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Home » Interviste Musica

Intervista. Voodoo Highway: dare fuoco agli amplificatori per riscrivere la storia

Federico Falcone Posted On 6 Dicembre 2025
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Sette anni di silenzio possono spegnere il fuoco di molte band, ma non quello dei Voodoo Highway. Il loro ritorno sul palco del RockaFE Festival, il 2 giugno 2025, è stato contraddistinto da sudore, volume a undici, Hammond incandescente e una fame di musica che si percepiva a metri di distanza. “Made In Kachot”, il loro primo album dal vivo, immortala quella serata come un’istantanea sporca, ruvida e potentissima, una di quelle che non si mettono in cornice ma si tengono nel portafogli. Con un passato che affonda nell’hard rock più genuino e un futuro che li vedrà rientrare in studio con Eddy Cavazza, la band ferrarese torna a scrivere il proprio destino a colpi di riff e verità. Ecco cosa ci hanno raccontato.

Sette anni di silenzio sono un’eternità per una band dal vivo come la vostra. Qual è stato l’istante esatto, sul palco del RockaFE, in cui avete capito che i Voodoo Highway erano davvero tornati?

Anzitutto un saluto a tutti e grazie per l’invito, è sempre un piacere fare due chiacchiere insieme. Sette anni di stop possono spaventare, è vero, ma nel nostro caso è andata al contrario: siamo invecchiati bene, come il vino. La verità è che abbiamo capito che i Voodoo Highway erano davvero tornati già alla prima prova in sala.

Dopo il primo brano ci siamo guardati e ci è scappato un sorriso: era tutto lì, intatto. Questo live è figlio di non più di quattro ore effettive di prove e di una quantità spropositata di risate e gag come ai vecchi tempi. In definitiva, più che uno stop, è stato come premere di nuovo “play” dopo una pausa. E sul palco del RockaFE quella sensazione si è semplicemente moltiplicata.

Made In Kachot è dichiaratamente un album “vero”, non levigato. Qual è la “imperfezione” di cui andate più fieri e che, secondo voi, racconta l’identità reale del vostro suono?

Hai colto perfettamente lo spirito del disco. Il nostro obiettivo non è mai stato suonare “perfetti”, ma raccontare chi siamo davvero. Made in Kachot nasce proprio per cristallizzare un frammento di vita, senza filtri. La musica è fatta di istinto, di reazioni del momento, di quella componente umana che oggi si perde dietro a un’eccessiva levigatura.

Tra tutte le piccole imperfezioni che rendono questo live così autentico, ce n’è una che ci rappresenta più di tutte. Nel finale di Till It Bleeds, Federico parte d’istinto per riprendere il ritornello “C’mon Baby…”. Un secondo dopo realizza che la band stava già entrando in una coda strumentale improvvisata.

Si ferma di colpo, la voce si allontana dal microfono in quella scia tipica dei “salvataggi al volo”, e sul palco scatta inevitabilmente un suo classico balletto caotico per mascherare il misunderstanding. È un istante minuscolo, quasi impercettibile, ma racconta la nostra identità meglio di qualunque produzione impeccabile. È il suono della verità, dell’intesa sul filo, della spontaneità che non puoi ricreare in studio. Questo aneddoto lo trovate nella traccia numero 06, al minuto 03:23. Un dettaglio che dura un battito, ma che custodisce tutta la nostra storia.

L’Hammond di Sabbadini è sempre stato un marchio di fabbrica. Nel live del 2025 sembra quasi un personaggio aggiuntivo. Quanto ha pesato il suo ruolo nella costruzione di questo nuovo capitolo?

Max è con noi dal 2015, ma ogni volta sembra di tornare al giorno in cui lo abbiamo visto entrare in sala per la prima volta: pacato, misurato e con quell’eleganza che lo contraddistingue. Poi ha iniziato a suonare e ci ha letteralmente travolti con una padronanza tecnica devastante, in confronto a noi ciarlatani della musica.

In quell’istante abbiamo capito di avere davanti qualcosa di davvero speciale: è il nostro Clark Kent e lo tuteliamo come una specie protetta. Nella vita di tutti i giorni è educato, tranquillo, sempre sul pezzo e mai sopra le righe, sul palco invece cambia completamente pelle diventando una Rock’n’Roll Killer Machine e il suo Hammond si trasforma in un’entità viva, potente, capace di spingere e travolgere il pubblico (..con un effetto particolarmente evidente sul gentil sesso!).

Battute a parte, Max è uno dei cardini del nostro sound, nel live del 2025 il suo Hammond non è uno strumento d’accompagnamento, ma un personaggio aggiuntivo, una seconda voce narrativa che plasma il ritmo emotivo del concerto. Le sue scelte timbriche, i suoi fraseggi, il modo in cui costruisce e rilascia tensione donano profondità e identità a ogni brano. Il peso del suo ruolo? Decisivo. Senza Max, Made in Kachot non avrebbe quella forza viscerale né quel respiro caldo e autentico che si percepiscono. È uno dei motori del nostro sound, e in questo nuovo capitolo lo si sente in modo inequivocabile.

Siete una band nata e cresciuta sui palchi italiani, ma da sempre con un respiro internazionale. Che tipo di energia vi ha rimandato il pubblico di Ferrara in una notte così simbolica?

Siamo in giro dal 2010 e in questi anni abbiamo suonato un po’ ovunque, in Italia e in Europa: dal Belgio alla Spagna, passando per Francia, Germania e molto altro. Ma tornare a Ferrara, e soprattutto salire sul palco del RockaFE, ha un significato che va oltre il semplice concerto.

Su quello stesso palco abbiamo debuttato nel 2010 e su quello stesso palco ci siamo fermati nel 2018. È un luogo che respira con noi, dove ogni volta si crea una magia particolare. Quella serata doveva essere un episodio unico, quasi un capitolo finale pensato per chiudere in bellezza e fissare un live su disco. Poi però è successo qualcosa che nessuno di noi aveva previsto.

Dal primo brano abbiamo percepito un’energia diversa, quella spinta emotiva che solo il pubblico di casa può generare. Ci siamo guardati e abbiamo capito che non stavamo chiudendo nulla. Stavamo ripartendo. E così, da una serata che doveva essere un saluto, nel giro di pochi mesi siamo tornati in fase operativa, pronti per rientrare in studio con un nuovo disco in uscita nell’autunno 2026. L’energia del pubblico? È stata la nostra benzina. Ferrara ci ha restituito una carica potente, autentica, e ci ha ricordato che quella storia iniziata quindici anni fa non aveva ancora detto l’ultima parola.

Dalla copertina firmata da Storm Thorgerson ai vostri riferimenti sonori, avete sempre avuto un forte immaginario estetico. Come si inserisce l’artwork di Christian Bondandini nella narrazione visiva dei Voodoo Highway?

Christian non è soltanto un grafico straordinario. È un amico di lunga data, parte della nostra storia personale prima ancora che artistica. Nel panorama musicale italiano è un nome di rilievo: ha firmato artwork per album, festival, eventi e diversi progetti molto importanti.

Con noi ha già lavorato più volte, creando loghi, copertine e poster che nel tempo sono diventati veri simboli della band. Per Made in Kachot gli abbiamo messo a disposizione tutto il materiale fotografico e totale libertà creativa.

Il risultato è un’immagine che ci rappresenta alla perfezione: un mash-up illustrato in cui ognuno di noi mantiene la propria identità, ma allo stesso tempo si fonde con gli altri. È la stessa dinamica che viviamo sul palco, dove le singole personalità si intrecciano fino a diventare un unico impatto sonoro. Christian ha una dote più unica che rara: trasformare le idee in immagini che parlano da sé. Ed è anche per questo che sarà lui a realizzare la copertina del nostro prossimo quarto disco.

Questo live album chiude simbolicamente un cerchio iniziato nel 2011. Se doveste scegliere un filo rosso che unisce Broken Uncle’s Inn, Showdown, The Ordeal e ora Made In Kachot, quale sarebbe?

Beh.. inutile girarci attorno: i Voodoo Highway nascono da una ossessione totalizzante per i Deep Purple e soprattutto per la persona di Ritchie Blackmore. Il primo chitarrista, Matteo Bizzarri, fondatore insieme a Federico Di Marco e Filippo Cavallini, non era semplicemente ispirato: era “overwhelmed”, quasi sequestrato da quel modo di suonare.

In quindici anni siamo cambiati mille volte – line-up, sound, approccio – ma c’è una costante che torna sempre, puntuale come una tassa: Blackmore. Questo è il filo rosso che collega Broken Uncle’s Inn, Showdown, The Ordeal e oggi Made in Kachot. Puoi evolverti quanto vuoi, ma certe impronte restano. E la nostra, nel bene e nel male, ha sempre un cappello a punta e una Stratocaster.

In dicembre tornerete in studio con Eddy Cavazza per il quarto album. Dopo una serata così intensa e un disco che guarda indietro, come si riparte per costruire qualcosa di totalmente nuovo?

Ripartire dopo una serata come quella del RockaFE non ha richiesto alcuno sforzo: quel live ci ha semplicemente fatto capire che eravamo già proiettati avanti. Le preproduzioni del nuovo disco sono praticamente concluse e stiamo rifinendo gli ultimi dettagli prima di entrare in studio a Sonika, il nostro quartier generale qui a Ferrara.

In cabina ci sarà Samuele Grandi, mentre la supervisione artistica sarà affidata a Eddy Cavazza, che firmerà anche mix e mastering. Con lui abbiamo già scritto due capitoli importanti, Showdown (2013) e The Ordeal (2017), e tornare a lavorare insieme oggi significa riprendere quella chimica e portarla al livello successivo.

Sul fronte musicale stiamo spingendo verso sonorità che ci appartengono, ma con scelte che aprono scenari nuovi. È un disco che rispetta il nostro DNA, ma non si adagia su ciò che abbiamo già fatto. Nella line-up entra Giacomo Bazzani, che prende il posto di Vincenzo Zairo, il quale ci saluta con il suo testamento artistico definitivo: Made in Kachot. In sintesi, il passato lo abbiamo celebrato ma è il presente che ci sta spingendo e il nuovo disco nasce proprio da questa tensione in avanti, senza nostalgia.

Federico ha parlato di una “fotografia irripetibile”. Se poteste incorniciare un solo momento di quella reunion, quale finirebbe sulla parete dei vostri ricordi personali – e perché proprio quello?

C’è un momento molto semplice e proprio per questo molto potente. Quella sera il pubblico era pieno di amici storici, gente che ci segue da sempre e che non vedevamo da anni. Ma c’è stato un incontro che ha acceso una scintilla particolare. Poco prima di salire sul palco, nel backstage è comparso Ares Brunelli, il nostro compagno di viaggio dagli inizi, fotografo e videomaker ufficiale visionario che ha firmato tutte le nostre “opere visive caciottare”.

Non lo si vedeva da una vita, e il suo ingresso – alla sua maniera, come se il tempo non fosse mai passato – ci ha colpiti dritti allo stomaco. In quel momento Federico ha detto: “Dai, dai, facciamo un selfie al volo.” E in dieci secondi eravamo lì: Ares, Vincenzo, Filippo e Federico. Uno scatto improvvisato, senza pretese, fatto più per istinto che per ricordo.

Eppure è quello lo scatto che incorniceremmo. Perché lì dentro c’è tutto: il passato, il presente, la reunion, la leggerezza, l’amicizia. Non è nel concerto, non è nell’adrenalina, ma in quel ritrovarsi esattamente come ci eravamo lasciati. Se c’è un’immagine che merita la parete dei ricordi, è quella.

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