La generazione Stranger Things: analisi sociologica di un mito contemporaneo
Ci sono serie televisive che passano. E poi ci sono opere che restano, come un eterno monito nella memoria di ciascuno di noi. Da individui, da collettivo, da società organizzata. “Stranger Things” appartiene a questa categoria. La serie dei fratelli Duffer non è soltanto un racconto di mostri e biciclette ma l’evoluzione visiva del rito di passaggio di un’intera generazione, il catechismo laico di milioni di adolescenti che hanno imparato a chiamare amicizia ciò che, fino a ieri, non sapevano nominare.
Hawkins non è una cittadina dell’Indiana, è una topografia dell’anima contemporanea. Come Macondo per García Márquez o come Yoknapatawpha per Faulkner, è uno spazio simbolico che ospita le paure archetipiche dell’uomo moderno: il laboratorio segreto, l’autorità che mente, l’infanzia violata, il male che non ha volto ma tentacoli.
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In termini antropologici, “Stranger Things” è una riscrittura del mito della katábasis, la discesa agli inferi: l’Upside Down non è altro che l’Ade di Omero, una terra dei morti che si specchia nella nostra realtà come un negativo fotografico. Gli adolescenti che vi entrano non tornano mai davvero uguali. Come Orfeo, pagano un prezzo per ogni salvezza. In un’epoca di solitudini digitali e relazioni liquide, la celebre produzione Netflix restituisce all’amicizia una sacralità quasi medievale. Mike, Dustin, Lucas, Will, Max: sono una confraternita, una comunitas nel senso di Victor Turner, dove i ruoli sociali crollano e resta solo la fedeltà.
Qui la serie dialoga con la letteratura di formazione, da “Stand by Me” di Stephen King a “Il giovane Holden” di J.D. Salinger, ma ne rovescia la malinconia. Non c’è disincanto in Hawkins, c’è resistenza. L’amicizia non è una parentesi dell’infanzia ma una forma di salvezza. Eleven è il cuore teologico della serie. Non per caso è una creatura senza passato, quasi senza nome, che impara a essere umana donando il proprio dolore. È una figura cristologica in piena regola poiché il suo potere passa attraverso la sofferenza, e ogni stagione la conduce a un nuovo Golgota. Ma qui la teologia è laica. Il sacrificio non redime il mondo, redime gli altri. Come nei romanzi di Dostoevskij, il dolore non ha senso se non come moneta di scambio per la salvezza di chi amiamo.
Dal punto di vista sociologico, “Stranger Things” è l’esempio più sofisticato di retromania (Simon Reynolds): si parte dagli anni Ottanta, ma non si limita a raccontarli perché li canonizza. BMX, walkie-talkie, cabinati arcade, Stephen King, Spielberg, Carpenter: tutto diventa reliquia. Ma attenzione, non è nostalgia degli anni Ottanta, è nostalgia di un tempo in cui si credeva ancora che l’infanzia fosse invincibile. Gli adulti che piangono guardando la serie non piangono per E.T., piangono per se stessi.
La “generazione Stranger Things” non appartiene a una mera fascia d’età ma a una condizione esistenziale. Include adolescenti che scoprono il valore del coraggio attraverso personaggi che soffrono; giovani adulti che, dopo anni, ritrovano il permesso di emozionarsi; quarantenni che riscoprono che il passato non è un archivio, ma una casa che continua a chiamarli. È una generazione cresciuta consapevole che il male esiste, ma può essere sconfitto solo insieme. In un’epoca dominata da algoritmi e solitudini, questo rappresenta un atto rivoluzionario.
E allora torniamo lì, per l’ultima volta, a Hawkins. Rivediamo quei ragazzi pedalare nella notte, con le luci delle biciclette che sembrano stelle cadute sulla strada. Li vediamo abbracciarsi, litigare, morire un po’ ogni stagione per restare vivi dentro di noi. “Stranger Things” non ci ha insegnato a combattere i mostri. Ci ha insegnato a non farlo mai da soli.
Ci ha ricordato che l’amicizia è una forma di eroismo, che l’amore è una forza fisica, che il sacrificio non è una perdita ma una promessa. E quando la sigla finale svanisce, con quella nota che sembra un addio, capiamo la verità più crudele: non siamo cresciuti guardando Stranger Things ma siamo cresciuti dentro Stranger Things, e da lì non usciremo mai davvero.



