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Gigi Proietti ricorda Vittorio Gassman: feste surreali, corse al volante e un disperato bisogno di amici

Federico Falcone

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Vittorio Gassman e Luigi “Gigi” Proietti sono tra gli attori italiani più talentuosi e amati del ‘900, appartenenti entrambi a una scuola teatrale elitaria, tanto per qualità quanto per carisma. Quando Proietti aveva alle spalle pochi anni di carriera, sufficienti però a fargli spiccare il volo, Gassman era già un volto affermato dello spettacolo. Ricercato, ambito, idolatrato. Il futuro maresciallo Rocca non ha mai nascosto l’influenza che l’attore genovese ha avuto sul proprio percorso artistico, nonostante l’esordio di Gassman a teatro avvenne con “Ma non è una cosa seria” di Pirandello, un teatro dai connotati più tradizionali rispetto a quello avanguardistico in cui Proietti mosse i suoi primi passi.

“Era una persona piena di vita, adorava le feste. Ne organizzava a migliaia, nei posti più disparati. Una volta ci invitò in aperta campagna, in un posto che bisognava raggiungere a dorso d’asino. La riuscita di una festa lo gratificava più di un successo a teatro. Amava tutti i giochi che si facevano in quelle occasioni perché gli davano la possibilità di dimostrare tutte le sue doti, prima fra tutte la prestanza fisica”, ricorda Proietti nella sua autobiografia “Tutto sommato…qualcosa mi ricordo” del 2013.

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Un’amicizia, quella con Gassman, che li ha accompagnati per lunghi anni, fino alla morte di quest’ultimo nel 29 giugno del 2000. Una stima reciproca, ma anche una consapevole conoscenza delle qualità umane e artistiche che ne hanno contraddistinto vita e carriera. “Ci sono tre giovani interessanti: Carmelo Bene, Ernesto Colli e Luigi Proietti“, disse Gassman intorno alla metà degli Sessanta, quando Proietti era ancora un prospetto tutto da coltivare.

Stare in sua compagnia era uno spasso, a me che non fosse al volante“, prosegue Proietti nel suo racconto. “Ho sempre cercato di evitare di salire in macchina con lui alla guida: chi ci andava ne usciva con i capelli dritti. A Napoli me lo raccontò lui stesso, al ritorno da un party pieno di stelle del cinema. Si era formata una colonna d’auto con a bordo tutti gli invitati. Vittorio accelerò spazientito e con la sua Porsche tagliò letteralmente in due una 500. La signora al volante dell’utilitaria era bloccata tra le lamiere e lui si precipitò per rassicurarla e rassicurarsi. Era illesa. ‘Signora, mi scusi tantissimo, sono desolato, è tutta colpa mia: per il danno non c’è problema, le do subito i miei estremi’. Accorsero a sincerarsi anche Nino Manfredi, la Loren, Alberto Sordi e Claudia Cardinale”.

Era una personalità molto più complessa di quanto non lasciasse intendere la sua immagine di uomo vincente, dotato fisicamente e colto. Aveva un costante bisogno di amici e per questo si circondava di gente che conosceva anche nei contesti professionali

“Lavorare con Vittorio è stato bellissimo, tutte le volte. Rimpiango di non aver calcato insieme a lui il palco di un teatro. E dire che, quando l’occasione si è presentata, ci ho rinunciato di proposito. Stava per portare in scena il Otello e mi offrì il ruolo di Jago. Dovete sapere che ogni volta che si recita quest’opera di Shakespere, fra gli attori che interpretano Otello e Jago si instaura una vera e propria competizione. Non è solo un vezzo da istrioni: quella tensione fra i due personaggi fa proprio parte dell’opera, è scritta nel testo, quindi se uno accetta di interpretare uno di quei due ruoli deve essere anche pronto ad affrontare il duello di recitazione che quella scelta comporta”.

“Non mi sentivo pronto. Un po’ perché non mi credevo adatto, ero ancora nel pieno di “A me gli occhi, please” e le mie sperimentazioni puntavano in un’altra direzione, un po’ perché non volevo raccogliere il guanto di una sfida che per me poteva essere suicida. ‘Vittorio – gli dissi – lo sai come funziona sta storia fra Jago e Otello, se vinci tu me ce rode, se vinco io mi dispiace, mi sa che è meglio che andiamo a cena e restiamo amici’. Non me ne sono mai pentito abbastanza“.

Fondatore e direttore responsabile del magazine The Walk Of Fame. Nato e cresciuto in Abruzzo, è diventato giornalista pubblicista dopo aver completato gli studi in Giurisprudenza. Appassionato di musica, cinema e teatro, avrebbe sempre voluto essere il Will Smith di Indipendence Day o, tutt'al più, Aragorn de "Il Signore degli Anelli". Vola basso.

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L’italiano che ha ispirato Indiana Jones: Giovanni Battista Belzoni

Licia De Vito

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Il 20 Febbraio del 1817 l’esploratore padovano Giovanni Battista Belzoni partiva per il suo secondo viaggio archeologico alla volta di Karnak, poco dopo avrebbe scoperto Il sarcofago di Ramses III. Ma come era arrivato fino a lì? Chi era l’italiano che aveva aperto al mondo le porte dei misteri dell’antico Egitto?

Alto 2 metri e 10, tutti lo chiamano “il gigante italiano”. Dopo una vita spericolata, degna del più avventuroso dei romanzi, in cui aveva venduto talismani a Parigi, era sfuggito alla leva obbligatoria fingendosi monaco, aveva lavorato nei teatri inglesi come il gigante “Sansone Patagonio” o “the great Belzoni” (titolo che si porterà dietro per sempre); già barbiere, attore, ingegnere, finalmente diventa archeologo. Di fatto il primo, “vero”, egittologo della storia. Fu la prima persona ad arrivare al centro della seconda piramide di Giza e il primo europeo a visitare l’Oasi di Siwah. Nel 1823, a quarantacinque anni, morì di dissenteria nel tentativo di raggiungere la misteriosa città di Timbuktu.

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Fu proprio l’esistenza fuori dal comune di quest’uomo, che passò dal voler diventare ingegnere idraulico a scavare tra le sabbie del tempo e riscoprire le tombe degli antichi faraoni, a ispirare George Lucas per il personaggio di Indiana Jones.

La vita di Belzoni

Nato a Padova nel 1778 da Giacomo Belzon, barbiere, e Teresa Pivato, una donna altissima da cui il piccolo Giovanni, ultimo di 4 figli, riprese sia la statura eccezionale che l’ego. La mente e la forza del giovane sembrano essere straordinari. Paragonato a Ercole e dotato di un’intelligenza fuori dal comune, giovanissimo fugge a Roma per unirsi a un circo itinerante. Gira tutta l’Europa e si ferma a Londra all’inizio dell’800. Qui diventa immediatamente famoso grazie alle sue esibizioni al teatro Sadler’s Wells, dove è noto come “Signor Giovanni Belzoni – The Patagonian Sampson (Il Sansone della Patagonia)”. Saliva sul palco e sembrava un autentico prodigio della natura: alto due metri, i capelli rossi, gli occhi azzurri. Indossa un copricapo di piume, ha il torace nudo e un gonnellino di pelle. Sembra proprio uno di quei selvaggi della Patagonia, uomini esotici mai visti ma entrati nell’immaginario europeo dopo le descrizioni del navigatore vicentino Antonio Pigafetta che aveva partecipato alla spedizione di Ferdinando Magellano e che completò la circumnavigazione del globo dopo che quest’ultimo morì. I resoconti di viaggio di Pigafetta (“La Relazione del primo viaggio intorno al mondo”) destarono un enorme interesse nell’opinione pubblica europea, grazie alle descrizioni di mondi fino ad allora sconosciuti e lontanissimi.

Durante i tour teatrali in Gran Bretagna, Belzoni conosce la sua futura moglie Sarah Banne, che lo accompagnerà in tutte le sue spedizioni. Di lei racconta niente di meno che Charles Dickens in un articolo dal titolo “The Story of Giovanni Belzoni”.

Nel corso di un viaggio a Malta, Belzoni conosce Ishmael Gilbratar, un agente commerciale di Mehemet Alì, il pascià d’Egitto che fu fondatore del moderno stato egiziano. Il pascià cercava tecnici per rendere più efficiente la gestione delle acque del Nilo e Belzoni aveva in mente una macchina idraulica rivoluzionaria. Durante il suo periodo di permanenza nel paese nord-africano conobbe l’esploratore svizzero Johann Burckhardt, che aveva scoperto la città di Petra in Giordania, che nel frattempo si era convertito all’Islam e che si faceva chiamare Sheikh Ibrahim.

Le scoperte

Fino al 1816 Belzoni si dedica alla costruzione della macchina idraulica che gli aveva commissionato Mehmet Alì. Quando il progetto non ha l’esito desiderato si pone davanti al padovano  la possibilità di tornare indietro e riprendere a calcare i palcoscenici inglesi. Il destino volle ivece che facesse la conoscenza di Henry Salt, nuovo console britannico ad Alessandria d’Egitto, molto interessato alle antichità egizie. Dopo la Campagna D’Egitto di Napoleone (1798-1801), i resti del glorioso passato egiziano divennero di gran moda in Europa e Salt si era messo in testa di rifornire di reperti il British Museum, che l’aveva finanziato nella sua missione diplomatica in terra africana.

Belzoni sembra proprio l’uomo tanto folle quanto forte per lanciarsi in sfide estreme come era il recupero di antichità in un modo dove i “tombaroli” senza scrupoli erano gli unici ad interessarsi dei reperti, gli scavi venivano condotti usando la dinamite e le diatribe diplomatiche si risolvevano a pistolettate. Lui, tranquillo, se ne andava in giro abbigliato da vero e proprio egiziano, con tanto di turbante, consapevole che la sua mole incuteva rispetto e terrore.

Il primo incarico che riceve da Salt è il recupero di una scultura, un busto del peso di sette tonnellate che giaceva tra le rovine di Tebe, noto come il Giovane Memmone (ma che in realtà si scoprì in seguito essere del faraone Ramses II). Non bastarono a fermarlo il caldo, la scarsissima (ancora oggi radicata, fidatevi) voglia di lavorare degli operai locali, nè la corruzione e le menzogne degli abitanti dei villaggi pronti a vendere i ritrovamenti al migliore offerente. Il padovano riuscì nell’impresa. Era ufficialmente nato Belzoni l’archeologo.

Tornato al Cairo convinse Salt a finanziargli un secondo viaggio, questa volta nell’Alto Egitto: gli sarebbero state pagate le spese e avrebbe ottenuto una lettera di raccomandazione dalla Society of Antiquaries di Londra a cui vendere eventualmente i manufatti trovati. Eccoci quindi arrivati al 20 febbraio del 1817. Belzoni parte per il suo secondo viaggio archeologico in Egitto con il suo amico fidato Henry Beechey (che morirà poco dopo). Durante quest’avventura oltre a riportare alla luce alla testa del faraone Thutmosi III a Luxor, farà la sensazionale scoperta della tomba del faraone Sethi I (il padre di Ramses II). Qualche mese dopo il scopre l’accesso perduto alla piramide di Chefren.

Durante la sua terza e ultima spedizione scopre una statua di Amenophis III, riesce a identificare i resti di Berenice, il porto sul Mar Rosso fatto costruire da Tolomeo II. Dopo avere recuperato l’obelisco lasciato nell’Isola di Iside. Giovanni e Sarah decidono quindi di andare alla scoperta dell’Oasi di Siwah nell’aprile del 1819, alla scoperta del tempio di Amon, con il celebre oracolo consultato anche da Alessandro Magno. Dopo il ritorno da “star” in Patria, decide di tentare un’ultima grande impresa, che lo condurrà alla morte.

Poteva rimanere in Europa a invecchiare e godersi la fama e il successo, direte voi. Ma un cuore libero non si può fermare e di sicuro è preferibile morire come si è vissuti, cercando una città perduta da restituire al mondo, piuttosto che vecchi e incontinenti, anche se in un letto dorato.

Una vita mirabolante, tra spettacoli, amori e persino nemici giurati: quello di Belzoni era Bernadino Drovetti, che servì come console la Francia fino al 1815. Vendette gran parte dei suoi ritrovamenti al re di Sardegna, che saranno infatti la base del futuro Museo Egizio di Torino. L’arci-rivale romanzesco di Belzoni, dunque, che al contrario del metodico e onesto gigante costruì, senza il minimo scrupolo, un impero attraverso il riciclaggio delle antichità venute il suo possesso.

Sembra un la trama di Big Fish , ma è tutto vero. Tra i tanti meriti dell’archetipo di Indie c’è indubbiamente quello di aver capito che gli scavi affrontati con metodo sono un modo per ricostruire la storia nella sua interezza e non un mero mezzo per trovare un oggetto prezioso. Howard Carter, l’archeologo che scoprì la tomba di Tuthankhamon, dirà infatti di lui: “I suoi scavi furono fra i primi su larga scala nella Valle dei Re e bisogna riconoscergli il giusto merito per il modo in cui li ha condotti.”. E poi sì, ovviamente, quello di aver ispirato la trilogia più bella della storia del cinema.

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Nel cuore della Tuscia: il Parco dei Mostri di Bomarzo

Riccardo Colella

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Voi che pel mondo gite errando, vaghi di veder meraviglie alte et stupende, venite qua, dove son faccie horrende, elefanti, leoni, orsi, orchi e draghi”.

È con queste parole che il principe Pierfrancesco II Orsini, detto Vicino, signore di quelle terre dal 1523 al 1585, confonde e ammonisce i visitatori del “Sacro Bosco” di Bomarzo. Quello che sorge sulle alture della Tuscia, alle pendici di un vero e proprio anfiteatro naturale, prende il nome di “Parco dei Mostri” proprio in virtù di quelle particolarità che lo rendono un luogo magico, ricco di mistero, fascino e storia ma unico nel suo genere.

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All’interno del complesso, sito in un’ampia e fitta zona boschiva, trovano dimora sculture fantastiche e grottesche, talvolta inquietanti. Figure mitologiche, animali fantastici e mostri dall’aspetto minaccioso si alternano a costruzioni edili che, ignorando volutamente le regole prospettiche ed euritmiche, si fondono con l’ambiente circostante.

Il percorso diventa così un viaggio nel mistero. L’itinerario da seguire non è frutto della casualità e conserva sempre una ben delineata logica simbolica ed esoterica.

Frotte di storici e studiosi hanno dibattuto sull’origine di questa simbologia, e il viatico fiabesco attraverso quelle rocce che prendono la forma di terribili creature, riporta a tematiche ben radicate nella letteratura cavalleresca. Non è un caso che il Parco dei Mostri sia noto anche come “Sacro Bosco”. Col termine Sacro, nei poemi cavallereschi si andava proprio a indicare quegli aspetti magici e stregati che spesso e volentieri guidavano i cavalieri nel loro percorso verso la luce e la salvezza.

Stesse tematiche che ritroviamo in poemi come l’Orlando furioso dell’Ariosto o Il Canzoniere di Petrarca. Si pensi anche, per arrivare ai tempi più moderni, alla stessa nobiltà d’animo e alle difficoltà che il cavaliere deve superare, ponendosi di fronte al proprio “Io”, ne La storia infinita di Michael Ende.

Ecco quindi che a guardia del cammino troviamo le Sfingi. Donne dal corpo di leone che richiamano più genuinamente lo stile egizio e dedicate all’Imperatore Augusto. “Chi con cigli inarcate et labbra strette non va per questo loco, manco ammira le famose del mondo moli sette” recita quella di sinistra. “Tu ch’entri qua pon mente parte a parte e dimmi poi se tante meraviglie sien fatte per inganno o pur per arte” è quanto si legge nell’iscrizione sulla destra.

È l’inizio del viaggio che ci porta al cospetto delle Erme (statue che invocavano la protezione del Dio greco Ermes), quindi ad incontrare il primo vero mostro del parco: Proteo (noto anche come Glauco). Il dio marino mutaforma simboleggia il mondo, e i simboli araldici degli Orsini indicano il dominio della casata sullo stesso. Assistendo alla lotta tra i due giganti Ercole e Caco, si incrocia, tra le altre, una delle più celebri statue del Parco dei Mostri.

LA TARTARUGA

La grossa tartaruga si adagia su una pietra a forma di prua, fissando le fauci di una balena antistante, pronta a inghiottire la preda. Sul suo guscio si erge il simulacro di una donna rappresentante la Vittoria Alata. Se l’animale simboleggia la longevità ed è l’unione tra cielo e terra, la Nike è l’apice di questa allegoria.   

CASA PENDENTE

Oltrepassati il Pegaso , Ninfeo, Venere e il Teatro, si arriva ai piedi della casa pendente, una delle maggiori attrattive del complesso. La bizzarra costruzione è eretta su di un masso inclinato, proprio a cercare l’asimmetria. L’intenzione degli Orsini era quella di creare un senso di smarrimento e vertigine negli ospiti. Il richiamo è all’inclinazione dell’uomo verso il peccato, in assenza della fede che tende a riequilibrare gli ordini.

ORCO

È quindi passato il Nettuno e le restanti raffigurazioni che ammiriamo la più rappresentativa delle statue di Bomarzo. La bocca di Ade? Forse. L’ingresso del mondo sotterraneo? Può darsi. Certo è che trovarsi al cospetto della grande testa dalla bocca spalancata può essere un’esperienza orrorifica. “Ogni pensiero vola”. È la poetica dantesca che appare sulle labbra della scultura e che fa da anticamera all’impotenza del visitatore davanti al destino. Studiosi dell’epoca riportano che, in origine, la scritta riportasse il verso: “lasciate ogni speranza o voi che entrate”.

Ma come nasce il Parco di Bomarzo? Il complesso fu ideato dallo stesso principe Orsini nel 1522 e dedicato alla memoria della moglie, Giulia Farnese, morta prematuramente. Commissionato all’architetto Pirro Ligorio e realizzato nel 1547, il parco è disseminato di terribili statue che guidano il visitatore attraverso un autentico labirinto, catapultandolo in un viaggio spirituale volto ad incontrare e superare le proprie paure, per elevarsi a un livello superiore.

Dalla morte dell’Orsini, avvenuta nel 1585, il parco è rimasto sopito fino alla metà del novecento, periodo in cui, grazie all’intervento di intellettuali quali Goethe, Dalì e Michelangelo Antonioni, ha trovato nuova cura e splendore.

Raggiungere Bomarzo è piuttosto semplice. Il parco è ovviamente situato nelle immediate prossimità dell’omonimo borgo in provincia di Viterbo e, proseguendo lungo l’Autostrada del Sole A1, è consigliato prendere le uscite per Orte (provenendo da sud) o Attigliano (per chi arriva da nord).

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San Valentino di sangue: quello del tradimento

Federico Rapini

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Cosa lega Luis Figo, Paolo e Francesca di Dante ed Efialte? Il tradimento. Dal latino tradere, composto da tra oltre e dare consegnare. Il tradimento si è però generalizzato: è un venir meno ad un obbligo, in particolar modo la fiducia.

Nella vigilia di San Valentino, la festa degli innamorati che rende tutti più innamorati, quale miglior occasione per parlare dei tradimenti più famosi della storia? 

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Dalla Genesi del tradimento

Tra serio e faceto, mischiando il sacro con il profano, si potrebbe partire dalla Genesi, con Eva che tradì la fiducia di Dio e colse la mela dall’albero, condannandoci tutti ad una vita di fatiche, speranze, amori e…tradimenti.

Come dimenticare Elena di Troia, adultera per eccellenza ma che fu rapita da Paride, verso il quale nutriva disprezzo e al quale preferiva il cognato Ettore. Traditrice si, ma forse avergli affibbiato la colpa per la guerra tra troiani e achei è stato troppo. Neanche ci voleva andare con il principe troiano.

La Grecia ha sempre regalato grandi emozioni, tra miti di amori, guerre. E tanti tradimenti.

Come quello di Efialte di Trachis, noto ai più come il gobbo storpio del film 300 che sedotto dal re Serse con donne, vino e ricchezze, rivela una via secondaria per superare la fortezza eretta nelle Termopili dai soldati spartani guidati da re Leonida. Ovviamente la storia narrata da Erodoto è un pò diversa. Ma il tradimento del pastore, che non era spartano come appare nel film, resta comunque negli annali per aver dato modo alla sconfitta di uno dei più romantici eserciti di sempre.

Tra principi, cavalieri, re l’amore, la fedeltà, l’onore sono sempre stati valori e capisaldi. Cosicché le cosiddette “corna” venivano vendicate con il sangue. Come il tradimento di Ginevra e Lancillotto, rispettivamente moglie e cavaliere di Re Artù, scoperti mentre giacevano insieme nel letto. Lo scontro fra i due uomini fu epico. Decine di cavalieri persero la vita, villaggi distrutti, ma solo l’invasione romana pose fine alla disputa consentendo a Lancillotto di scappare nella foresta e vivere da eremita e predicatore.

“Noi leggiavamo un giorno per diletto

di Lancialotto come amor lo strinse;

soli eravamo e sanza alcun sospetto”.

Con queste parole il sommo Dante introduce la leggenda di Lancillotto nella Divina Commedia. La inserisce nel V canto, II cerchio, quello dei lussuriosi. 

Nella vicenda di Paolo e Francesca colti in flagrante da Gianciotto Malatesta. Il “cornuto”, fratello di lui e marito di lei, furioso li uccise nel più classico dei “delitti d’onore”.

In questo canto Dante si perde nel pensare come possa un sentimento così forte, un amore così passionale, essere diventato un peccato da meritare l’Inferno. Come poteva uno dei suoi ideali cortesi portare ad una tale devianza dai precetti morali.

Il tradimento nella letteratura contemporanea

La letteratura è colma di tradimenti che non hanno una vera e propria ispirazione storica. Nei più moderni testi troviamo per esempio Anna Karenina, in cui fu galeotto l’incontro della protagonista del capolavoro di Lev Tolstoj alla stazione con il bel Vronskij, che le diede maggiori attenzioni del marito, troppo impegnato con il lavoro da accorgersi inizialmente della relazione, confessata poi dalla stessa Anna.

Sempre nel XIX secolo fu un’altra relazione adultera ad essere protagonista di un libro. In Madame Bovary, romanzo di Flaubert, la protagonista Emma per sfuggire alla noia ed alla vacuità della vita di provincia inizia ad avere una serie di relazioni extraconiugali. Purtroppo il marito si accorgerà delle bugie della moglie soltanto quando sarà troppo tardi, avendo ella trovato la morte, ingoiando dell’arsenico.

Gossip e tradimenti

Il tradimento implica la rottura di un legame, del rapporto di fiducia. Perchè se i tradimenti sopra elencati sono stati tutti decantati splendidamente in opere letterarie, oggi sono le riviste di gossip a far da padrone per quelle che meno letterariamente vengono definite “infamate”. Come dimenticare il tradimento della modella e show-girl Wanda Nara e Mauro Icardi verso il povero Maxi Lopez, calciatori, ex amici per la pelle, che per mesi furono sotto i riflettori dei paparazzi. Le Barbara D’Urso di ogni specie, canale e riviste, hanno mandato avanti i loro programmi per settimane. Così come gli atelier di bellezza hanno avuto pane per i loro denti, facendo tremare le mura dei locali tra un dibattito e l’altro.

Come i barbieri da uomo, luoghi per eccellenza in cui chiunque è l’Arrigo Sacchi di turno e che solo un infortunio al ginocchio gli ha compromesso la carriera in Serie A. Peccato poi che la sua miglior partita sia stata in un avvincente “scapoli contro ammogliati”, di fantozziana memoria, nell’estate dell’86 sulla spiaggia di Giulianova. Questi santoni del calcio, nelle ore passate a farsi tagliare i capelli, ormai pochi e bianchi, hanno avuto modo di disquisire del tradimento di Luis Figo, passato dal Barcellona al Real Madrid. Cosa che gli costò il lancio di una testa di maiale durante il primo Clasico giocato con la camiseta delle merengues.

Ma soprattutto chi non ha dimenticato l’addio di Ronaldo all’Inter, per tornare qualche anno dopo, sempre a Milano, sponda rossonera. Ma come? “C’eravamo tanto amati”. Ma il denaro, a volte, è più forte di ogni sentimento.

I tradimenti sono migliaia, quotidiani, più o meno espliciti. Più o meno interessati. Ma gli amanti di una delle migliori sit-com degli ultimi anni, Camera Cafè, non potranno certo dimenticare che il tradimento per eccellenza, per Paolo Bitta (interpretato da Paolo Kessisoglu) rimarrà quello di Riccardo Fogli verso i Pooh

Aspirazioni vs Califano

Nella vita non si può mai sapere, ma è sempre bello credere all’amore, alle storie alla Grease tra Danny Zucco e Sandy Olsson, a Francesco Totti e Daniele De Rossi, a Sandra Mondaini e Raimondo Vianello, a Diabolik ed Eva Kant, ai Jalisse ancora insieme nonostante i continui rifiuti da parte di Sanremo.

Ma d’altronde Franco Califano, il “Maestro”, prima di salutarci ci aveva avvertito:

“Una donna innamorata, anche quella più pulita, prima o poi le corna te le fa. Tanto vale andare avanti e trattare con i guanti solo questa Libertà”.

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