Il Concerto di Natale con Riccardo Cocciante: il tempo delle cattedrali e delle emozioni [Live report]
Riccardo Cocciante è uno di quei nomi che attraversano i confini e le generazioni: un artista dal successo internazionale, amato in Italia e in Francia – i due Paesi da cui provengono rispettivamente suo padre e sua madre – e nei quali la sua musica ha saputo radicarsi con la stessa forza. Alla soglia degli ottant’anni, continua a portare sul palco il racconto di una vita, fatto di scelte, di sorprese e di emozioni vissute sempre autenticamente.
Per due serate consecutive è stato protagonista nella Cattedrale di Avezzano, sede della XXV edizione del Concerto di Natale. Un luogo che non fa semplicemente da cornice, diventando invece parte integrante del racconto: pietra, luce e silenzio che accolgono una voce capace di attraversare i decenni senza perdere intensità.
L’inizio del concerto è affidato a Cervo a primavera, che si presenta come un augurio condiviso, un invito a ritrovare una vita diversa. Cocciante introduce subito uno dei fili conduttori della serata: il destino imprevedibile delle canzoni, che nascono in un preciso momento e poi, per ragioni misteriose, rinascono altrove. Era già tutto previsto, scelta da Sorrentino come colonna sonora dell’acclamato Partenope, torna a vivere così, sotto le volte della cattedrale.
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La musica di Cocciante deve il suo successo a melodie capaci di parlare a tutti, ma anche una scrittura emotiva con cui Riccardo non ha paura di mettersi a nudo. Le sue canzoni sono racconti intimi condivisi e che trovano nuova vita in chiunque le ricanti: da chi ascoltava vinili o musicassette, a chi le urla disperatamente in macchina o sotto la doccia, dagli amici che si divertono nelle serate karaoke ai più grandi interpreti del panorama musicale italiano. Cocciante racconta infatti di un episodio condiviso con Rino Gaetano: per un’occasione speciale, si scambiarono i brani – “io cantavo Aida, lui A mano a mano“. Da questo ricordo nasce l’esecuzione della sua “A mano a mano“, restituita al pubblico non senza emozione.
Con Celeste nostalgia la luce si fa azzurra, il tempo rallenta nella cattedrale. Gli applausi accompagnano la fine del brano, come se il pubblico avesse bisogno di restare dentro quell’emozione ancora qualche istante. È una costante del concerto: le canzoni di Cocciante non chiedono di essere consumate, ma attraversate.
Prima di Notre Dame de Paris – Il tempo delle cattedrali, l’artista si sofferma sulla genesi di una canzone inizialmente non compresa, ma capace di resistere nel tempo proprio grazie alla sua atipicità. Quando intona È questo il tempo delle cattedrali, il parallelismo è inevitabile e potente: cantare i versi “La pietra si fa statua, musica e poesia/ E tutto sale su verso le stelle” all’interno della cattedrale di Avezzano moltiplica il senso del brano. Accanto a lui c’è Marco Vito, che collabora con Cocciante dai tempi del musical Romeo e Giulietta, in cui interpretava Romeo, e che lo affianca anche in questa occasione, sostenendo con la voce le parti più alte ed evocative della composizione.
Al centro della scena resta il pianoforte nero, suonato esclusivamente da Cocciante. Non è uno strumento di accompagnamento, ma un compagno di vita. Il suo rapporto con il piano è fisico, viscerale: lo percuote, lo accarezza, ci si alza sopra, come se ogni canzone dovesse passare prima dalle mani, dal corpo, prima ancora che dalla voce. Alla soglia degli ottant’anni, quel dialogo resta intatto, anzi sembra farsi ancora più urgente.
Quando finisce un amore segna uno dei vertici emotivi della serata. Al termine, la cattedrale esplode in un applauso lunghissimo. Cocciante suona con un impeto sorprendente: schiaccia i tasti con una forza che lo porta ad alzarsi in piedi, come se stesse riversando tutta la sua vita su quel pianoforte. È evidente che quella canzone, dopo tanti anni, continua a trascinarlo in un vortice emotivo potente. Quando accoglie l’ovazione, si stringe e strofina le braccia, non per il freddo, ma per placare i brividi – un gesto semplice, umano, che contrasta con la grandezza dell’artista internazionale che è. Quando finisce un amore è una canzone che arriva come un pugno, lentamente, e lascia il segno anche oltre la sua conclusione: durante Un amico in più molti hanno ancora gli occhi lucidi.
Con Vivi la tua vita, che dedicò al figlio Davide appena nato, il racconto si fa più intimo. Poi Cocciante riflette sul senso del successo e sulla sua durata: forse il segreto è la semplicità, una ricerca che non finisce mai. Una ricerca che prende forma in Poesia, in cui la parola si fa essenziale e la melodia resta il cuore pulsante.
Si siede al pianoforte. “Ah… e adesso” pronuncia Cocciante: le prime note di Bella senz’anima scatenano un coro spontaneo di “E adesso sieditiii”. Colpisce il contrasto tra la forza con cui suona e la tenerezza con cui, a fine brano, si abbraccia da solo. Nonostante una carriera internazionale e palchi prestigiosi, Cocciante continua a emozionarsi sinceramente davanti a un pubblico che lo applaude.
Racconta la vita come un fiume lungo e imprevedibile, e su questa consapevolezza prende forma Se stiamo insieme. Durante l’esecuzione si accendono le torce dei telefoni: centinaia di luci punteggiano la cattedrale, come stelle improvvisate, creando complicità tra palco e platea.
Introduce Margherita come una canzone nata in un momento storico difficile, durante gli anni delle rivolte universitarie, riconoscendo al pubblico il merito del suo straordinario successo. Le prime note bastano a scatenare l’applauso. È standing ovation. Il brano viene ripetuto a cappella, sorretto esclusivamente dal coro del pubblico nella cattedrale.
Dopo oltre un’ora Cocciante lascia il palco, ma il richiamo è immediato. Torna per ricordare che lo spettacolo è sempre uno scambio: lui offre la sua musica, il pubblico restituisce energia, forza, amore e il desiderio di continuare a raccontarsi. E così si lascia andare alle emozioni, intonando Io canto. Inizia quasi sussurrando al pianoforte, poi la voce cresce insieme al battito delle mani del pubblico, fino a riempire lo spazio sacro. È un inno, una dichiarazione d’identità, una promessa fatta prima di tutto a se stesso. Dice:
“Io canto. Forse perché non saprei cos’altro fare. Forse perché non l’ho scelto io, io credo di essere stato scelto. La musica mi ha scelto, mi ha dato questa vocazione. La musica è un linguaggio universale e spesso ce ne scordiamo. Solo con la musica si può entrare in altri mondi, arrivare a tutti. Certo la parola si aggiunge, ma le due cose insieme sono una cosa incredibile. Io canto… finché potrò, da artista non posso fermarmi. L’unica cosa che potrà fermarmi sarà il giorno in cui non ci sarò più. Però quello che spero è di lasciarmi dietro una scia. Così, io canto e canterò sempre”
È una dichiarazione che colpisce profondamente il pubblico: un artista consapevole dell’età che avanza, ma deciso a non smettere, a continuare a cantare e suonare finché ne avrà la forza.
Segue Questione di feeling, il brano legato all’insostituibile voce di Mina, che dal vivo trova nel pubblico l’unico possibile interlocutore. Cocciante si muove sul palco con leggerezza, si diverte, balla, come se il tempo non avesse più presa su di lui.
La chiusura del concerto è affidata a In bicicletta – non un brano struggente, ma una dichiarazione di fiducia nel futuro e voglia di vivere. A braccia aperte, a squarciagola, canta: “Io mi sto sempre più innamorando”.
Dopo i dovuti e sentiti ringraziamenti ai musicisti, ai tecnici e soprattutto al pubblico, Cocciante conclude in modo straordinario, regalando un canto natalizio eseguito in tre lingue: Astro del ciel/ Douce nuit/ Silent Night. Un augurio di Natale, di nuovo anno e, soprattutto, di pace. Un congedo semplice e solenne, come la sua musica.
(Fonte foto: Harmonia Novissima – Associazione Culturale/Facebook)



