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Interviste

Tra Fellini e Kusturica: il viaggio musicale dei Guappecartò

Eleonora Lippa

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Nati a Perugia ma emigrati a Parigi, Guappecartò è un quintetto strumentale da poco uscito con il nuovo album “Sambol – Amore Migrante”. Hanno una storia molto particolare: il destino ha fatto incontrare a Gubbio due degli attuali membri del gruppo in una liuteria. Hanno subito catturato l’attenzione dell’attrice Madeleine Fisher che li ha chiamati per la colonna sonora del suo film “Uroboro” e nel giro di pochi mesi hanno iniziato la loro traversata musicante verso Parigi.

L’album “Sambol – Amore Migrante” è dedicato a Vladimir Sambol, compositore degli anni ’30 nato a Fiume ed emigrato in Svezia dopo la Seconda Guerra Mondiale. Il progetto discografico contiene infatti 9 rivisitazioni delle opere del musicista, dove la scrittura è stata in alcuni casi fedelmente rispettata, in altri invece è servita a sviluppare brani profondamente diversi dall’originale a favore di una ricerca sonora inedita e atipica per il quintetto.

Ciao, ragazzi, benvenuti su The Walk of Fame. Vi va di presentarvi ai nostri lettori?

Siamo i Guappecarto’, un gruppo nato in Umbria nel 2004, anche se nessuno di noi é umbro. Componiamo i nostri stessi brani e abbiamo scelto il linguaggio universale della musica strumentale; c’è chi definisce il nostro genere “folk immaginario”; chi dice che viaggiamo tra Fellini e Kusturica. Una cosa è certa: amiamo la musica nelle sue infinite forme di espressione, e ne abbiamo ascoltata tanta. Ed è per questo che si possono ritrovare diverse influenze; dal Sud America, all’Africa e all’est Europa. Conserviamo l’eredità della melodia “all’italiana”, una melodia riconoscibile e fruibile, in maniera trasversale. I nostri strumenti sono: violino, fisarmonica, batteria e percussioni, contrabbasso e chitarra.

Il vostro nome è alquanto particolare, ha un significato preciso o nasce in modo casuale?

Tutto è nato per musicare la colonna sonora di una fiaba musicale scritta da Madeleine Fischer, “Uroboro”. Madeleine aveva messo insieme diverse persone, cantanti, attori, percussionisti, e il nucleo di quello che poi sarebbero diventati i Guappecarto’. All’inizio non sapevamo di essere un gruppo; fu proprio lei, a “farcelo notare”; e ovviamente ci esortò a trovare un nome. In principio era “e cumpar ‘e matrimonio do Guappecartò”, che dopo poco divenne semplicemente Guappecarto’. In napoletano questa parola in realtà è un insulto; è stato per noi un modo per non prenderci troppo sul serio, lavorando seriamente. Rappresenta l’eterna lotta tra l’essere e l’apparire… guappi, in apparenza, e “cartone”, ovvero sensibili, leggeri e profondi, con la nostra musica, con il nostro essere.

L’ ultimo album risale al 2015, siete al lavoro su qualcosa di nuovo?

In realtà nel 2016 abbiamo arrangiato brani di Stefano Piro (nostro produttore e direttore artistico) e Neripé. Da questa collaborazione è nato l’album “Amay”; album dedicato a 9 donne che nella storia hanno lasciato un segno indelebile. In seguito, sono usciti due audio libri, insieme all’attore Daniele Fior; poi abbiamo partecipato alla colonna sonora della piéce teatrale di Fabio Marra, “Ensemble”; abbiamo partecipato alla colonna sonora de “La gatta Cenerentola” e del documentario “Soyalism”; un altro documentario “Fuori tutto”; insomma non stiamo mai fermi. È appena uscito “Sambol – Amore Migrante”, e stiamo lavorando ad un prossimo album.

Come viene fuori una canzone “alla Guappecartò”?

Siamo tutti compositori. Ognuno di noi ha delle idee. Queste idee in seguito vengono arrangiate tra di noi e il nostro produttore Stefano Piro. La gestazione può essere anche molto lunga. Cerchiamo un equilibrio, cercando di esserne tutti contenti.

Quale spirito unisce il vostro gruppo?

La voglia di suonare, di raccontare storie con la musica, e di portare il nostro lavoro a più orecchie possibili.

Avete suonato in più di 1500 occasioni, vi siete abituati all’adrenalina prima dei concerti?

Per fortuna l’adrenalina c’è sempre. Grazie all’esperienza siamo riusciti a controllarla in maniera sempre più professionale, e soprattutto a divertirci il più possibile una volta sul palco.

Avete in programma date imminenti?

Il nostro tour continuerà per tutto il 2020, in Italia e in Europa. Invito tutti a visitare il nostro sito www.guappecarto.com, e i nostri social Guappecarto – Official websitewww.guappecarto.comBienvenus sur le site officiel du groupe de musique Guappecarto – Benvenuti sul sito ufficiale del gruppo Guappecarto – Guappecarto music official website

Lascio a voi le ultime parole per salutare i lettori di The Walk of Fame e, con l’occasione, svelare i progetti per l’immediato futuro

Se riuscite, venite a vederci in concerto. Grazie a Mirjam Sambol stiamo portando in giro una storia emozionante e commovente. La prova è l’affetto del pubblico che ci sta travolgendo. Ci sentiamo molto fortunati per questo. Un abbraccio a tutti i lettori di The Walk of Fame!

Studentessa di traduzione editoriale, innamorata della Spagna, del cinema italiano e delle parole di Alberto Moravia, coglie al volo la possibilità di uscire dalla suo comfort zone e visitare tutto ciò che è possibile. Gingerness e arrosticini come unico credo.

Interviste

Dario Vero firma la colonna sonora del nuovo Sushi Spaghetti Western: l’intervista

Antonella Valente

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Nel 1971 Sergio Leone regalava agli amanti del grande cinema, e non solo, il capolavoro di “Giù la Testa“, con le musiche di Ennio Morricone. Cinquant’anni dopo, il genere che ha contribuito a far conoscere al mondo il cinema italiano trova nuove forme nell’estremo oriente con il Sushi Spaghetti Western: un salto spazio temporale che segue, mezzo secolo dopo, la scia di grandi italiani con protagonisti ninja e samurai alle prese con scazzottate e fischiabotti.

Ultimo esempio delle nuove visioni del genere italo-western declinato in sushi, è The Ingloriuos Serf, che ha visto la produzione impegnata tra Giappone, Est Europa e Stati Uniti. A firmare le musiche è un italiano, il compositore Dario Vero, che per l’occasione ha diretto in presenza e a distanza un’orchestra internazionale di 88 elementi, con un’ospite d’eccezione: Tina Guo, violoncellista di Sherlock Holmes, Wonder Woman, Inception e altri grandi kolossal d’oltreoceano degli ultimi 20 anni.

The Ingloriuos Serf è una colonna sonora inusuale e originale di 42 tracce orchestrali e sinfoniche, in cui il mandolino incontra il koto, una sorta di arpa giapponese, le chitarra slide tipicamente western, i tamburi Taiko giapponesi, l’Erhu e lo scacciapensieri, di Morriconiana memoria, in combinazione della americanissima chitarra elettrica col wah wah nelle scene action.

Compositore, orchestratore e direttore d’orchestra, Dario Vero scrive musica per serie tv, film, animazione e video games. Si diploma e laurea in Italia, presso i conservatori di Santa Cecilia e Licino Refice e si specializza negli States e in Austria sotto la guida di Joe Kraemer (Mission: Impossibile Rogue Nation, Jack Reacher, The Way of Gun) e Conrad Pope (Star Wars, Jurassic Park, Harry Potter, The Matrix, Terminator). Vanta collaborazioni con società italiane e internazionali quali Discovery Channel, Toon Goggles, FilmUa, Rai, MondoTv Iberoamerica, Star Media, Casablanca Brazil, Animagrad, AudioWorkshop, Mediaset.

Dario, come ci si sente a dirigere 88 musicisti sparsi in tutto il mondo per un progetto così importante?

Ci si sente parte di qualcosa di grande. Essere stato scelto tra tantissimi compositori, in un panorama internazionale, mi ha molto lusingato. Dunque ho dato il massimo, cercando di divertirmi. Ma ho anche, come ovvio che sia, sentito la responsabilità sulle mie spalle. Il segreto è scindere. Da un lato le grandi responsabilità e dall’altro l’aspetto ludico. Devi saper gestire le scadenze, perché l’investimento che è a monte è enorme e i produttori ripongono la loro fiducia in te (e anche i tanti soldi investiti). Il tutto ricordandosi la sempre verde regola: “se non ti diverti non funziona!”

Come ti sei avvicinato al progetto che ha visto l’uscita del film “The Inglorious Serfs”?

Ero a Kiev con la crew audio/video di “Mavka the Forest Song”, un grosso progetto al quale sto lavorando da un po’. L’ingegnere del suono mi dice “Sai, sto lavorando al mix di una film unico nel suo genere”. Me ne ha parlato un po’. Mi ha fatto incuriosire. Poi mi ha chiesto di partecipare. I produttori mi volevano nel progetto e Max (il fonico di mix, appunto) è stato il link tra me e la produzione

Cosa pensi del “Sushi Spaghetti Western”? Pensi tenda ad emulare i vecchi Spaghetti Western o che ne rappresenti un omaggio?

Penso ci siano vari topoi in comune con “il vecchio western”. Ma al contempo c’è un che di nuovo, di fresco, in questo film. L’elemento Sushi ha dato una particolarissima svolta all’azione. Ci sono anche omaggi ai classici del genere naturalmente !

Hai composto musiche per molti progetti e lavorato con artisti importanti: c’è un progetto che ti ha visto coinvolto in maniera diversa? o che ricordi con maggiore affetto e legame?

Sono sempre molto coinvolto. Questo lavoro è cosi. Se un progetto non mi convince non posso sposarlo. Ricordo ogni dettaglio di ogni produzione. Direi che, per ragioni anche di carattere umano, il progetto che mi è più rimasto nel cuore è “The Stolen Princess”. Un lungometraggio di animazione internazionale uscito in 52 paesi (a breve anche in Italia, distribuzione Rai). Penso che anche ascoltando la colonna sonora (disponibile su internet e su tutte le piattaforme) si capisca quanto io mi sia divertito.

Vista la grande tradizione italiana in fatto (ovviamente) di spaghetti western, oltre ai film del duo Leone/Morricone ti sei ispirato a qualcuno in particolare?

Ho, ovviamente, ascoltato con enorme attenzione non solo la mia voce interiore, ma anche le idee del regista Roman Perfilyev ! Lui è uno specialista del “genere”. Ama molto l’horror e il thriller e conosce bene tutti i meccanismi che sono dietro questi film. Insieme abbiamo lavorato molto sulle “atmosfere” e sui suoni. Il lavoro invece svolto sul materiale tematico è nato spontaneamente e senza ispirarsi a qualcuno o qualcosa in particolare. È  chiaro che alcuni elementi sono proprio delle invenzioni di Ennio Morricone. Ad esempio la chitarra elettrica con tremolo e i castagnetti.

Al giorno d’oggi è ancora preferibile lavorare con orchestre? quanto sono cambiati i modo di lavorare, in quel settore,rispetto proprio a Ennio Morricone?

Io preferisco lavorare con l’orchestra. Non faccio parte della vecchia guardia per ragioni anagrafiche. Pero il mio workflow assomiglia molto a quello dei compositori del ‘900. Mi piace scrivere i temi, poi orchestrarli e infine eseguirli dal vivo. È un’altra cosa ! Mi piace anche sperimentare con l’elettronica. Ma quando lavoro con i suoni “veri”, con le persone, mi sento a casa.

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Interviste

Street art, geometrie e working class: New York fotograta da Marco Cimorosi

Federico Falcone

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New York è una città, è un’opportunità, è un sogno. È l’alba di una seconda, terza, quarta vita. È il tramonto di una prima, seconda o terza esistenza. A New York accade tutto e il contrario di tutto. New York, infatti, è tutto e il contrario di tutto. E’ un’anima inquieta e ambiziosa, determinata e fragile.

La Grande Mela non sempre si può descrivere con parole o immagini e, in alcune circostanze, immortalare uno spaccato di vita attraverso uno scatto preciso e puntuale può contribuire a farsi un’idea di una tra le metropoli più affascinanti al mondo. Marco Cimorosi, fotografo abruzzese, lo sa bene. Ha da poco pubblicato “Fotografare New York City“, sottotitolando l’opera “Aritmiche visioni metropolitane“.

Un libro, una testimonianza della vita newyorkese, immortalata in quasi duecento pagine. Con i contributi di Saro Di Bartolo, Luca Maggitti e Paolo Di Vincenzo, la raccolta fotografica di Cimorosi è imprescindibile per chiunque ami la “città che non dorme mai”, la fotografia e soprattutto la vita di strada. Potremmo parlare per giorni di un lavoro così completo e paradigmatico della città simbolo degli Stati Uniti, del capitalismo esasperato e dell’indigenza assoluta. Abbiamo provato a raccontare il tutto attraverso quest’intervista.

Per usare le sue parole, “New York è talmente sorprendete che ormai non mi sorprende più“. Cosa, allora, continua a incuriosirla e ad affascinarla della Grande Mela?

Il principale motivo per cui vado a New York è perché mio figlio vive e lavora lì da undici anni. Le prime due volte che sono andato a NY ci voleva una guida che mi spiegasse tutto. In quelle circostanze fu mio figlio. Si resta imbambolati da un ritmo frenetico, ci si muove a ritmi assurdi e c’è voluto tempo per metabolizzare quel modo di vivere. Con gli anni questo stupore iniziare si è tramutato in un ambiente più famigliare. Quando sai come muoverti è tutto diverso e non ci vuole qualcuno che ti indichi cosa fare e come farlo. Sai anche cosa aspettarti. Di NY mi affascina il suo essere in continuo movimento, ogni volta che vado trovo qualcosa di nuovo e imprevisto che muta costantemente. Sulla scia di ciò, però, avendolo ormai compreso a fondo, riesco a muovermi meglio.

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Quanto conta l’essere preparati, il sapere cosa aspettarsi e quindi avere già idea di cosa fotografare e come farlo?

Per fotografare è essenziale essere preparati. Non si può essere sprovveduti e tirare fuori la macchinetta all’ultimo momento. Occorre avere un’idea, passo fondamentale per capire cosa e come fotografare. Se ad esempio vai a Time Square o sulla 5th Avenue è tutto frenetico e può accadere qualsiasi cosa da un momento all’altro. A Soho o nei quartieri più bassi, invece, è più tranquillo.

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Come scegliere quando scattare e quando no? Quale discrimen c’è alla base della scelta di immortalare un momento?

Faccio un esempio, di un episodio accaduto a Pescara. Andai a fare delle foto street al porto. Mi misi a chiacchierare con un pescatore che stava rammendando delle reti. Volevo immortalarlo con uno scatto. Alla fine non l’ho fatto, perché mi sono soffermato ad ascoltare le sue storie, le difficoltà dell’andare in mare, i periodi di magra. Sono rimasto rapito e affascinato e non ho scattato nulla, ho solo tenuto a mente quanto detto. La fotografia street è un piacere, non un obbligo. Se mi piace fare la fotografia la faccio subito, sono anche disposto a disturbare la quiete della persona ritratta. Altre volte no, preferisco lasciare la foto memorizzata in testa. A volte rimane nella memoria e quindi, se dovesse ricapitare un’esperienza simile, posso ripetere la storia di fare la foto come e quando voglio. Ma è una decisione immediata, frutto del momento. Se un qualcosa mi attira, scatto. Questo nella maggior parte dei casi.

Cosa non le piace fotografare?

Il mio stile fotografico non contempla il ritrarre i disagi gratuitamente. E’ un mio modo di vedere la fotografia. Se mai dovessi realizzare un servizio commissionato sugli homeless, ad esempio, le foto le farei. Ma se c’è uno scopo. Per un motivo nobile. Altrimenti no, mi disturba, non mi piace fotografare il dolore.

New York ha tante identità e tante anime e, proprio per questo, forse non ne ha una ben precisa. Che idea ti sei fatto di ciò? Quale credi che sia l’anima della città?

Ve ne sono tante. Ma è talmente vasta che è difficile raffigurare NY con un solo scatto. Non si può, non ci si riesce. Non c’è un’immagine che potrebbe raffigurare interamente la mentalità newyorkese. C’è molta tolleranza. Ad esempio per quanto riguarda le foto in strada le persone sono abituate a fotografi che ti scattano fotografie. E non si lamentano, non dà fastidio. Un giorno andai per strada, a una signora al mio fianco cadde un qualcosa vicino al suo cagnolino. Mi abbassai con lei, le faccio la foto, mi rialzo, lei non batte ciglio. Impassibile. Questo mi ha destabilizzato, non mi aspettavo tanta tranquillità. Per raffigurare NY forse serve immortale la frenesia.

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Tra le classi sociali più identitarie della città, troviamo gli appartenenti alla working class e alla street art…

La street art è nata come simbolo di protesta, iniziata dal ceto più basso, quello più popolare che aveva necessità di urlare la propria voce. Poi è stata accolta, si è evoluta, non dava più fastidio e questo ha fatto si che potesse attecchire anche in altri quartieri. Magari a Manhattan è complessa da realizzare, ha altre caratteristiche. Ma a Brooklyn, ad esempio, ne è pieno. Gli artisti necessitano di posti simbolo e una volta che hanno elaborato la propria opera possono svilupparla e consolidarla all’interno della città e della società. Anche i padroni delle abitazioni che vedono i propri muri graffiati, sono più tolleranti. Inoltre, se commissionata, è pienamente legale. Riguardo la working class: mio figlio abita nel New Jersey devo attraversare il ponte Washinghton e poi andare verso Manhattan e oltre per girare. Ogni volta mi trovo assieme a pendolari di tutte le classi sociali, dagli operai con i caschi sporchi di vernice a persone con la ventiquattrore che si recanoin ufficio. Negli States il lavoro è sacro, viene prima di tutto il resto. Con il covid è uguale. Il contagio è alto perché il lavoro è primario, non si chiude così facilmente come da noi. Nell’ufficio con mio figlio c’era un dipendente con il covid, così come il suo datore di lavoro. Per loro è normalità, il lavoro viene prima di tutto. Il lavoro è l’anima di New York.

New York è un set cinematografico a cielo aperto, lo sappiamo. Quali sono, però, gli angoli più nascosti o gli scorci meno rappresentativi che comunque l’hanno particolarmente colpita?

In questi anni mi sono imbattuto in diversi set cinematografici. Sai cosa fanno? Se il set è grosso bloccano interi quartieri. Letteralmente. Magari vedi che si incolonnano camion di attrezzature o barriere. Capita di frequente. Di posti inusuali ce ne sono, anche se non li abbiamo visti tutti quanti. Se si vanei quartieri più a sud si trovano edifici e costruzioni più bassi e contenuti in termini di altezza e grandezza, non ci sono più i grattacieli di Manhattan ma posti più caratteristici. Ci sono case in mattoni, basse, con piccole scalette con ai bordi cancelli in ferro battuto e sono tutte alberate. Se venissi proiettato in quel luogo a occhi chiusi, non crederesti di essere a New York, è molto diversa dal caos che uno immagina.

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La fotografia cattura l’attimo e lo consegna alla storia. Rivedendo i propri scatti, però, le è mai capitato di cambiare la percezione di quei momenti?

Ci sono degli scatti a cui tengo più di altri, questo si. Mi hanno fatto riflettere molto. Alcuni esempi: quello di una signora seduta dentro al ristorante (una delle prime del libro) mi è rimasto particolarmente nel cuore. Ciò che incoraggio a fare, quando si fanno fotografie di questo tipo, è fantasticare. Immaginare, farsi venire in mente delle cose diverse dall’evidenza. In quella foto non sono andato via con un senso di tristezza, perché ho comunque visto la volontà di andare avanti. La volontà di integrarsi, vedere posti e gente è più forte della condizione attuale che si vive. E’ una foto molto impattante che porto nel cuore. Le foto sono come figli, ognuna ha una sua storia. C’è il clochard con un carrellino con un cartello con scritto “persone stupide governano il mondo”. Mi guardava, ma non potevo fare a meno di fotografarlo. Oltretutto era in una via affollatissima. Un messaggio umile di una persona che dice molto della verità che ci circonda.

Altre foto impattanti sono quelle che ritraggono le proteste di piazza…

Le proteste di piazza aprono un altro capitolo. Non è che mi rimangio le parole scritte nel libro, ma gli ultimi avvenimenti mi hanno fatto riflettere (si riferisce ai fatti di Capitol Hill, a Washington, nda). Lì ero in una piazza, era tranquillo ed è andato tutto bene. Ma vedendo quello che è accaduto a Washington d’ora in avanti andrò sempre con un approccio diverso perché gli stupidi sono ovunque. Qualsiasi manifestazione può degenerare. NY è la città delle manifestazioni, tutte molto tranquille per la verità. Sono rimasto un po’ meravigliato anche dai cartelli che vengono realizzati, spesso casarecci, fatti sul momento, scambiati, sono tutti molto spontanei. In queste foto che ho raffigurato gli autori li mettevano raccolti in piazza, ognuno li poteva prendere e usarli per protestare, erano a disposizioni di tutti. Mi è rimasta impressa anche la protesta animalista, dove hanno unito delle registrazioni di animali che stavano morendo. E’ stata forte, difficile da digerire. A un certo punto c’è stato il silenzio con l’audio degli animali morenti. Sono rimasto frastornato. Ho ripreso a fotografare solo dopo aver trovato il coraggio. Una manifestazione pacifica è sempre impattante. Ma la violenza no.

Quale criterio adotta per pubblicare una foto in bianco e nero oppure a colori?

Di alcune ho realizzato più versioni, ma va molto in base alla sensazione di dove voglio che la foto vada. Anche rispetto ai colori che sono dentro. Il colore purtroppo ha il difetto che non sempre è abbinabile. Magari una persona e i suoi oggetti sono di colore differenti e messe in un fotogramma potrebbe stonare, distorcere il messaggio che si vuole mandare attraverso la fotografia. Ovviamente da un punto di vista tecnico. A volte la scelta del bianco e nero è quasi obbligata. La foto della signora che viene coperta dal giornale è in bianco e nero perché a colori non garantirebbe lo stesso effetto. Vi è una dissonanza che distorce il messaggio e il valore delle scatto.

La fotografia “geometrica”, invece, l’appassiona?

La fotografia geometrica porta a essere per forza precisi. La precisione passa in secondo piano in alcuni momenti, come la street art dove l’azione di ciò che sta facendo la persona è preponderante rispetto a ciò che fa. Ma nella fotografia geometrica la precisione è tutto. L’architetto che elabora i progetti intende lanciare anche un certo messaggio e la difficoltà di scattare una foto a quei soggetti è proprio quella di cogliere il messaggio. E’ difficilissimo, ma è altrettanto stimolante. Dietro lo scatto c’è un ragionamento quasi matematico.

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Emozioni e suggestioni sono alla base della fotografia?

E’ ciò che mi auguro! Solo con la tecnica non si va da nessuna parte, servono emozioni e sensazioni, capire cosa una situazione trasmette e lasciarsi trasportare. Le questioni tecniche devono essere talmente acquisite che devono uscire fuori in automatico.

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Interviste

Astol, un teen idol da disco d’oro: “Grazie ai social ho fatto conoscere la mia musica”

Alessio Di Pasquale

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Dal 10 dicembre è disponibile in radio e su tutte le piattaforme streaming Vediamoci Stasera” il nuovo singolo di Astol con LDA e Robledo.

Dopo il grande successo del romantico tormentone estivo “Sangria” con Emma Muscat, certificato oroAstol, con la fine dell’estate, ha posto le basi per il suo nuovo progetto discografico. Ha dato vita così, a partire da un ritornello scritto a quattro mani con Francesco “Francis” Conteddu, a “Vediamoci Stasera”, brano unico, innovativo e caratterizzato da sonorità spiccatamente reggaeton, genere di cui Astol, tra gli esponenti italiani, è uno dei principali protagonisti.

Classe 1995, Pasquale Giannetti, in arte Astol è nato in provincia di Napoli, ma romano d’adozione. Inizia la propria carriera artistica nel 2013 pubblicando su YouTube i suoi primi brani, seguiti da videoclip che attualmente contano milioni di visualizzazioni. Nel 2018 partecipa, insieme ai principali influencer italiani, al The Hottest Summer 2018 a Malta e successivamente al The Hottest Winter 2019 a Canazei, contest trasmessi su Real Time.

Nel 2018 pubblica l’album di debutto “Astol”, che sancisce il suo debutto ufficiale per l’etichetta Believe, sotto la produzione di Jeremy Buxton. Un concept album che suona fresco, con strumentali inspirate al pop d’Oltreoceano, dalle influenze latino-americane, frutto del lavoro di Astol insieme al suo producer. Nel 2019 Astol dà vita, insieme all’artista Daniel, al duo reggaeton DASTOL.

Gli artisti diventano in breve tempo dei veri e propri teen idol collezionando milioni di streaming su Spotify. Il primo singolo del duo è “Fuoco”, connubio perfetto tra trap e reggaeton, seguito da “Proibito”, “Fulmine” e “Momenti”, brani dagli oltre 17 milioni di stream su Spotify. Dopo il duo con Daniel, Astol ritorna al proprio progetto collaborando con Don Joe nel brano “Jingle Bell Trap” e pubblicando i singoli “Princesa”, “Diabla”, “Mondo” e “Sangria” che è stata un’indiscussa hit dell’estate 2020. Sta attualmente lavorando al nuovo album di cui “Vediamoci Stasera” è il primo singolo.

Chi è Astol? come si avvicina a questo mondo?

Un romantico amante. Ho iniziato tra i banchi di scuola, in realtà penso di essere sempre stato un cantante, o almeno, anche da piccolo in qualche modo sognavo che un giorno avrei dovuto esserlo. Inizio ufficialmente a provare a realizzare il mio sogno pubblicando in maniera indipendente le mie canzoni nel 2016.

Se potessi descriverti usando un solo aggettivo quale sceglieresti, e perché?

Galante. Il modo di fare è il nostro biglietto da visita

“Vediamoci stasera, ti porto sulla luna”. Come hai vissuto e come stai vivendo invece questa privazione della libertà di uscire anche solo di casa senza portarti dietro l’autocertificazione?

Con responsabilità e speranza. Rispetto le regole e sogno il momento in cui questo momento finisca. Cerco sempre di confortare le persone che ho intorno, di star loro vicino nei loro momenti più delicati. 

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Cosa significa per te fare musica? È una forma di espressione di te stesso, una semplice valvola di sfogo personale o entrambe?

È il modo per esprimermi, spesso è stata uno sfogo, è il mio modo per raccontare la mia storia.

Sei seguitissimo sui social, che rapporto hai con questi?

Ho tanta gratitudine verso chi mi segue, cerco di coinvolgere i miei fans in tutto ciò che faccio e vorrei fare sempre di più. Con i social ho iniziato a far conoscere la mia musica. I social sanno essere il posto ideale dove poter costruire un percorso, ovviamente con tanti sacrifici e determinazione, fondamentale è per me la qualità dei contenuti e la passione che metto in tutto ciò che faccio.

Hai un certo magnetismo sui giovani. Quali consigli ti senti di dare a questi ultimi che come te che stanno affrontando questo difficile momento storico, per aiutarli a superarlo?

Di informarsi su ciò che accade nel mondo, di utilizzare il tempo per imparare cose nuove, di non arrendersi mai, di impegnarsi per realizzare i propri sogni. Nell’attesa del momento in cui potremo di nuovo abbracciarci. Non vedo l’ora!

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