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Il fallimento come poetica: perché “Harry a pezzi” è uno dei grandi film di Allen

Redazione Posted On 14 Dicembre 2025
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Harry a pezzi è forse il film più scopertamente autolesionista di Woody Allen, quello in cui l’autobiografia smette di essere allusione elegante e diventa materia grezza, esposta senza protezioni. Un’opera sgradevole e vitalissima, che ride del proprio autore mentre ne certifica il fallimento umano, e che proprio per questo resta una delle sue prove più necessarie.

Uscito nel 1997, nel pieno della bufera privata e mediatica che investe Allen, Harry a pezzi non tenta alcuna fuga laterale. Al contrario, ingloba il conflitto, lo trasforma in struttura narrativa, lo esaspera fino alla caricatura. Il titolo originale, Deconstructing Harry, dice tutto: non un ritratto, ma uno smontaggio. Dell’uomo, dell’artista, del personaggio pubblico. Nessuna richiesta di assoluzione, nessuna strategia difensiva. Solo esposizione.

Harry Block è uno scrittore newyorkese di successo, specializzato nel cannibalizzare la propria vita e quella degli altri. I suoi libri funzionano, le sue relazioni no. Tre matrimoni alle spalle, una collezione di rancori lasciati sul campo, un figlio che non può vedere, ex mogli che lo detestano. L’arte procede per accumulo, la vita per macerie. Allen costruisce un personaggio volutamente repellente: narcisista, vigliacco, incapace di empatia. Un uomo che confonde sincerità e crudeltà, confessione e autoassoluzione.

La vicenda narrativa – il viaggio verso una laurea honoris causa che diventa odissea grottesca – è poco più di un pretesto. Conta la frammentazione, il continuo slittamento tra presente, memoria e finzione. Il film procede per episodi, racconti incastonati, deviazioni improvvise. La forma è instabile, nervosa, talvolta aggressiva: un montaggio che rifiuta l’armonia e cerca l’attrito, traducendo visivamente la mente disordinata del protagonista.

Leggi anche: Il ragazzo che annotava l’ansia: gli esordi di Woody Allen dal New York Times al Village

I riferimenti sono dichiarati: 8½ di Fellini, certo, e Bergman, soprattutto quello più cupo e punitivo. Ma Allen non imita: sporca, accelera, deforma. L’invenzione dell’attore fuori fuoco (Robin Williams), metafora fin troppo esplicita della dissoluzione dell’identità, resta una delle sue trovate visive più efficaci. Così come le apparizioni del diavolo, i personaggi che si disgregano fisicamente, le incursioni surreali che materializzano colpa, desiderio e paura.

L’umorismo, marchio di fabbrica alleniano, qui si fa più acido, meno conciliatorio. Le battute colpiscono basso, spesso infastidiscono, talvolta respingono. È una comicità che non cerca complicità ma resistenza. Harry non è un personaggio da amare, e il film non fa nulla per renderlo tale. La sua incapacità di amare, la percezione dell’intimità come minaccia, del matrimonio come prigione, non trovano redenzione. E proprio questa assenza di riscatto conferisce al film una rara onestà.

Il cast asseconda l’operazione con precisione chirurgica: Judy Davis è memorabile nella sua furia isterica; Billy Crystal incarna il successo normalizzato che Harry disprezza e invidia; Kirstie Alley offre una malinconia trattenuta; Robin Williams sorprende per sottrazione. Allen, dal canto suo, si espone come mai prima: il suo Harry Block è una maschera senza filtri, volutamente sgradevole, quasi un atto di sabotaggio del proprio personaggio pubblico.

Nel finale, quando le creature della sua immaginazione lo accolgono mentre la vita reale lo respinge, il film formula la sua tesi più amara: l’arte come unico spazio abitabile, non come salvezza ma come rifugio. La letteratura accetta ciò che la vita rifiuta. È una conclusione lucida, priva di consolazione.

Harry a pezzi è un film irregolare, eccessivo, talvolta irritante. Ma è proprio in questa sconnessione che risiede la sua forza. Non ha la leggerezza di Annie Hall né l’eleganza nostalgica di Manhattan. Somiglia piuttosto a un’autopsia condotta a cuore aperto. Una delle ultime vere esplosioni alleniane del Novecento: feroce, imperfetta, indispensabile.

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