Connect with us

Back to the past

Quella volta in cui George Orwell incontrò Ignazio Silone

Antonella Valente

Published

on

Ignazio Silone è certamente tra i più interessanti scrittori emersi negli ultimi cinque anni. Il suo “Fontamara” è uno dei titoli più brillanti della Penguin Library.” Così scriveva George Orwell nel 1939.

In Inghilterra la fama dello scrittore abruzzese negli anni ‘30 si diffuse grazie alla presenza di “Fontamara” nel catalogo della Penguin Books, la prima casa editrice a inventare la formula dei libri tascabili, disponibili a un prezzo accessibile e facilmente reperibili anche fuori dalle librerie.

MyZona

Leggi anche: Orwell e il valore delle sue analisi 71 anni dopo

Il 9 settembre del 1943 tutte le prime pagine dei giornali italiani annunciavano a caratteri cubitali la firma dell’armistizio. Il paese si stava avviando a vivere gli ultimi anni della Seconda Guerra Mondiale. Se quello stesso giorno qualcuno si fosse sintonizzato sulle frequenze dell’Eastern Service della BBC, avrebbe potuto ascoltare una trasmissione introdotta dal tipico grugnito dei maiali.

Poco dopo, una voce narrante avrebbe iniziato a raccontare una storia, ambientata in una fattoria del Canton Ticino. Il titolo della storia era “The Fox” (La Volpe), un adattamento per la radio di un breve testo pubblicato pochi anni prima. L’autore del racconto era uno scrittore italiano in esilio, Ignazio Silone. L’adattamento radiofonico portava la firma di Eric Blair, meglio conosciuto come George Orwell.

Qualche anno dopo, come riporta la Piccola Biblioteca Marsicana, alla fine della Seconda Guerra Mondiale, Orwell avrebbe finalmente conosciuto il famoso scrittore d’Abruzzo.

Leggi anche: La street art rivitalizza i nostri borghi e ci aiuta a vivere meglio. Aielli, in Abruzzo, ne è l’esempio

Nel gennaio 1946 Ignazio Silone si trovava a Londra su invito del Partito laburista per discutere in forma ufficiosa i termini del Trattato di Pace. In quell’occasione incontrò più volte George Orwell, che avrebbe fatto tesoro di quei momenti fino alla fine dei suo giorni.

Fu lui stesso a documentare alcuni momenti delle loro conversazioni. In una lettera all’antropologo Geoffrey Gorer, datata 22 gennaio 1946, si legge:

“Ieri ho portato Silone e sua moglie fuori a cena. Sarebbero rimasti qui solo per pochi giorni ed erano stupiti dal cibo, tutti gli inglesi incontrati a Roma gli avevano riferito che qui stavamo morendo di fame.”

La figura di Silone accompagnò Orwell fino alla fine dei suoi giorni, soprattutto in virtù di una connessione intellettuale non da poco. Da una sua lettera del 1949, scritta mentre era ricoverato in ospedale, si evince il desiderio dello scrittore inglese di trovare rifugio in un posto caldo, in compagnia di una persona stimata con cui condivide una forte intesa intellettuale. Questa volontà pare lenire le sofferenze causate dalla tubercolosi, accentuatasi in uno dei periodi di maggiore lavoro che lo avrebbe condotto a pubblicare entro qualche settimana “1984″.

Per altre storie interessanti: Piccola Biblioteca Marsicana

Laureata in Giurisprudenza e Giornalista Pubblicista dal 2018, ama il teatro, il cinema, l'arte e la musica. Appassionata di recitazione, si diletta a salire su un palco di tanto in tanto. In altre sedi, anche Avvocato.

Back to the past

A Modest Proposal: quando nel 1729 Jonathan Swift trovò la soluzione agli “assembramenti”

Fabio Iuliano

Published

on

Pubblicato nel 1729 da Jonathan Swift, A Modest Proposal è un pamphlet satirico che anticipa la satira moderna. L’io narrante espone “un metodo onesto, facile e poco costoso” di trasformare il problema della sovrappopolazione tra i cattolici irlandesi nella sua stessa soluzione: darli da mangiare agli inglesi. A questo punto, potrebbe essere una soluzione anche per i nostri tempi: quante persone continuano infatti a lamentarsi dei troppi bambini e giovani che vanno in giro?

Leggi anche: ”C’era una volta a Hollywood”, in arrivo il primo romanzo di Quentin Tarantino

MyZona

Certo, ora che hanno chiuso bar, ristoranti, locali, centri commerciali e scuole che viviamo in città dove quattro persone sul corso danno l’idea di un assembramento è effettivamente un problema. Se parliamo di giovani, poi, parliamo di gente che vive da mesi di privazioni in un’età dove si ha bisogno di socialità più che di respirare, gente che viene considerata con sospetto e diffidenza, come untori inconsapevoli (perché asintomatici) e ambulanti.

Leggi anche: Semaforo verde a teatri e cinema dal 27 marzo, il nuovo Dpcm sulla scia di Franceschini

Giovani che si vedono puntare il dito da adulti che non possiedono altri argomenti che la paura. Senza un esempio, senza una visione, così facendo finta di non sapere che una volta finita la pandemia bisognerà rimettere apposto i cocci economici, culturali e sociali. Facciamo come dice Swift, allora, diamo i nostri giovani in pasto agli inglesi che peraltro hanno dimostrato di sapersela cavare molto meglio.

Continue Reading

Back to the past

Carlo V e l’impero su cui non tramontava mai il sole

Federico Rapini

Published

on

Carlo V, l’imperatore sul cui regno “non tramontava mai il sole”, nacque il 24 febbraio del 1500 a Gand, in Belgio.

Figlio di Filippo il Bello d’Asburgo e di Giovanna di Castiglia detta la Pazza (si incrociano quindi le dinastie spagnole e austriache) perciò nipote di Massimiliano I d’Asburgo, il suo impero segnò l’avvento di una nuova era: quella degli Asburgo, cristiani, che puntavano ad assolvere il loro mandato messianico di riappacificare il mondo cristiano, in balia della corruzione, del degrado morale ed eretico, delle eresie e degli scismi.

MyZona

Leggi anche: ArcheoFame: 5 inquietanti cure mediche del passato che ti faranno rivalutare i vaccini

Questa missione è rintracciabile anche in un famoso quadro del Giorgione, “La tempesta”, nel quale secondo Erminio Morenghi, nel 2013, riprendendo un’ipotesi di Leonardo Cozzoli identifica la figura femminile come la Sibilla Tiburtina con in braccio il futuro imperatore Carlo V, mentre Massimiliano I d’Asburgo osserva la scena. Ricalcando lo schema classico della manifestazione ad Augusto di Gesù Bambino tra le braccia di Maria, per opera della Sibilla Tiburtina, la cingana (zingara) sembra proferire al giovane soldato (Massimiliano I d’Austria), che la contempla assorto, una profezia nuova, stavolta relativa ad un’era prossima ventura che soppianterà il periodo precedente, quello di un cristianesimo paganeggiante e decaduto.

La profezia sembra assegnare proprio a Carlo V il gravoso incarico di guidare, in virtù dell’investitura imperiale da lui concepita come il massimo riconoscimento del potere sovrano, le sorti dell’intero mondo cristiano con l’obiettivo di assicurargli giustizia ed unità della fede già compromessa dallo scisma luterano.

Leggi anche: Archeofame a tavola con la storia: festini, banchetti e sbornie leggendarie

L’infanzia già segnata verso il potere

Battezzato nella cattedrale di San Bavone, l’edificio religioso principale della città belga di Gand, crebbe nelle terre olandesi allora in possesso degli spagnoli con i migliori insegnanti di grammatica, di letteratura, di matematica, di lingue antiche e fu addestrato alla vita da cavaliere. Fu educato nella raffinatezza per volontà della madre. Come un novello Alessandro Magno che per volontà della madre Olimpiade ebbe Aristotele come mentore.

All’età di 6 anni, in seguito alla morte del padre e all’infermità mentale della madre divenne duca di Borgogna e principe dei Paesi Bassi (Belgio, Olanda, Lussemburgo). Dieci anni dopo divenne re di Spagna, entrando in possesso anche delle Indie occidentali castigliane, e dei regni aragonesi di Sardegna, Napoli e Sicilia. A diciannove anni divenne arciduca d’Austria come capo della Casa d’Asburgo e grazie all’eredità austriaca fu designato imperatore dopo il rifiuto in suo favore di Federico il Saggio, candidato proposto da papa Leone X. Carica, quest’ultima, comprata insieme ai voti dei grandi elettori tedeschi, necessari per l’elezione a Imperatore dei tedeschi, pagandoli grazie ai soldi dei banchieri Fugger. La successione infatti non era ereditaria ma elettiva sin dalla Bolla d’oro di quasi due secoli prima.

Il suo Impero fu più grande di quello di Carlo Magno, estendendosi dall’Europa centrale e occidentale fino alle colonie in centro e sud America. Proprio da quelle terre riscuoteva numerose ricchezze, dopo aver finanziato viaggiatori come Magellano, Cortes, Pizarro, protagonisti del secolo delle grandi scoperte geografiche. Quel secolo in cui il concetto d’Europa, già sviluppatosi con lo stesso Carlo Magno, Papa Pio II e poi con Machiavelli, cominciò ad entrare nel gergo comune in concomitanza con la presa di coscienza da parte delle elitès culturali di essere europei in quanto diversi dalle popolazioni americane, dagli arabi che erano sempre una spina nel fianco ad Est, dalla civiltà cinese con cui aumentarono gli scambi sia commerciali sia culturali.

Leggi anche: La prima lettera di reclamo della storia, la tavoletta Ea-nasir | ArcheoFame

Nemici su tutti i fronti

Il ‘500 fu il secolo in cui il concetto di christianitas fu affiancato, e in seguito sostituito, da quello di europei. Il progetto di Carlo V si inserì proprio in questo contesto, volendo istituire una Monarchia universale cristiana cattolica. Progetto che però gli creò numerosi nemici e altrettanti conflitti che segnarono i suoi 30 anni di dominio.

Il re francese cattolico Francesco I, i turchi ottomani, i luterani ed il Papa Clemente VII furono i suoi avversari più duri a morire.
Il re di Francia perché voleva impedirgli di portare a compimento le sue mire espansionistiche sul Ducato di Milano in quanto importante crocevia tra Nord e Sud Europa. Il primo scontro ci fu nel 1521 in cui Francesco I cadde addirittura prigioniero. In seguito alla pace fu liberato ma immediatamente ricostituì una alleanza contro Carlo V insieme al Papa. La cosiddetta Lega di Cognac. La Chiesa di Roma difatti non vedeva di buon occhio l’intromissione imperiale in Italia né tantomeno un unico sovrano più difficile da controllare rispetto a più monarchi cattolici ma meno forti.

L’idea di un’Europa asburgica e cattolica portò al conflitto che si protrasse fino al 1529 con Francesco I che lasciò Milano e con Carlo V, che in risposta all’avversione della Chiesa, nel 1527 inviò i mercenari austriaci noti come Lanzichenecchi a devastare Roma, in quello che è passato alla storia come “Sacco di Roma”

L’azione contro Roma fu spinta anche dai nobili romani, che certamente non pensavano ad una simile conseguenza, in chiave antimedicea che con il Papa Clemente VII aveva messo piede in grande stile nella politica romana.

Nel frattempo Francesco I, deciso a sconfiggere Carlo V, si allea con i turchi ottomani di Solimano il Magnifico invadendo il Ducato di Savoia. La risposta asburgica non si fa attendere e si esplicitò nell’attacco alla Provenza. La guerra si risolse addiriturra nel 1544 con l’intervento papale che destinò il Ducato di Savoia alla Francia e Milano all’imperatore.

L’incoronazione ad Imperatore

Nel frattempo, nel 1530, a Bologna Carlo V fu prima incoronato dal papa come Re d’Italia e il 24 febbraio, giorno del suo compleanno, fu incoronato Imperatore del Sacro Romano Impero avendo ricevuto 10 anni prima ad Acquisgrana la corona di Re dei Romani.

Di questo avvenimento, fondamentale per il tentativo di raggiungere una “pace universale” nell’occidente cristiano sempre più insidiato dai turchi che erano giunti alle porte di Vienna, abbiamo un dipinto di Luigi Scaramucci detto “il Perugino”, intitolato “Incoronazione di Carlo V a Imperatore del Sacro Romano Impero”. Nonostante ciò fu Tiziano il suo ritrattista per eccellenza. Come sostiene lo storico dell’arte Stefano Zuffi, l’artista riuscì a cogliere “il riflesso delle aspirazioni, delle tensioni, delle fatiche, del fasto, della fede, del rimpianto, della solitudine, degli ardori“. Il rapporto tra i due fu speciale tanto che, leggenda vuole, l’imperatore si chinò addirittura a raccogliere il pennello caduto al pittore.

Leggi anche: ArcheoFame: 5 giochi da tavolo del passato che ti faranno dimenticare le serie tv

Tra i suoi nemici c’erano anche i protestanti, i seguaci di quel Lutero con cui cercò anche di mediare i rapporti con la Chiesa di Roma, fornendogli anche il famoso salvacondotto per Wittenberg prima della fine della Dieta di Worms nel 1521. Ebbe quindi il grande problema di un regno tanto esteso quanto abitato da popolazioni diverse anche per religione. I luterani, tra le altre cose, riuscirono a convincere alcuni principi tedeschi facendoli aderire alla Lega di Smalcalda sempre in chiave anti-imperatore. La guerra si risolse nel 1555 con la pace di Augusta, dopo che al conflitto presero parte anche turchi e francesi. Il trattato prevedeva la divisione religiosa della Germania secondo il principio “cuius regio, eius religio”, cioè la libertà di principi e sovrani di poter decidere quale religione abbracciare e imporre ai propri sudditi.

Nel 1556 Carlo V abdicò dividendo però il regno tra il figlio Filippo II, affidatario della Spagna, dell’Italia, dei Paesi Bassi e delle colonie, e il fratello Ferdinando I a cui andarono i possedimento degli Asburgo e il titolo imperiale.

Tramontava così il sogno di un Impero Universale e Cattolico di quello che fu l’imperatore forse più importante fino a Napoleone. Morì il 21 settembre 1558 a  Cuacos de Yuste, in Spagna, stringendo al petto il crocifisso ed esclamando le parole “Ya, voy, Señor” (Sto venendo Signore).

La sua vita è stata protagonista anche di due opere di Giuseppe Verdi, nell’Ernani e nel Don Carlo, mentre nel 2014 l’attore Adrien Brody lo ha interpretato in quanto protagonista del film Emperor, affermando di essere stato affascinato da questo personaggio e dal periodo storico in quanto ci fu il primo “tentativo di unificare l’Europa, si comincia a parlare di moneta unica, comincia a essere concreto il problema delle migrazioni di massa, si diffonde la stampa. È un periodo in cui la Storia inizia a cambiare per sempre, si fanno grandi passi avanti”.

Sul suo impero non tramontava mai il sole. Sulla sua vita, considerando il segno lasciato nella storia, neanche.

Continue Reading

Back to the past

Giosue Carducci, il “poeta nazionale”

Federico Rapini

Published

on

Giosue Carducci, il “poeta nazionale”, nacque a Pietrasanta, in provincia di Lucca, il 27 luglio del 1835. Figlio di un poeta dilettante e carbonaro, già in tenera età visse il trasferimento della famiglia dalla Versilia alla Maremma, luoghi complementari e ugualmente implicati nello sviluppo della precoce fantasia poetica carducciana. Una fantasia nutrita dei miti legati alla Natura e delle immagini care della costa toscana.

Ribelle, selvatico, amante della natura tanto da possedere una civetta, un falco e un lupo in casa.

MyZona

Le prime letture

Trasferitosi a Firenze, nel 1849 fu ammesso nel collegio degli Scolopi, quell’ordine religioso che già dal ‘600 gestiva l’istruzione elementare per ordine dello Stato Pontificio. Matura però un oltranzismo classicista e anticattolico che anni dopo gli costò la cattedra al ginnasio di San Miniato.

Grazie al padre si avvicinò a testi come “Storia Romana” di Rollin e “Storia della Rivoluzione Francese” di Thiers che formarono il suo pensiero classico-romantico e rivoluzionario. Lesse autori con Proudhon, che gli aprì gli occhi sulla realtà della Chiesa traditrice del mandato divino. Un vero colpo al cuore per i sostenitori antirisorgimentali e fautori del Papa Re. 

Dopo la lettura del filosofo francese, compose l’inno “A Satana” in cui fa un’apologia di “tutto ciò che di nobile e bello e grande hanno scomunicato gli asceti e i preti”. Il Demonio veniva celebrato da Carducci come una vera e propria musa ispiratrice dei poeti, ma che agiva anche nell’ebbrezza del vino che rallegrava i convivi e nell’amore per le donne.

Amante della patria, della rettitudine morale tipica di Parini, delle poesie di Foscolo da cui alimentò il fuoco dell’avversione per i regnanti stranieri. Dai due mostri sacri della poesia italiana recuperò l’amore per i classici e per l’etica arrivando a formulare una sua visione della religione esponendola nel sonetto “Il dubbio” in cui manifestò il suo essere religioso ma anticlericale. Arrivò addirittura a criticare Pio IX, immaginato sorridente durante la decapitazione dei due garibaldini Monti e Tognatti che a Roma furono gli artefici di un attentato in cui persero la vita 23 soldati francesi. Il fatto lo colpì al cuore tanto da comporre un ode in ricordo dei due attentatori.

Carducci fu amante del bello, un’innamorato dell’Italia. Fu capace di recuperare e rielaborare la prestigiosa tradizione latina e di fonderla con il culto del passato e con l’affermazione del valore atemporale della poesia.

L’impegno politico di Carducci

Di carattere schietto e contrario al doppiogiochismo, fu attratto dal tardo romanticismo di Prati e Aleardi, in quanto per lui l’Unità d’Italia andava raggiunta con forza e virilità. L’impegno in prima persona era l’unica via. Per questo si esaltò prima per la spedizione dei Mille di Garibaldi e dall’intervento dello stesso a Roma nel 1870, rimanendo deluso poi dalla prigionia dell’eroe dei due mondi e dalla morte dell’amico Cairoli.

Il suo impegno politico raggiunse l’apice nell’elezione a Senatore nel 1890 e a membro del Consiglio superiore dell’Istruzione pubblica dieci anni prima. La sua carriera fu costellata di riconoscimenti ufficiali che neanche le prese di posizione da irredentista radicale a favore di Oberdan, il patriota triestino che aveva attentato alla vita di Francesco Giuseppe imperatore d’Austria, e tanto meno il laicismo rinsaldato dall’appartenenza massonica (iniziato nella Loggia “Galvani” di Bologna negli anni in cui la Massoneria incarnò i valori del patriottismo e del Risorgimento italiano) lo sviarono dall’adesione sempre più convinta della politica governativa e da un pieno appoggio al primo ministro Crispi.

Nonostante non fu mai monarchico, tra i suoi ammiratori potè annoverare la regina Margherita di Savoia che lo volle insignire con la croce al merito di Savoia che però il Carducci rifiutò. Dopo il loro incontro il vate mise in progetto “Alla regina d’Italia” ricevendo però accuse di essersi convertito alla monarchia da parte dei repubblicani che lo avevano “eletto” loro poeta di partito. Rispedì al mittente le accuse con l’articolo del 1882 “Eterno feminino regale” in cui chiarì che l’unica costante della sua vita fu l’amore per la patria. 

Fin dagli esordi l’ispirazione poetica di Carducci risulta legata a un’istanza celebrativa, alla volontà di ricordare ed esaltare i fatti, i luoghi, i personaggi della storia dell’identità nazionale. Dedicò versi al sacrificio del giovane Corazzini nella campagna per la liberazione di Roma del 1867, alla figura austera di Mazzini.

La sperimentazione metrica

Legato alla tradizione classica, in particolare al modello latino di Orazio, provò a riprodurne i ritmi delle strofe combinando più versi in uso nella tradizione italiana. 

La sua sperimentazione in metrica ebbe l’apice nei cosiddetti metri barbari delle “Odi barbare”, la raccolta più celebre e significativa, anche per l’influsso sulla poesia successiva.
Nate come opera ideologicamente volta a restaurare lo spirito e il valore tramandato dai classici, per dare a Roma e a tutto il mondo civile una testimonianza di adesione alla cultura e al mondo latino, Carducci vi inserì la sua visione di un nuovo e solenne trionfo che il popolo italiano, tornato libero, avrebbe celebrato sul colle Palatino, mentre Roma, destinata a tornare Capitale, lo accoglierà in un abbraccio tra passato, presente e futuro.

Fu il cantore dell’Italia umbertina, il “poeta vate della Terza Italia”. Morì il 16 febbraio del 1907 a Bologna in seguito ad una cirrosi epatica.

Qui di seguito, per rendergli omaggio, alcuni suoi stessi versi delle “Odi barbare” sulla centralità di Roma in tutta la sua visione storico-politica del mondo:

“Te redimito di fior purpurei

april te vide su ‘l colle emergere

da ‘l solco di Romolo torva

riguardante su i selvaggi piani:

te dopo tanta forza di secoli

aprile irraggia, sublime, massima,

e il sole e l’Italia saluta

te, Flora di nostra gente, o Roma.”

Continue Reading

In evidenza