Intervista. Will O’Dusk e l’album di debutto “The Long Lasting Drunk”
Nel loro esordio, “The Long Lasting Dusk”, i Will O’Dusk non si limitano a pubblicare un disco: costruiscono un mondo. Un luogo sospeso tra luce e ombra, dove il crepuscolo non è solo un’estetica, ma una condizione esistenziale. La band plasma un racconto in due atti – caduta e rinascita, furia e catarsi – come se ogni brano fosse una scena, un fotogramma di un film interiore che chiede di essere attraversato più che ascoltato. In questa intervista, la band si racconta senza filtri: l’urgenza che muove la scrittura, il desiderio di trasformare l’esperienza in narrazione condivisa, la ricerca di un linguaggio musicale che tenga insieme gli opposti e li faccia muovere all’unisono.
Il vostro album di debutto, “The Long Lasting Dusk”, si presenta come un viaggio cinematografico tra distruzione e rinascita. Da dove nasce l’idea di costruire un disco come una narrazione in due atti, quasi fosse un film o un romanzo sonoro?
La nostra scrittura è mossa dall’urgenza di oggettivare l’esperienza individuale per poterla contemplare e darle un senso sistemico, scorgerne il moto implicito. Potremmo quasi banalizzare con il “per sentirci vivi”. Così è nato l’album, di getto, da ciò che stavamo vivendo o avevamo vissuto. È stato nell’ascoltarci che abbiamo colto un senso nel tutto, che abbiamo capito cosa ci stessimo raccontando e cosa avremmo voluto, quindi, raccontare: del moto e della coesistenza degli opposti alla base della possibilità dello stesso.
Il crepuscolo è il simbolo che attraversa tutta la vostra estetica e filosofia musicale. Cosa rappresenta per voi quel momento sospeso tra luce e ombra, e come si traduce nel vostro modo di scrivere e suonare?
Il crepuscolo è un momento di passaggio, sospeso, carico della frenesia del giorno e della riflessività della notte. Per noi è il momento in cui si può tirare un sospiro rappacificatore verso sé stessi e le proprie giornate, nel quale contemplare il bene e il male che si è fatto, l’inevitabilità dell’uno nell’altro; prendere la rincorsa emotiva per affrontare la notte e poi un altro giorno ancora. Tra quelle sfumature c’è malinconia elettrica, attesa trepidante. Nella nostra musica, nel nostro modo di essere band, significa ricercare la stratificazione di significati, rappresentare l’inestricabilità di amore e violenza, gioia e paura di perdere e perdersi, fede e abbandono; il tutto con toni e influenze che possano anch’esse stridere di nuova armonia con i testi. Come una versione Rock’n Roll del Notturno di Chopin o una ballad trasognata distillata dallo spartito del “Walkürenritt”, il tutto con linguaggi che siano pop, alla portata di tutti.
Il primo atto, “The Descent”, esplora la caduta e il dolore, mentre “Resurgence” parla di rinascita. Quanto di personale c’è in questo percorso? È una metafora della vostra storia come band o di esperienze individuali?
Come brevemente anticipato, il legame tra la nostra musica e le esperienze personali è forte e predominante. Ma i ponti tra le sfere del pubblico e del personale li abbiamo volutamente costruiti mancanti di pezzi fondamentali: abbiamo spogliato dei nostri e degli altrui nomi ogni brano per permettere che le storie possano diventare dell’ascoltatore. E, assolutamente, una delle letture possibili è anche quella che mette in relazione la formazione di un “io-band” con il “fare musica”: amore inevitabile, che trascina gioiosamente in avanti, oltre (e anche grazie) a tutte le piccole morti e rinascite che bisogna affrontare nel percorso.
La vostra miscela di Southern Rock, Post-Grunge, Hard Rock e Glam è decisamente unica nel panorama italiano. Come siete riusciti a bilanciare questi elementi così diversi senza perdere coerenza e identità?
È una questione complessa: siamo il mix cosciente di quei generi o quelle categorie di genere sono il mix che può essere utilizzato per meglio approssimare un genere che sarà (ci auguriamo) inevitabilmente unico e personale? Noi propendiamo per la seconda. Vale a dire che non c’è scienza dietro al cocktail, ma c’è l’essere fedeli a quello che ci piace e al come ci piace esprimerlo: nella vita di tutti i giorni non ascoltiamo necessariamente la stessa musica, non ascoltiamo gli stessi generi e se un pezzo composto insieme piace a tutti noi della band, allora siamo stati fedeli al nostro genere. Questo se non altro è il nostro metro di misura. Sulla riuscita complessiva, speriamo di avere presto dei ritorni da chi vorrà ascoltarci!
Brani come “Lucifer’s Tears” e “Last Drop” mostrano due volti opposti del vostro suono: furia e catarsi, oscurità e luce. Qual è stato il processo creativo dietro questi estremi? Nascono da impulsi istintivi o da una costruzione più ragionata?
L’impulso è il motore che sicuramente prevale e questo lo specifichiamo per sottolineare che la rabbia o la gioia o tutto quello che c’è nel mezzo e che sta dietro a ogni brano sono stati d’animo ed emozioni autentiche. Nell’osservare il quadro nel suo complesso, poi, si possono intravedere alcune sfumature esplicitate dagli accostamenti e si può decidere di calcare con maggior forza alcune pennellate per rendere netti i contrasti e, grazie ad essi, esaltare il viaggio musicale che vogliamo proporre.
Nel disco c’è una forte dimensione collettiva: sembra che l’ascoltatore sia invitato a condividere un rito, più che a consumare un album. Quanto è importante per voi il rapporto con chi vi ascolta e che tipo di legame volete creare con il vostro pubblico?
Il nostro sogno è quello di poter diventare musica-rifugio per chi ci ascolta, un non-luogo d’aggregazione per chiunque voglia raccontare una storia con noi, attraverso di noi e anche grazie a noi. Non aspettiamo altro che i membri della People of Dusk, o anche i Duskers, si riconoscano come tali e vogliano accompagnarci in questo, speriamo lunghissimo, viaggio insieme!
“The Long Lasting Dusk” parla di sopravvivenza, imperfezione e bellezza nel caos. Se doveste riassumere in una frase la vostra missione artistica, cosa direste ai sognatori e agli outsider che abitano il vostro crepuscolo?
Live it all to the last drop, Duskers!



