La maledizione del Talismano: il romanzo di Stephen King che Hollywood non riesce a domare
Ci sono libri che sembrano nati con una maledizione addosso. “The Talisman” (Il Talismano, in italiano) è tra quelli. Non perché sia oscuro o eccessivo o, addirittura, troppo kinghiano per il grande schermo. Ma perché, da quarant’anni, nessuno è riuscito davvero a domarlo. Tranne, ovviamente, il suo autore.
Steven Spielberg, però, ci aveva visto lungo. Nel 1982, quando il romanzo di Stephen King e Peter Straub era ancora un manoscritto in cerca di editore, lui già ne comprava i diritti. Una mossa da rabdomante dell’immaginario. Da allora il progetto ha attraversato decenni di promesse, bozze, riscritture, fughe in avanti e altrettante retromarce. Un classico caso di sviluppo infinito. Hollywood ne è piena. Ma pochi esempi sono così ostinati.
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Quattro anni fa, sembrava fatta. I fratelli Duffer, gli architetti di “Stranger Things“, entravano in partita. Netflix metteva il logo, Amblin e Paramount il pedigree. Un dream team, sulla carta. E invece niente. La serie è stata cancellata in silenzio. I Duffer hanno mollato il colpo. Con onestà disarmante hanno ammesso di aver creduto, forse con troppa ingenuità, di poter spezzare quella che loro stessi chiamano “la maledizione di The Talisman”. È un’espressione che fa sorridere. Ma non troppo.
Perché “The Talisman”, banalmente, non è un mero romanzo fantasy ma una storia di passaggio e di perdita, di paura primordiale. Un bambino di dodici anni, Jack Sawyer, costretto a varcare il confine tra il nostro mondo e i Territori, un universo parallelo fatto di riflessi deformi, doppi mostruosi e archetipi da incubo, per salvare la madre che sta morendo. E’ un viaggio? No, è un esorcismo.
King, qui, non scrive solo con Straub. Scrive contro l’idea stessa di conforto. Ogni pagina è un’andatura sbilenca, una frattura. Non c’è nostalgia. Non c’è redenzione facile. Solo il terrore di crescere in fretta. E’ questo tema è il vero problema. Il cinema ama i bambini eroici. Le piattaforme amano le saghe rassicuranti. “The Talisman”, invece, è un libro che non consola. Non spiega. Non semplifica. Pretende che lo spettatore si perda. Come Jack. Come chiunque abbia varcato, almeno una volta, il confine tra ciò che era e ciò che non sarà più.
Nemmeno il seguito, “Black House“, pubblicato diciassette anni dopo, addolcisce la pillola. Jack è adulto. È un ex detective di Los Angeles. Ha rimosso tutto. I Territori sono diventati un buco nero nella memoria. Ma il male torna. Sempre. Con un altro nome. Con un’altra faccia. È il grande tema di King: non si scappa dalla propria mitologia personale. La puoi solo seppellire male.
Nel 2008 qualcuno ha provato a condensare questo mondo in un cortometraggio. Nel 2009 è arrivata una graphic novel. Esperimenti. Segnali di vita. Ma l’opera vera resta sospesa, come un ponte che nessuno osa attraversare.
Forse “The Talisman” non è maledetto. Forse è semplicemente onesto. E Hollywood, oggi, non sa più cosa farsene dell’onestà. Preferisce i mondi coerenti, i franchise in batteria, le mitologie spiegate con infografiche. King e Straub avevano scritto un libro che respira. Che sbaglia. Che ti lascia solo in una stanza buia con un bambino spaventato.
Sarebbe un rischio. E i rischi, si sa, non vanno di moda. Chi riuscirà, un giorno, a decifrare davvero “The Talisman”? Non lo sappiamo. Ma, certamente, non basteranno i nomi giusti. Servirà qualcuno disposto a perdersi nei Territori senza rete. E a tornare indietro con le mani sporche di paura vera.



