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Cinema

Anti divo, meme vivente e bello bello in modo assurdo: Keanu Reeves compie 56 anni

Licia De Vito

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Il nome, il volto, la considerazione di Keanu Reeves sono indissolubilmente legati al mondo del cinema e a quello dei social network. “Point Break“, “Le riserve“, “Costantine“, “Johnny Mnemonic“, le saghe di “Matrix” e “John Wick” sono pellicole entrate prepotentemente nell’immaginario collettivo, oltre che nelle nostre case. Per ognuno di questi ruoli, l’attore nato a Beirut e che oggi compie 56 anni, è diventato protagonista del classico hype da web.

Oltre all’hype, però, ci sono anche i meme, quelle immagini tra il sacro e il profano connaturate da una profonda vena sarcastica o semplicemente ilare con cui il bel Keanu ha fatto strage di cuori (e risate) sui principali social network. Che fosse un antidivo era cosa nota, ma che potesse diventarlo anche lontano dal dissacrante mondo massmediatico non era poi così scontato.

Ma se può evitare che un autobus di linea si schianti a 100 miglia orarie semplicemente dando indicazioni al conducente ed evitando attacchi di vario genere, o sconfiggere da solo un esercito di contractor, allora tutto è possibile. Almeno per lui. Non per noi, che spesso non riusciamo ad aprire una bottiglia di vino senza rompere il tappo di sughero, imprecando e volgendo sguardi al cielo in cerca di divino soccorso.

Sul web, come detto, spopola. La storia della sua vita, sulla quale per la verità ci sarebbe molto poco da ironizzare, è profondamente segnata da lutti e tragedie famigliari. E proprio la storia della sua vita ogni tanto ritorna in auge rimbalzando tra pagine e profili social. Episodi che ne hanno segnato il carattere e il comportamento e verso i quali è impossibile restare indifferenti. A questa società sempre più ovattata e stordita dalle sue mille contraddizioni è rimasta un po’ di umana empatia. Per fortuna.

Educato, garbato, disponibile, galantuomo. Una figura apparentemente pulita e immacolata dall’assenza di “sporcizia morale”. Benefattore, anche. Perché se “il bene si fa ma non si dice“, a rendere note le sue gesta non è lui stesso ma i suoi fans e il mondo dell’informazione digitale, chiaramente supportata e coadiuvata da quello del giornalismo internazionale. Campagne di sensibilizzazione, ingenti donazioni a ospedali o associazioni, semplici atti di altruismo e bontà lo hanno reso amato da tutti, fans e detrattori. Perché di fronte a tanta umanità non si può restare impassibili, fosse anche per presa di posizione motivata da pregiudizi o antipatie.

Keanu Reeves piace, oltre che per il suo incredibile talento cinematografico, e per l’innegabile fascino che lo contraddistingue, anche per la sua umanità. In un mondo plastificato e votato all’ostentazione e all’esibizionismo è qualcosa di innegabilmente raro. E noi lo veneriamo, come quando, negli anni delle scuole medie, a chi provava a bullizzarci minacciavamo di chiamare “Il cugino di 18 anni che è alto due metri ed è cintura nera di karate“. Perché anche lui, il nativo di Beirut, ci protegge con le sue performance. Anche lui è il nostro scudo protettore con cui respingere quella boriosità attoriale di alcuni pseudo protagonisti della settima arte che individuare come attori risulta essere un insulto a chi l’attore lo fa per davvero.

Insomma, io mica sono un astrologa solo perché leggo l’oroscopo. Per dirla con Chuck Palahniuk, “Infilarti le penne nel culo non fa di te una gallina“. Qualcuno provi a spiegare a quei signori là, quelli che portano in giro baracconi hollywoodiani e circhi cinematografici, che si può essere amati essendo, molto più semplicemente, sé stessi. Il valore di quella foto, quella di Keanu Reeves su una panchina che mangia mestamente con solo un piccione a tenergli compagnia, non risiede nell’empatia e nella compassione che essa può suscitare, ma solo nella dimostrazione che anche se sei John Wick o Neo, fare il cazzo che vuoi resta sempre la cosa più bella.

Certo, non tutti possiamo permetterci di regalare dodici Harley Davidson alle nostre controfigure sul set, anche perché noi, al massimo, di set conosciamo solo quello del filtro app usato su Instagram. Però, magari questo si, potremmo avere più fortuna di lui con la nostra band. I Dogstar, gruppo in cui suonava il basso fino a che la sua carriera da attore non è decollata, di certo non è stato memorabile o imperdibile. Va bene, ci ho provato e non ci sono riuscita, Keanu è migliore di noi. Lo sappiamo. Ma almeno una colletta per il compleanno potevamo farla…

Archeologa, nata e cresciuta in Abruzzo, vive a Roma dal 2009. Dopo la laurea magistrale conseguita presso l’Universita “La Sapienza” di Roma ha proseguito gli studi frequentando la Scuola di Specializzazione in Beni Archeologici dello stesso ateneo. Appassionata di storia e viaggi, avrebbe voluto essere Lara Croft, è diventata un “Ummarell”.

Cinema

I registi che si credono migliori di Vanzina, e sbagliano

Matteo Vicino è regista, stroncatore, mito indiscusso e sex symbol, e nessuna di queste cose. Storia di un talento decantato e non prevenuto.

Alberto Mutignani

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Ho scoperto dell’esistenza di Matteo Vicino perché recentemente si è messo a fare il simpatico in un programma radiofonico condotto da Selvaggia Lucarelli, di cui non ricordo il nome. Nonostante il suo mestiere principale sia girare film brutti che non conosce nessuno, ma che vengono premiati all’estero, il suo hobby è quello di stroncare pellicole altrui, quando non viene preso a pesci in faccia dalle pagine Facebook per i suoi post da mitomane.

Nella puntata in radio che ho ascoltato di recente, Vicino si è divertito a distruggere Lockdown all’Italiana, l’ultimo film di Vanzina, “immolandosi” come dice lui, perché era convinto che il pubblico non aspettasse che il suo commento. Che poi, che te lo vai a vedere a fare un film se non ti interessa e sai che non ti piacerà? Perché fa molto ridere, forse. O almeno fa ridere il pubblico della Lucarelli, e anche lei era molto coinvolta dalla cosa. Insomma dopo questa ventina di minuti di sberleffi, ho scoperto che Vicino ha rilasciato un film lo scorso anno, e che dopo aver vinto innumerevoli premi, ora è arrivato in Italia, su Amazon Prime Video. Lo vedo, anche perché uno che per recensire Vanzina cita Gassmann e Pasolini deve essere un genio senza possibilità di freno.

Il film si chiama ‘Lovers’ ed è girato a Bologna. Gli attori sono: Primo Reggiano, Ivano Marescotti, Luca Nucera e Margherita Mannino.

Le storie raccontate sono quattro, lineari, infilate senza interruzione nel corso dei 100 minuti di film. Il cast è sempre lo stesso, a giro si cambiano i ruoli e i personaggi tentano di darsi una rimescolata per non sembrare gli stessi della storia precedente. La prima si apre in un ufficio con la luce smarmellata, Primo Reggiano in completo gessato, grigio su grigio, che guarda il suo direttore e dice a una collega: “Sempre stato così, imperturbabile”. E uno potrebbe dire: va bene, l’inizio di un film è sempre difficile da scrivere, però poi migliora.

La prima mezz’ora, in realtà, è un incomprensibile susseguirsi di eventi: Luca Nucera è un datore di lavoro passivo e cinico ma si innamora di una libraia socialista, Marescotti fa il padre di Reggiano, che al licenziamento del figlio risponde con un infarto che il medico di base liquida come ‘malanno stagionale’, come quando ti viene il raffreddore. Muore un paio di scene dopo. Reggiano viene lasciato dalla fidanzata e decide di suicidarsi, compra una pistola da un napoletano che gliela fa a buon prezzo, e decide di spararsi in un parco (perché deve rompere le palle in un parco?).

Un’altra storia sembra un tentativo bislacco di raccontare David Foster Wallace al cinema, o Bret Easton Ellis. La riflessione sulla letteratura, sui mass media e sulla massa incolta. Vicino dice che è un episodio ‘spietato’, i critici pagati per recensire bene il film gli fanno il verso e parlano di ‘provocazione’ e di ‘episodio tagliente, brutale’. In realtà è la solita pippa sullo scrittore intellettuale che scrive romanzi molto profondi e si ritrova a fare il ghostwriter per un analfabeta. Il libro ha successo tra le ragazzine ma l’intellettuale si diverte a ridicolizzarle chiedendo se hanno mai letto “Calvino, Rodari o Pasolini”. Le ragazze rispondono di no ridacchiando.

Come un cerchio, il film si chiude com’è iniziato, ma la bella notizia è che, indipendentemente dal come, il film si chiude. Oltre alla mancanza di capacità registiche, Vicino dimostra anche zero attitudini nella scrittura. Battute chiave del film sono due inni alla banalità: “È un po’ che ci penso: vuoi passare il resto della tua vita con me?” e “Devi convincere i giovani a riavvicinarsi alla cultura”.

Veniamo al dunque: avevamo già detto che i cinepanettoni sono essenziali all’industria cinema. Cioè a quella cosa che per alcuni è arte, per altri è trasmigrazione, per altri intrattenimento, ma che in realtà è un’industria a tutti gli effetti, che macina soldi e che – come stiamo vedendo – senza soldi non vive. I cinepanettoni fanno soldi, e anche volendo considerare il loro livello medio, ogni film parla per sé e non può essere giudicato aprioristicamente, né si può pensare che qualcuno faccia una battaglia ideologica contro una commedia con Ricky Memphis, tirando in ballo vecchi biopic politici – Gassmann che fa Berlinguer – e kolossal come Non è un paese per vecchi. Come se io per criticare Vicino avessi avuto bisogno di un parallelismo con Quarto Potere, e invece mi basta Vanzina.

Lovers, contrariamente a “Lockdown all’Italiana”, è un film inutile: è brutto e si fa forte dei premi – cose come l’indipendent film festival di Pittsburg, non proprio gli Oscar – per giustificare la pietra tombale a cui è stato condannato al box office italiano. Non incassando, e non contribuendo in alcun modo a nessun percorso artistico, è un film nocivo, laddove “Lockdown all’Italiana”, nel peggiore dei casi, sarà un fallimento commerciale senza pretese.

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Cinema

Il Processo ai Chicago 7: verità parziali di un film furbo

La recensione del film Netflix diretto da Aaron Sorkin, con Sacha Baron Cohen, Eddie Redmayne e Joseph Gordon-Levitt

Alberto Mutignani

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È su NetflixIl processo ai Chicago 7”, il film scritto e diretto da Aaron Sorkin, prodotto da Steven Spielberg, che ricostruisce il processo del 1969 che il governo degli Stati Uniti intentò contro otto attivisti di sinistra, poi sette, accusati di aver acceso una rivolta di massa durante la convention dei Democratici l’anno precedente, a Chicago. Sin dai primi minuti il film di Sorkin vuol essere, quasi esplicitamente, un film sulle proteste che hanno infestato gli Stati Uniti nel corso di quest’anno, e le reazioni della polizia e della Casa Bianca guidata da Trump.

È chiaro dal cambio della guardia a cui assistiamo quando, all’inizio, il ritratto del Presidente Johnson viene sostituito da quello del neo-eletto Richard Nixon, ma anche e soprattutto da come Sorkin presenta i suoi personaggi: una sinistra folta, plurale, ricca di tutte le sfumature possibili, dal fronte black-friendly di Bobby Seale a quello democratico-pacifista-frignone di Tom Hayden e David Dellinger, fino alla lotta continua degli hippie Abbie Hoffman e Jerry Rubin, contro una destra monocorde, passiva, decisamente poco attraente, anche perché le poche svolte comiche della sceneggiatura sono affidate, come da cliché, agli esponenti hippie e all’abbigliamento delle Pantere Nere, solo marginalmente coinvolte nel processo.

È un film furbo, quello di Sorkin, che parla del passato per denunciare una situazione contemporanea, come se l’America, dopotutto, fosse sempre la stessa e non imparasse mai dalla sua storia. Così, la guerra del Vietnam diventa il sopruso della polizia e del governo sulle minoranze afroamericane, ma la protesta e la sua potenza retorica rimangono le stesse, e il film spinge molto nel farci simpatizzare per questa seconda frangia, giustificandone praticamente ogni declinazione nonostante la pluralità delle voci, e raccontando una mezza verità allo spettatore.

Perché se la storia ci dice di una sconfitta dei Chicago 7, e del generale decadimento del disegno hippie-pacifista della controcultura americana, il film si chiude con un trionfo degli attivisti, in una chiosa che sembra richiamare il finale – altrettanto melenso – dell’Attimo fuggente di Peter Weir, con Hayden in piedi che legge, di fronte a una Corte impotente, i nomi di tutti i soldati statunitensi morti in Vietnam, mentre uno ad uno i presenti in tribunale, addirittura anche della compagine avversaria, si alzano in piedi e si mettono una mano sul petto.

Tolta questa nota dolentemente faziosa, il film scorre in maniera abbastanza piacevole, alternando brevi flashback alle fasi corpose del processo. Il cast è di tutto rispetto, da Sacha Baron Cohen a Eddie Redmayne, da Joseph Gordon-Levitt a Michael Keaton, ma come abbiamo scritto in passato, la coralità è una scelta altrettanto furba, soprattutto se concentrata quasi per intero – ma potremmo dire per intero – nella compagine degli attivisti.

È una visione tutto sommato piacevole, ma davvero poco interessante dal punto di vista storico e troppo votata ai facili sentimenti, che al cinema funzionano e servono quando non si ha nulla da raccontare, non quando si vuole ricostruire un processo.

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Cinema

Cinema e teatri restano aperti: nessuna indicazione nel nuovo decreto, risorse extra nella legge di Bilancio

Fabio Iuliano

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Qualcuno ha bofonchiato sul fatto che il premier Conte, nel corso della conferenza stampa serale in cui è stato illustrato il nuovo Dpcm, non abbia fatto accenni alla cultura e ai luoghi preposti per farla. In realtà, è stato quasi meglio così: nei giorni scorsi si era vociferato di una stretta su cinema e teatri, misura peraltro poco giustificata da numeri e circostanze: già qualche giorno fa una nota dell’Agis aveva fatto rilevare che su 347.262 spettatori in 2.782 spettacoli monitorati, nel periodo che va dal 15 giugno (giorno della riapertura dopo il lockdown) ad inizio ottobre, i casi di contagio sono pressoché nulli.

Il nuovo decreto, in ogni caso, non prevede misure diverse per il mondo della cultura, teatri e cinema restano aperti, pur nel rispetto delle misure di sicurezza approvate in precedenza: posti a sedere preassegnati e distanziati di almeno un metro, e con un numero massimo di mille spettatori per spettacoli all’aperto e di duecento spettatori in luoghi chiusi. Le fiere sono consentite ma solo se di interesse nazionale e internazionale. Restano aperti musei e luoghi della cultura, nel rispetto delle norme di protezione e prevenzione.

Misure di sostegno in favore di istituzioni e iniziative culturali sono in realtà contenute nella legge di Bilancio 2021, come rileva Artribune. Per quanto riguarda scuola, università e cultura, “viene finanziata con 1,2 miliardi di euro a regime l’assunzione di 25.000 insegnanti di sostegno e vengono stanziati 1,5 miliardi di euro per l’edilizia scolastica. È previsto un contributo di 500 milioni di euro l’anno per il diritto allo studio e sono stanziati 500 milioni di euro l’anno per il settore universitario. Sono destinati 2,4 miliardi all’edilizia universitaria e ai progetti di ricerca. Vengono inoltre destinati 600 milioni di euro all’anno per sostenere l’occupazione nei settori del cinema e della cultura”, si legge sul testo della manovra.

Una nota del Mibact ha anche ribadito che “il complesso delle misure decise dal Cdm prevede il forte rafforzamento di alcuni investimenti strategici, dalla tutela del patrimonio culturale, al rafforzamento delle misure per il cinema e lo spettacolo dal vivo, agli interventi per le strutture ricettive, le agenzie di viaggio e le tutele per i lavoratori”.

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