scrittura. Battute chiave del film sono due inni alla banalità: “È un po’ che ci penso: vuoi passare il resto della tua vita con me?” e “Devi convincere i giovani a riavvicinarsi alla cultura”.

Veniamo al dunque: avevamo già detto che i cinepanettoni sono essenziali all’industria cinema. Cioè a quella cosa che per alcuni è arte, per altri è trasmigrazione, per altri intrattenimento, ma che in realtà è un’industria a tutti gli effetti, che macina soldi e che – come stiamo vedendo – senza soldi non vive. I cinepanettoni fanno soldi, e anche volendo considerare il loro livello medio, ogni film parla per sé e non può essere giudicato aprioristicamente, né si può pensare che qualcuno faccia una battaglia ideologica contro una commedia con Ricky Memphis, tirando in ballo vecchi biopic politici – Gassmann che fa Berlinguer – e kolossal come Non è un paese per vecchi. Come se io per criticare Vicino avessi avuto bisogno di un parallelismo con Quarto Potere, e invece mi basta Vanzina.

Lovers, contrariamente a “Lockdown all’Italiana”, è un film inutile: è brutto e si fa forte dei premi – cose come l’indipendent film festival di Pittsburg, non proprio gli Oscar – per giustificare la pietra tombale a cui è stato condannato al box office italiano. Non incassando, e non contribuendo in alcun modo a nessun percorso artistico, è un film nocivo, laddove “Lockdown all’Italiana”, nel peggiore dei casi, sarà un fallimento commerciale senza pretese.

Continue Reading

Cinema

Il Processo ai Chicago 7: verità parziali di un film furbo

La recensione del film Netflix diretto da Aaron Sorkin, con Sacha Baron Cohen, Eddie Redmayne e Joseph Gordon-Levitt

Alberto Mutignani

Published

on

È su NetflixIl processo ai Chicago 7”, il film scritto e diretto da Aaron Sorkin, prodotto da Steven Spielberg, che ricostruisce il processo del 1969 che il governo degli Stati Uniti intentò contro otto attivisti di sinistra, poi sette, accusati di aver acceso una rivolta di massa durante la convention dei Democratici l’anno precedente, a Chicago. Sin dai primi minuti il film di Sorkin vuol essere, quasi esplicitamente, un film sulle proteste che hanno infestato gli Stati Uniti nel corso di quest’anno, e le reazioni della polizia e della Casa Bianca guidata da Trump.

È chiaro dal cambio della guardia a cui assistiamo quando, all’inizio, il ritratto del Presidente Johnson viene sostituito da quello del neo-eletto Richard Nixon, ma anche e soprattutto da come Sorkin presenta i suoi personaggi: una sinistra folta, plurale, ricca di tutte le sfumature possibili, dal fronte black-friendly di Bobby Seale a quello democratico-pacifista-frignone di Tom Hayden e David Dellinger, fino alla lotta continua degli hippie Abbie Hoffman e Jerry Rubin, contro una destra monocorde, passiva, decisamente poco attraente, anche perché le poche svolte comiche della sceneggiatura sono affidate, come da cliché, agli esponenti hippie e all’abbigliamento delle Pantere Nere, solo marginalmente coinvolte nel processo.

È un film furbo, quello di Sorkin, che parla del passato per denunciare una situazione contemporanea, come se l’America, dopotutto, fosse sempre la stessa e non imparasse mai dalla sua storia. Così, la guerra del Vietnam diventa il sopruso della polizia e del governo sulle minoranze afroamericane, ma la protesta e la sua potenza retorica rimangono le stesse, e il film spinge molto nel farci simpatizzare per questa seconda frangia, giustificandone praticamente ogni declinazione nonostante la pluralità delle voci, e raccontando una mezza verità allo spettatore.

Perché se la storia ci dice di una sconfitta dei Chicago 7, e del generale decadimento del disegno hippie-pacifista della controcultura americana, il film si chiude con un trionfo degli attivisti, in una chiosa che sembra richiamare il finale – altrettanto melenso – dell’Attimo fuggente di Peter Weir, con Hayden in piedi che legge, di fronte a una Corte impotente, i nomi di tutti i soldati statunitensi morti in Vietnam, mentre uno ad uno i presenti in tribunale, addirittura anche della compagine avversaria, si alzano in piedi e si mettono una mano sul petto.

Tolta questa nota dolentemente faziosa, il film scorre in maniera abbastanza piacevole, alternando brevi flashback alle fasi corpose del processo. Il cast è di tutto rispetto, da Sacha Baron Cohen a Eddie Redmayne, da Joseph Gordon-Levitt a Michael Keaton, ma come abbiamo scritto in passato, la coralità è una scelta altrettanto furba, soprattutto se concentrata quasi per intero – ma potremmo dire per intero – nella compagine degli attivisti.

È una visione tutto sommato piacevole, ma davvero poco interessante dal punto di vista storico e troppo votata ai facili sentimenti, che al cinema funzionano e servono quando non si ha nulla da raccontare, non quando si vuole ricostruire un processo.

Continue Reading

In evidenza