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Il Coronavirus blocca anche la cultura: stop domenica gratis al museo

Federico Falcone

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Coronavirus, sospeso l’ingresso gratuito per la Domenica del 1° marzo nei musei, parchi archeologici e altri luoghi della cultura dello Stato in tutta Italia 

L’1 marzo, dunque, i musei saranno aperti secondo la prassi e ai costi normali, salvo altre limitazioni imposte per contrastare il diffondersi del coronavirus. La sospensione della gratuità è stata decisa per evitare il fortissimo incremento di visitatori che si verifica in occasione dell’azzeramento del costo dei biglietti.

Così il Ministro per i beni e le attività culturali, Dario Franceschini, al question time alla Camera dei Deputati ha annunciato la reintroduzione permanente delle domeniche gratuite a pochi giorni dalla #domenicalmuseo del 2 febbraio

“La sperimentazione dell’accesso gratuito nei musei e siti archeologici statali la prima domenica del mese ha avuto un grande successo. In alcune domeniche è diventata una vera festa di popolo, con più persone nei musei che negli stadi della serie A. Oltre 17 milioni da quando è stata istituita con alcune edizioni che hanno superato i 430.000 visitatori nei soli musei statali. Sia i numeri raggiunti che l’esigenza di stabilizzare un’abitudine, mi hanno portato a confermare la permanenza della domenica gratuita per tutto l’anno, sistema rivelatosi più efficace anche in termini comunicativi”.

“Ho perciò già inviato al Consiglio di Stato il nuovo schema di decreto che ritorna al sistema felicemente sperimentato dal 2014, che ha prodotto un significativo incremento della conoscenza e della fruizione del patrimonio e un aumento degli introiti: i dati evidenziano un rapporto virtuoso tra numero di accessi gratuiti e numero di visitatori paganti”.

Foto: Il Mattino di Padova

Fondatore e direttore responsabile del magazine The Walk Of Fame. Nato e cresciuto in Abruzzo, è diventato giornalista pubblicista dopo aver completato gli studi in Giurisprudenza. Appassionato di musica, cinema e teatro, avrebbe sempre voluto essere il Will Smith di Indipendence Day o, tutt'al più, Aragorn de "Il Signore degli Anelli". Vola basso.

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Dal Nobel per la letteratura all’esilio, l’incredibile storia di Alexandr Solženicyn

Per alcuni è stato tra i più grandi scrittori del Novecento, per altri, invece, una spina nel fianco. Per altri ancora una “penna” difficile da comprendere

Federico Falcone

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Per alcuni è stato tra i più grandi scrittori del Novecento, per altri, invece, una spina nel fianco. Per altri ancora una “penna” difficile da comprendere, proprio perché russa, quindi inevitabilmente pilotata da un determinato spirito patriottico. O forse no?

Aleksandr Solzenicyn è stato, molto più semplicemente, l’antonomasia della libertà di espressione e della scrittura scevra da condizionamenti e forzature politiche. La sua onestà intellettuale, la sua indipendenza di pensiero, infatti, non vennero mai piegate. Ancora oggi, per la letteratura sovietica (quella libera) resta un punto fermo.

Nato a Kislovodsk, è stato tra i primissimi a parlare apertamente e senza filtri dei Gulag, campi di lavoro riservati a dissenti e oppositori del regime dell’allora Unione Sovietica. In uno di questi, in Siberia, vi fu anche rinchiuso. Per otto anni. Ne aveva ventitré quanto venne arrestato perché, in una sua missiva diretta a un amico, ma intercettata dalla polizia sovietica, osò criticare Stalin. Era il 9 febbraio del 1945.

Pochi giorni prima, il 27 gennaio, con un gesto eroico salvò la vita ad alcuni suoi commilitoni. La spedizione tedesca in Russia, ultimo baluardo prima del crollo definitivo dell’Europa, era in affanno, disperata nel tentativo di fare breccia nell’Est. L’epilogo della Seconda Guerra Mondiale si decideva lì. Ogni assalto fu vano e venne dunque respinto. Solzenicyn, con il suo coraggio, con la sua tenacia e con la forte determinazione che lo contraddistingueva, guadagnò sul campo i gradi da capitano.

Gli anni spesi sul fronte lo portano a scrivere una delle sue opere più acclamate, “Agosto 1914“.

Fu durante la prigionia che gettò su carta”Una giornata di Ivan Denissovic“. Lo fece di notte, in semi oscurità, illuminato solo da una candela. L’opera racconta la giornata di un detenuto politico all’interno di un gulag. Su carta è impressa la sofferenza, la fatica, il dolore di chi, suo malgrado, si ritrovata costretto a vivere – se così si può dire – in quei campi di prigionia. Fame, sfinimento fisico e mentale e oppressione erano quotidianità.

L’opera verrà pubblicata in seguito, nel 1962, sulla rivista Novyi Mir. L’impronta anticomunista di Solzenicyn non piacque, ovviamente, al regime sovietico che non mancò di ostacolarlo.

La dura posizione dello scrittore verso lo stesso, considerato una conseguenza delle influenze politiche dell’Occidente piuttosto che una naturale evoluzione della cultura nazionalista del Cremlino, gli valse quindi il riconoscimento di “oppositore”. E, come tale, fu trattato. Nel 1970 il Nobel per la letteraturaper la forza etica con cui ha perseguito le indispensabili tradizioni della letteratura russa“. Per paura di ritorsioni lo scrittore non prese parte alla cerimonia di premiazioni.

Ritorsioni che puntualmente vi furono. Quattro anni dopo fu esiliato dall’Unione Sovietica, trovando rifugio in un ridente paese del Kazakistan. Ivi rimase fino al 1956, anno in cui Nikita Chruscev, concesse a lui, e ad altri, l’amnistia politica. Ritornò in Russia solo nel 1994, una volta sgretolatosi il sistema sovietico.

Con “Arcipelago Gulag“, tra le sue opere più famose, fu il primo a raccontare in Occidente l’inferno dei campi di prigionia sovietici. Secondo recenti stime si calcola che il libro, ad oggi, abbia venduto circa 30 milioni di copie. L’esilio negli Stati Uniti riportò in luce un suo vecchio amore: la letteratura. Tenne, in diverse università, delle lezioni, diventando una sorta di “mito” tra i teenagers dell’epoca che in lui vedevano l’archetipo del rivoluzionario. Nonostante ciò, però, Solženicyn, nei suoi discorsi pubblici condannò spesso la perdita di valori che aleggiava in Occidente. Morì a Mosca nel 2008, a 89 anni. Un anno dopo, Arcipelago Gulag, divenne lettura obbligatoria in tutte le scuole russe.

La sua indipendenza di pensiero influenzerà migliaia di scrittori e giornalisti russi. In loro infonderà il coraggio, misto a senso del dovere e responsabilità verso la società civile, di denunciare le perversioni di uno Stato profondamente contraddittorio e votato a un certo tipo di oscurantismo. Le cronache di questi giorni sono qui a ricordarcelo.

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A Roma gli artisti di strada da tutto il mondo per l’International Buskers Festival

redazione

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Tre giorni in cui la promenade del Porto Turistico di Roma sarà animata da cantautori, circensi, giocolieri e artisti che si esibiranno portando in scena la cultura Buskers. In arrivo la prima edizione del Roma International Buskers Festival, rassegna dedicata agli artisti di strada, che si terrà dal 18 al 20 settembre dalle ore 16:30 in poi.

L’evento sarà ad accesso gratuito per il pubblico, il quale sarà libero di mostrare il proprio apprezzamento nei confronti degli artisti lasciando un’offerta nel loro “cappello”.  L’allestimento della manifestazione verrà realizzato in collaborazione con Eventi di Cartone, scelta ecologica per rimarcare il messaggio sociale del Roma International Buskers Festival.

Ad aprire la manifestazione sarà il giovane Jacopo Mastrangelo che durante il lockdown con la sua chitarra dai tetti di Roma ha unito tutta l’Italia in un’unica melodia, divenendo simbolo di speranza e ripartenza. 

Due grandi nomi internazionali: Borja Catanesi il chitarrista valenciano eletto miglior Artista di strada del Mondo agli Universal Street Games nel 2018; Federico Nathan il geniale violinista uruguaiano famoso in tutto il mondo per i suoi progetti solisti e in ensemble che presenterà il suo AllOne Violin Solo Project. Tra gli artisti confermati durante le tre giornate di Festival: Dario Rossi e il suo Acoustic LiveMarco Sbarbati, e i finalisti del contest Lazio Sound della Regione Lazio

Il Ringmaster che animerà le postazioni buskers ed il main stage del Festival sarà Adriano Bono e le sue schegge impazzite di The Reggae Circus. Sarà inoltre presente la SiO Orchestra di San Fior e Godega (Veneto) composta da 48 giovani elementi, che ha ricevuto il Premio Civilitas “Civiltà nella Comunità” sotto l’alto patrocinio del Parlamento Europeo, che si esibirà in un’emozionante performance sul mare diretti dal Maestro Roberto Fantinel. 

L’evento è stato ideato ed organizzato da Gruppo Matches con la direzione artistica di Esound, in collaborazione con il Porto Turistico di Roma e il Patrocinio del Municipio X e di SIAE. La Radio Ufficiale dell’evento Dimensione Suono Roma. 

Per consultare il programma ufficiale: www.romabuskers.com

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Supernatural, invecchiare male per rimanere immortali

È notizia di pochi giorni fa: la serie ‘Supernatural chiuderà i battenti. Nessun flop, ma una fine decisa già da tempo. Ecco i motivi della decisione

Alberto Mutignani

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È notizia di pochi giorni fa: la serie ‘Supernatural’ ideata da Eric Pripke (The Boys) nel 2005 chiuderà i battenti. L’anno prossimo il pubblico americano, e con un po’ di ritardo quello italiano, assisterà alla fine della quindicennale epopea dei fratelli Winchester, interpretati da Jensen Ackles (Dean) e Jared Padalecki (Sam). Nessun flop, ma una fine decisa già da tempo.

Seguendo ‘Supernatural’, l’impressione che questo via vai di demoni e previsioni dell’Apocalisse biblica fosse arrivato alla frutta è sopraggiunta parecchie volte, soprattutto dopo il finale della quinta stagione, quando un cerchio si era chiuso e la storia aveva trovato un suo punto definitivo, in barba a chi voleva un proseguo che poi, invece, è arrivato a riaprire porte e portoni. Non piacciono i finali aperti, ce ne facciamo una ragione.

Eppure, nonostante il mio crescente disinteresse verso ‘Supernatural’, la notizia della sua chiusura mi colpisce particolarmente. Dopo l’avvento di Netflix e Prime Video, i due colossi delle serie in streaming, la qualità tecnica media delle produzioni seriali ha alzato notevolmente l’asticella. Sono nati degli instant classic come ‘Stranger Things’ e ‘La casa di carta’, destinati ad entrare, gusti a parte, in un’antologia futura dei must watch di quest’epoca.

È venuta fuori una nuova idea di serialità, più cinematografica, più ricca di personaggi, intrecci narrativi, e soprattutto con grandi partecipazioni dei volti più amati di Hollywood – ‘Kidding’ con Jim Carrey, ‘House of Cards’ con Kevin Specey, ‘The New Pope’ con John Malkovich e Jude Law. Davanti a questa rivoluzione di stile, nata con ‘Breaking Bad’, il primo vero fenomeno seriale degli ultimi dieci anni, molte serie tv non hanno retto il passo e sono crollate, nonostante la stima di pubblico e critica.

E quelle che non hanno cambiato cambiano pelle, per sopravvivere: possiamo dire che i ‘Simpson’ esistano ancora soltanto per i tagli ai personaggi politicamente scorretti e per i nuovi doppiatori a prova di sensibilità, che ogni tanto riescono a ritagliarsi due righe sui giornali. Entrano in scena personaggi omosessuali e qualche ruolo secondario diventa il braccio destro del protagonista perché nero, fino all’uscita di uno spin-off interamente dedicato: non è una polemica, sto riportando dei fatti.

In tutto questo garbuglio, ‘Supernatural’ resiste e va avanti con la stessa filosofia con cui era nata, quindici anni fa: un mondo mascolino, due protagonisti maschili che non perdono occasione per rimorchiare belle ragazze con frasi da uomini duri, niente personaggi femminili centrali – quelli più rilevanti sono cattivi di secondo piano –, niente personaggi omosessuali, niente temi caldi, niente messaggio sociale. Solo mostri, fucili e un po’ di spirito texano.  

Visivamente mai eccezionale, con una regia piatta, semplice, e delle sottotrame elementari e autoconclusive, tantissimi omaggi al mondo del cinema e della letteratura ed episodi metanarrativi, ‘Supernatural’ ha trovato la formula vincente per diventare immortale: rispondere alla rivoluzione del politicamente corretto mantenendo lo spirito della serialità pre-Netflix, per quel pubblico scarno ma ancora legato alla genuinità del prodotto senza discorsi tra le righe e occhiolini faciloni alle minoranze.

E così anche l’essenza stessa dell’orrore: ‘Supernatural’ non vuole avere i toni cupi che aveva, per esempio, la rilettura Netflix di ‘Sabrina’, di qualche anno fa. Al contrario, gioca su uno spirito goliardico, ludico: dopo aver creato un macrocosmo di demoni cristiani dagli atteggiamenti squisitamente pagani, richiamando un po’ l’immaginario di Lovecraft e unendolo a una bislacca lettura dei testi sacri, ha caricato questo universo di armi da fuoco, inseguimenti, battute da pub, rozzezza e un uso eccessivo del sangue, un gusto bambinesco per il massacro.

Tutto quello che pensiamo di aver perduto per sempre è in ‘Supernatural’, e ancora oggi esiste contro una generazione di cupi drammi sociali, senza identità come tutte le cose che mirano al sociale. Ed è per questo che la ricorderemo, quando non ci sarà più. In compenso, ritroveremo Jensen Ackles nella terza stagione di ‘The Boys’, vera degna erede di ‘Supernatural’.

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