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Intervista. Mersila Sokoli tra al Teatro Argentina con “Sabato, domenica e lunedì”: un talento sempre più in rampa di lancio

Domenico Paris Posted On 28 Novembre 2025
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Nel cast di “Sabato, domenica e lunedì” diretto da Luca De Fusco e in cartellone al Teatro Argentina fino al 4 gennaio 2026, c’è anche la giovane e brava Mersila Sokoli, che lo scorso settembre si è aggiudicata il prestigioso premio “Le Maschere 2025” come miglior attore/attrice emergente con “Guerra e Pace” (diretto dallo stesso De Fusco).

A lei il regista napoletano ha affidato il compito di vestire i panni di Giulianella, figlia dei protagonisti della pièce Rosa e Peppino Priore (rispettivamente interpretati da Teresa Saponangelo e Claudio Di Palma), una ragazza che cerca di non rimanere soffocata dal suo rapporto con il fidanzato e che spera un giorno di diventare una conduttrice televisiva.

Poco prima dell’inizio delle repliche di questo weekend, abbiamo avuto la possibilità di poter scambiare quattro chiacchiere con l’attrice padovana, che, ricordiamolo, lo scorso ottobre è stata la magnetica protagonista di “Giovanna D’Arco”, lo spettacolo (ancora una volta diretto da Luca De Fusco) che ha inaugurato la stagione del Teatro Torlonia.

Ci presenta la sua Giulianella e ci racconta in che modo l’ha trovata?

Come tutti sappiamo, ogni personaggio ha bisogno di un suo percorso per essere “raggiunto”. Nel caso di Giulianella, all’inizio, mi sono impegnata soprattutto per cercare di catturare la sua “napoletanità”. Non è stata solo una questione di lingua o di intonazione, perché per essere credibili bisogna saper restituire una caratterizzazione che non è solo geografica. Ho visto e letto molte opere di Eduardo De Filippo e molti film di Totò per aiutarmi in questa ricerca e spero di aver restituito bene il “tipo”. Mi sento molto vicina a questa ragazza che lotta per difendere le sue scelte, che non si accontenta delle sicurezze di un rapporto, ma vuole essere libera di essere se stessa e di rivendicare la sua libera femminilità. Ho rivisto tante cose di me, interpretandola.

Prima di questo “Sabato, domenica e lunedì”, è stata impegnata come protagonista del bellissimo “Giovanna D’Arco”, uno spettacolo, immaginiamo, di grande dispendio fisico, oltre che emotivo. Come lo ha preparato, le ha richiesto un training ad hoc? E che cosa le ha lasciato quando è finito?

Prima di frequentare l’Accademia Nazionale di Arte Drammatica “Silvio D’Amico”, ho cominciato con un teatro più fisico e di performance, dunque non ero particolarmente spaventata da quello che avrei dovuto fare in scena. In fase di preparazione mi sono affidata molto al mio istinto per poi “trovare” il mio corpo e ci tengo a sottolineare che Luca De Fusco mi ha lasciata molto libera in questa ricerca. Però, ed è bene sottolineare anche questo, ho lavorato molto anche nel mettere ordine, nel creare degli automatismi, perché altrimenti un personaggio di questo tipo, che ha bisogno di tanta forza, che possiede anche una sua certa “mascolinità” di azione, non riesci a domarlo. Potrei dire che attraverso il corpo mi sono sforzata di trovare tutta la grande poesia che permea dall’inizio alla fine questo spettacolo. Uno spettacolo che ho sentito molto, Giovanna è una guerriera che non si può smettere di amare.

A proposito di Luca De Fusco: in questi tre anni ha lavorato molto con lui. Ritiene che a teatro, come al cinema, sia importante affidarsi alle cure di un regista per trovare la propria “voce” più profonda?

Per molto tempo ho creduto che fosse così, ma oggi la penso diversamente. Spero di non essere fraintesa: con Luca, fin dai tempi di “Anna Karenina”, si è creato un rapporto di collaborazione molto importante. Lui mi ha dato fiducia, mi ha aiutato a sviluppare il mio modo di esprimermi e abbiamo creato un linguaggio comune che ora mi permette di capire in anticipo quello che si aspetta da me quando sono su un palco. Però devo dire che lo strumento più importante nella ricerca di un’identità artistica per un attore sia il suo “di dentro”. Un attore deve farsi continuamente delle domande, deve cercare continuamente di ridefinire se stesso attraverso i suoi rapporti con il mondo, con le sue personali esperienze. Per migliorarsi, bisogna imparare a stabilire la più profonda connessione possibile con se stessi, innanzitutto.

Torniamo un attimo allo spettacolo di Eduardo De Filippo e al modo in cui affronta certe dinamiche della vita familiare: a distanza di quasi 70 anni dalla sua uscita, in che cosa secondo lei questa opera si dimostra ancora attuale?

Io credo che abbia una capacità non comune di illuminare la disfunzionalità e l’incomunicabilità che molto spesso caratterizzano i rapporti familiari. Che sono difficili, pieni di contrasti, di non detti e che, proprio per questo motivo, sono in grado a teatro di evocare una grande tenerezza, di far emergere una certa infantilità. Il testo di Eduardo è magistrale in questo senso. È in grado di rimandarti subito alla mente cose che hai visto, vissuto e sentito nella tua propria esperienza familiare.

Quando ha capito che “da grande” avrebbe voluto fare l’attrice e perché?

Ho un’immagine ben precisa del momento: praticavo il teatro ancora come semplice hobby (ero iscritta alla facoltà di Economia) ed ero impegnata in un monologo su Artemisia Gentileschi diretto da Alfredo De Venuto. Nel momento in cui mi soffermavo sullo stupro patito dalla grande pittrice ad opera di Agostino Tassi, ho notato una ragazza in platea che piangeva a dirotto ed era preda di un’emozione evidentemente molto forte. È stato in quel momento che ho capito e scelto questo mestiere. Volevo suscitare nelle persone quel tipo di emozioni così forti. Chiaramente, negli anni successivi mi sono adoperata il più possibile per far sì che questo mio desiderio assumesse una giusta concretezza.

Le piacerebbe un giorno cimentarsi come regista e/o come drammaturga?

Al momento no, sono sincera. Ho sempre pensato di non essere molto brava a scrivere, anche se delle volte, rileggendo alcuni miei appunti a distanza di tempo, non li trovo così terribili come mi era sembrato la prima volta che li avevo letti. Più in là non lo so cosa potrà succedere, vedremo. Magari un giorno sentirò questa esigenza, chi può dirlo?

Si sta per chiudere un 2025 a dir poco ricco di soddisfazioni per lei. Cosa chiede al 2026? Ci sono già progetti in ballo? Magari qualcosa anche al cinema dove fino ad ora hai lavorato poco?

È stato un anno davvero molto importante per me, con la ciliegina sulla torta del premio “Le Maschere” a renderlo ancora più speciale. Sì, ci sono già dei progetti che mi vedono coinvolta, ma, purtroppo, al momento non mi è concesso di parlarne. Posso solo dire che avrò a che fare con personaggi molto importanti e che mi sono prefissa un obiettivo: dargli un’anima senza lasciare che il mio ego possa sporcarli, che è una cosa che purtroppo può capitare nel nostro mestiere.

Sul cinema che dire? Mi piacerebbe ma non ho fretta di farlo. Dovesse arrivare qualche buona occasione, proverei senza troppe esitazioni, anche per sperimentare altri modi di approcciare il mio lavoro che fino ad ora non conosco o conosco poco. Mi affascina soprattutto la possibilità di poter curare dei dettagli tecnici che magari in teatro non sono sempre percepiti dallo spettatore (penso ad esempio alla cura dello sguardo).

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