“Sarò una leggenda”: 30 anni senza Freddie Mercury, lover of life singer of songs

Di Freddie Mercury è stato scritto tanto. Forse anche troppo. Sono molte, infatti, le leggende metropolitane che si rincorrono sul suo conto. La maggior parte di esse sono false, infondate o distorte. Quelle connesse alla sua morte sono anche spregevoli, non solamente perché ribaltano la verità dei fatti ma anche perché non rispettano l’uomo, prima che il cantante, e la sua vita privata. Morire non è ignobile. Morire di Aids all’inizio degli anni Novanta faceva scandalo e sensazionalismo ma col passare del tempo, sfortunatamente, divenne cosa ben nota. Egli fu una delle tante vittime, forse la più celebre.

Quella malattia con cui il leader dei Queen combatté per circa un decennio divenne il flagello dell’Africa e ben presto si abbatté anche in Europa e nel resto del mondo. Niente a vedere con i numeri dell’attuale pandemia da coronavirus, ma la sua violenza fu devastante. Era il 24 novembre del 1991 quando Mercury morì nella sua residenza di Garden Lodge a Londra. Erano le 18.48. Aveva 45 anni. Causa ufficiale del decesso fu una broncopolmonite, aggravata dalle complicazioni dell’Aids.

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Trascorse gli ultimi giorni tra dolori e sofferenze, braccato da giornalisti nascosti tutt’intorno alla sua residenza, bramosi di uno scatto, di una fuga di notizie e di uno scoop. Perfino le tende dietro le finestre erano chiuse per non lasciar trapelare nulla. Le cure non portarono alcun beneficio e nella migliore circostanza poterono solo alleviare il dolore. Aveva anche deciso di interromperle, ma il calvario era diventato insostenibile.

Il 22 novembre, due giorni prima della morte, il cantante convocò Jim Beach, manager dei Queen, per stilare un comunicato stampa ufficiale. Questo venne consegnato alla stampa il giorno dopo e dopo un giorno ancora Mercury morì. Al suo fianco, per l’ultimo viaggio, Mary Austin, ex fidanzata e amica fidata, il fidanzato Jim Hutton, l’amico e collaboratore Peter Freestone e Joe Fanelli, chef personale.

Jer Bulsara , madre di Farrokh, in una vecchia intervista al Telegraph, disse: “È stato un giorno molto triste quando è morto nel novembre 1991, ma secondo la nostra religione quando è giunto il momento non lo si può cambiare. A quel punto devi andare. Dio lo amava di più e lo voleva con Lui ed è quello che tengo nella mia mente. Nessuna madre vuole vedere morire suo figlio ma, allo stesso tempo, ha fatto di più per il mondo nella sua breve vita di quanto molte persone potrebbero fare in 100 anni“. Il figlio, però, non ammise mai alla madre la possibile origine della malattia.

Questa probabilmente subentrò all’inizio degli anni Ottanta. Ma Mercury non gli diede molto peso, attribuendo i sintomi al forte stress del momento e a una vita sregolata. Solo in seguito a controlli più scrupolosi e dettagliati venne a conoscenza di aver contratto l’HIV che nascose anche ai compagni di band, fino intorno al 1989. Nel 1987, però, scelse di rivelarlo a Elton John, tra i suoi più amati amici.

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Dopo altre analisi, l’altra amara conferma: AIDS. Cambiò tutto. Niente più vita pubblica, niente party sfrenati, molti meno sorrisi e atteggiamenti istrionici. Non era più Freddie Mercury, bensì il riflesso del dramma che stava vivendo. Da quel momento i tabloid si scatenarono e le voci su una sua malattia dall’indubbia gravità si rincorsero con sempre maggiore forza e vigore. Vennero intercettati ex amanti, ex amici, ex collaboratori: tutto pur di fare scandalo.

Il 18 febbraio del 1990 il cantante fece l’ultima apparizione in diretta, ai Brit Awards, dove i Queen ottenere un riconoscimento per il grande contributo dato alla musica britannica. Poche settimane dopo volò a Montreaux, in Svizzera, (dove si trova tutt’ora una statua eretta in suo onore di fronte al bellissimo lago). Qui affittò un appartamento, la “Duck House“. Parte di Made in Heaven, l’ultimo album della band, fu composto lì. Ma la malattia avanzava e il riposo era indispensabile per portare a termine il lavoro. O almeno per provarci.

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L’ultima canzona scritta, anche se mai terminata nelle registrazioni, fu Mother Love. Era il maggio del 1991. La sessione di registrazione finì tre settimane dopo. Mercury non completò tutto il lavoro anche a causa dei problemi polmonari sempre più avanzanti.

These are the days of our life” è l’ultimo videoclip girato dai Queen. Vederlo, anche a distanza di tutti questi anni, è struggente. Freddie Mercury sta male, è evidente. La sua lotta contro la malattia era ormai giunta al termine. Sapeva il destino cui andava incontro. Non c’era modo di evitarlo, neanche esorcizzando lo spettro della paura e del dolore con un’ultima, toccante, canzone. Non si può restare indifferenti all’ascolto di questo brano, non si può non provare rabbia e dolore per un destino beffardo che ci ha privati di un musicista dal talento sconfinato.

Il videoclip del singolo è commovente. Il momento in cui Mercury, ormai consumato dall’Aids fissa lo schermo e intona il ritornello è il classico pugno nello stomaco. Fu girato solo sei mesi prima della sua scomparsa.

Lui è lì, per l’ultima volta, e ci saluta con dolcezza e amore, lo stesso che ha riversato nella musica e nel rapporto con i fan. A volte spigoloso, certo, ma sempre onesto e sincero. Mercury si sottopose a lunghe sedute di make up per nascondere i segni sempre più evidenti della malattia. La scelta del video in bianco e nero non fu casuale; oltre a dare una veste teatrale e drammaturgica alle atmosfere della canzone, servì anche a nascondere il volto ormai consumato del cantante. In quel video il nativo di Zanzibar indossava una camicia nera che solo pochi mesi fa è stata venduta all’asta per 54.000 dollari.

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 I still love you” è il suo epitaffio, la sua ultima volontà, le sue ultime parole. E sono per noi, il suo pubblico. Fanno male, però, perché rappresentano un punto definitivo. Sono la conclusione, la fine dei giochi. Non c’è più tempo per niente. Il video, per volere dello stesso singer, fu pubblicato solo dopo la sua morte affinché la stampa e l’opinione pubblica non avessero certezza del suo precario stato di salute, ormai sempre più difficile da nascondere.

Fu un ultimo colpo di teatro, un’uscita di scena degna del miglior frontman di tutti i tempi.

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Federico Falcone
Fondatore e direttore responsabile del magazine The Walk Of Fame. Nato e cresciuto in Abruzzo, è diventato giornalista pubblicista dopo aver completato gli studi in Giurisprudenza. Appassionato di musica, cinema e teatro, avrebbe sempre voluto essere il Will Smith di Indipendence Day o, tutt'al più, Aragorn de "Il Signore degli Anelli". Vola basso.

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