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Fari puntati su Rocky: genesi di un mito senza tempo

Riccardo Colella

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È la sera del 24 marzo 1975 quando, per le strade di New York, un ragazzotto di 29 anni sta passeggiando da solo mentre rimugina sconsolato, su quanto la vita possa colpire duro quando le cose non girano come dovrebbero.

È un ragazzo di origini italoamericane ed ha studiato per ben due anni alla facoltà di Arte Drammatica dell’Università di Miami. La fortuna, però, non pare sorridergli: vorrebbe sfondare nel mondo del cinema ma i soldi sono pochini e allora ha trovato un impiego come maschera al Baronet Theatre di New York, dove può “studiare” di straforo le tecniche dei vari registi e sceneggiatori dei film proiettati in quella sala. I nonni sono emigrati dalla Puglia molti anni prima della sua nascita e, proprio dal nonno, quel ragazzo ha preso il nome: Silvestro, che negli USA diventa irrimediabilmente Sylvester. Il cognome, è Stallone.

L’IDEA

Stallone decide, così, di entrare in un cinema di quartiere, non per assistere all’ennesima visione di un film, ma perché è in programma la diretta dell’incontro di pugilato tra il supercampione dei pesi massimi Muhammad Alì e l’allora semisconosciuto Chuck Wepner. Il match è un’idea del vulcanico manager di Alì, Don King, per perseguire il sogno della “grande speranza bianca”. A sorpresa e contro ogni pronostico, Wepner resiste per ben quindici round all’assalto di Alì, incassando stoicamente i colpi del campione, prima che l’arbitro interrompa l’incontro a pochi secondi dal gong.

Nei giorni seguenti Stallone non fa altro che pensare a quelle immagini e una sera si siede al tavolo, prende dei fogli che teneva in casa e inizia a scrivere. È una storia che parla di resurrezione, di forza di volontà e della capacità di rialzarsi, quando la vita ti fa finire al tappeto. Le vicende si svolgono nei degradati sobborghi di Filadelfia, dove il protagonista è Rocky Balboa: un pugile italoamericano di scarso livello che, tra un incontro e l’altro, tira a campare lavorando come esattore per un piccolo boss di quartiere. Rocky è innamorato di Adriana Pennino, timida e introversa commessa di un negozio di animali nonché sorella del suo migliore amico Paulie.

Le vicende sentimentali ed esistenziali del pugile si intrecciano, quindi, con l’arrivo in città del campione del mondo dei pesi massimi, Apollo Creed, che, visto il forfait del suo rivale nel prossimo incontro, decide di cavalcare la favola del “sogno americano” e mettere in palio la cintura contro un pugile sconosciuto. Un anonimo boxeur italoamericano e dall’appellativo altisonante (lo Stallone Italiano) come Rocky, è perfetto per i piani di Apollo. Il treno è uno di quelli che passa una sola volta nella vita e Rocky, inizialmente titubante, accetta di coglierla.

IL MITO INTRAMONTABILE

All’alba del quarto giorno una prima stesura dello script di “Rocky” è pronta. Stallone riesce a sottoporre il copione ai produttori della United Artists Irwin Winkler e Robert Chartoff e, nel contempo, a convincerli ad affidargli la parte del protagonista. Impresa quanto mai ardua visto che, nel ruolo di Balboa, i produttori avrebbero preferito attori del calibro di Burt Reynolds e James Caan ad uno sconosciuto Sylvester Stallone. L’italoamericano, però, è irremovibile: suo il soggetto, suo il personaggio.   

Le riprese iniziano il 5 settembre 1975 sotto la guida di John G. Avildsen, ma se il buon giorno si vede dal mattino, appare chiaro fin da subito che, per portarle a termine, si dovrà davvero “andare alla distanza”. La produzione, infatti, ha messo a disposizione di Stallone un budget “irrisorio” e la scelta di ridurre le spese al minimo, è quanto mai obbligata.

Stallone non ha mai messo piede su un ring e per realizzare le scene di combattimento non si avvale della collaborazione di appositi preparatori, ma pensa bene di arrangiarsi in autonomia, facendo affidamento sugli insegnamenti di balletto trasmessigli dalla madre coreografa. Per la colonna sonora si pensa a uno sconosciuto Bill Conti che, in appena una settimana, si renderà artefice di uno di quei temi che rimangono nell’Olimpo del cinema e che dopo miriadi di ascolti, fanno ancora venire la pelle d’oca.

Il film è costellato di scene improvvisate: da quella del manifesto coi pantaloncini dai colori invertiti agli allenamenti nella cella frigorifera, dove Rocky frolla i quarti di bue a suon di ganci e diretti (metodo realmente utilizzato da Joe Frazier che, peraltro, troviamo in un piccolo cammeo prima dell’incontro finale), fino a quella con Adriana sulla pista di pattinaggio.

Nella celebre scena della corsa lungo la scalinata del Museum of Arts di Filadelfia, inoltre, la pellicola introduce un innovativo supporto meccanico che consentirà di effettuare delle riprese altresì impensabili con le tecniche dell’epoca e che prenderà poi il nome di steadycam.

A far da cornice al vero e proprio capolavoro produttivo messo in piedi da Stallone, si colloca un cast di prim’ordine: ad interpretare Adriana, infatti, c’è quella Talia Shire sorella di Francis Ford Coppola e futura Connie Corleone ne il Padrino. Burt Young è Paulie, il personaggio più longevo dell’intera saga (assieme a Rocky ovviamente), mentre il ruolo dell’allenatore di Rocky, Mickey, viene affidato a Burgess Meredith.

Last but not least: l’ex linebacker degli Oakland Riders, Carl Weathers, che, tanto simile a Muhammad Alì per temperamento e carattere, diventa un perfetto Apollo Creed.

Il risultato è un capolavoro di una tale potenza da dare vita ad un mito che mantiene inalterato il suo fascino dopo oltre quarant’anni e che spinge lo spettatore a perdonare al protagonista anche la sconfitta. Perché è bene ricordarlo: a vincere l’incontro, anche se ai punti, sarà Apollo e non Rocky che, però, troverà la sua vittoria nell’abbraccio di Adriana.

L’ACCOGLIENZA E LA CRITICA

Il film esce nelle sale il 3 dicembre del 1976 ed è subito un successo e manifesto della “Nuova Hollywood”: al box-office incassa 117 milioni di dollari mentre nel marzo del 1977 ottiene ben dieci nomination agli Oscar, vincendone tre: Miglior film, Miglior regia e Miglior montaggio, surclassando veri e propri pezzi da novanta come Taxi Driver e Tutti gli uomini del presidente.

L’iconicità del film sta proprio nel fatto che quella di Rocky è una figura indissolubilmente legata a quella di Stallone. La storia di sceneggiatore e protagonista si ritrovano e si fondono diventando un tutt’uno. Perché proprio come Rocky, Stallone al tappeto ci è andato spesso e tante volte si è rialzato. E quella famosa voglia di rivalsa è sotto gli occhi di tutti: a Rocky non interessa la cintura. Lui non punta a diventare il campione del mondo e non si preoccupa di quello che gli altri possano pensare di lui. Tutto quello che vuole, non è vincere ma dimostrare a se stesso di essere più che un semplice “bullo di quartiere”. Ed emblematica è la scena del celebre monologo che, girato in un’unica ripresa, rende evidente l’essenza e l’abilità di Sylvester Stallone.

Stavo pensando… In fondo chi se ne frega se perdo quest’incontro. Non mi frega niente nemmeno se mi spacca la testa. Perché l’unica cosa che voglio è resistere… Nessuno è mai riuscito a resistere con Creed. Se io riesco a reggere la distanza… E se quando suona l’ultimo gong io sono ancora in piedi… Io saprò, per la prima volta in vita mia, che non sono solo un bullo di periferia”.

Giornalista pubblicista, cinefilo e lettore accanito con una timida passione per la scrittura, colleziona una gran quantità di strumenti diversi e li suona tutti male. Sognava di essere Bruce Springsteen ma si risveglia come Jack Black. Quando non risponde al telefono, lo trovate sul tatami.

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Dal passato al futuro, “Johnny B. Goode” è l’essenza del Rock’n’Roll

Quale legame intercorre tra “Ritorno al futuro” e “Johnny B.Goode”?

Federico Falcone

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Per gli appassionati di cinema, come di rock’n’roll, alcune date sono più importanti di altre. Legate, magari, a episodi particolarmente significativi o carichi di suggestioni, rappresentano quella simbologia irrinunciabile per un fan o, perché no, per un nerd. Essere nerd è bello, bellissimo, diciamolo apertamente. O, almeno, “a me, me piace“. Essere devoti al sacro verbo del rock’n’roll, per dirla con Jack Black in “School of Rock“, è la quintessenza dei piaceri della vita sulla Terra.

Il 15 ottobre, dicevamo, rappresenta un appuntamento imperdibile sul calendario. Nel 1985 usciva nei cinema italiani il primo capitolo di “Back to the FutureRitorno al futuro“, trilogia culto degli anni Ottanta tra le più amate di sempre e tutt’ora punto di riferimento per l’universo culturale a trecentosessanta gradi. Capacità di influenzare le masse? 10! E lasciatecelo affermare con molto, molto entusiasmo. Torniamo tutti alla Lyon Estates?

Il 18 ottobre del 1926 nasceva Chuck Berry, tra i padri fondatori del rock’n’roll. Anche questa è una data da annotare sul calendario. Il nativo di Saint Louis è stato semplicemente sconfinato nella sua capacità di influenzare il rock e i chitarristi venuti dopo di lui. Irriverente (non come Little Richard, certamente), stiloso (non come Elvis Presley, beninteso), carismatico, adrenalinico, è stato tra i primissimi a utilizzare sarcasmo e ironia per descrivere fenomeni e costumi della società civile di allora.

La rivolta adolescenziale è stata spesso al centro dei suoi testi, così come la voglia di libertà e di indipendenza, a lungo manifestata ed espressa dalla società afroamericana. Tutto ben descritto all’interno di “Johnny B. Goode”, probabilmente tra le sue hit più famose in assoluto. E dunque, quale legame intercorre tra “Ritorno al futuro” e “Johnny B. Goode”? Ma lo sappiamo tutti, non cadiamo dalle nuvole. Qualora così non fosse…beh, vi siete persi una tra le scene più entusiasmanti del cinema hollywoodiano degli ultimi trentacinque anni.

Nella prima pellicola della trilogia diretta da Robert Zemeckis, un giovanissimo Michael J. Fox interpreta Marty McFly. Questi si reca al ballo della scuola dove i suoi genitori – proprio perché si tratta di un “ritorno al passato” – si baciano per la prima volta dando così vita al loro amore. I teenager ballavano sulle note di “Earth Angel” dei The Penguis, ballada smielata strappabaci e strappalacrime. Di quelle che, insomma, tanto piacciono ai romanticoni.

Solo a loro, però, perché il potere del rock’n’roll è ben altro. E così, il buon Marty imbraccia una Gibson, attacca il jack all’amplificatore e fa partire il riff di “Johnny B. Goode“. Cambia la musica, in tutti i sensi, e ci si scatena con la celebre hit di Chuck Berry.

Johnny B. Goode

Deep down in Louisiana close to New Orleans
Way back up in the woods among the evergreens
There stood an  old cabin made of earth
and wood
Where lived a country boy named Johnny B.
Goode
Who never learned to read or write so well
But he could play a guitar just like
ringing a bell
Go, go, go Johnny. Go, go, go  Johnny
Go, go, go  Johnny. Go, go, go  Johnny
Johnny B. Goode
He used to carry his guitar in a gunny sack
Sat beneath the tree by the railroad track
An engineer could see him sitting  in the shade
Strumming with the rhythm that the drivers made
The People passing by, they would stop and say
Oh my, how that little country boy  could play
His mother told him, someday you will be a man
You will be the leader of a big old band
Many people coming from miles around
To hear you play your music when the sun goes down
And maybe someday your name will be
in lights
Saying: “ Johnny B. Goode Tonight”.

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Odissea di una gang: I guerrieri della notte

Riccardo Colella

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Tutto in una notte. Chiamando in causa il titolo del film di John Landis del 1985, potrebbe essere questo il filo conduttore che lega la magnum opus di Walter Hill, nel buio di una New York fatiscente e degradata. Scritto e diretto dal regista di Danko, Driver – l’imprendibile, Geronimo e Johnny il bello, il film vede la partecipazione di Michael Beck, James Remar (Dexter, Cotton Club, Django Unchained e USS Indianapolis ) e Deborah Van Valkenburgh, diventando ben presto un fenomeno generazionale nonché uno dei più potenti manifesti pop della New Hollywood.

LA TRAMA – La sera del 13 luglio del 1979, per le strade di New York viene proclamata una tregua tra le gang giovanili che controllano la città. Nel Bronx viene quindi indetto un enorme raduno a cui parteciperanno le maggiori bande, ciascuna con nove delegati rigorosamente disarmati, con lo scopo di radunarsi sotto la guida di Cyrus, già carismatico leader dei Riffs (la più grande gang di New York), per contrastare la “vera” piaga sociale della società: le istituzioni e le forze di polizia.

Il discorso di Cyrus prosegue tra le ovazioni dei presenti, fino al riecheggiare di un colpo di pistola che, sparato da qualcuno tra la folla, raggiunge e uccide lo stesso Cyrus. Nel parapiglia che ne scaturisce, complice anche una retata della polizia, vengono ingiustamente incolpati “i Guerrieri”: una gang di Coney Island, che combatterà tutta la notte per raggiungere il proprio territorio e dimostrare la propria innocenza.

NEW YORK COME L’ANTICA GRECIA – Gli studi in Storia e Letteratura di Walter Hill accompagnano lo scorrere delle sequenze ed appaiono ben evidenti per tutto l’arco del film. Se è vero, infatti, che I guerrieri della notte trae libera ispirazione dall’omonimo libro di Sol Yurick, è altresì lampante come l’intera storia riproponga più genuinamente un’odierna versione dell’Odissea, in cui il protagonista Ulisse guida i propri compagni nel periglioso viaggio di ritorno verso Itaca, dopo la conquista di Troia da parte dei Greci.

È nell’Anabasi di Senofonte, però, che il film trova il suo omaggio più corale. Nell’opera autobiografica, infatti, lo scrittore ateniese narra della sua avventura da mercenario sotto la guida di Ciro il Giovane – come il Cyrus dei Riffs –, pretendente al trono di Persia, e della conseguente disfatta e ritirata delle sue diecimila truppe/Warriors, attraverso l’ostile impero persiano/Bronx.

GIOCHIAMO A FARE LA GUERRAI guerrieri della notte può, per più versi, essere considerato un film pessimista, laddove metta in luce uno spaccato della violenza che affligge la New York di fine anni ’70. In quel periodo, infatti, i film sul disagio giovanile e l’imbarbarimento sociale nascono e si moltiplicano come funghi, figli del periodo buio che la Grande Mela sta attraversando. La notte è completo appannaggio delle gang che scorrazzano liberamente e, per le strade di New York, regnano caos e anarchia, in un affresco generazionale che non sembra troppo distopico. Le forze dell’ordine paiono insufficienti – come sottolinea lo stesso Cyrus nel discorso iniziale – e il metrò, mezzo con cui i Guerrieri cercheranno più volte di raggiungere Coney Island, rappresenta l’unico “luogo” sicuro.

Il ritratto di una società variopinta (come i colori delle divise delle varie gang), dalla forte connotazione multietnica e che riuscirebbe a convivere in un equilibrio stabile sotto il vessillo dei Riffs, mostra dei risvolti utopici ma di forte impatto emotivo per l’epoca. Ancora una volta il richiamo a una società permeata dal senso di ribellione verso le istituzioni, è quello della New York di fine anni ‘70 e, proprio come in 1997 – Fuga da New York, in cui Manhattan diventa un’enorme prigione a cielo aperto, anche ne I guerrieri della notte, le gang rifiutano i dettami delle istituzioni, autogovernandosi attraverso il classico Canis canem non est.

Dietro all’affresco della società violenta e degradata del film di Walter Hill, però, troviamo anche spunti di notevole positività: dalla fratellanza e il senso di appartenenza che lega gli appartenenti alle bande al desiderio di rivalsa che anima i protagonisti. Il mondo delle gang è inoltre regolato da una sorta di codice morale: gli scontri tra bande sono ammessi, ma sempre all’arma bianca o a mani nude. In quella New York vige la legge del più forte e le pistole e le armi da fuoco sono un qualcosa di “amorale” e il macchiarsi di crimini che ne comprendano l’utilizzo (come l’omicidio di Cyrus e nella scena finale sulla spiaggia), rendono quel gesto vigliacco e intollerabile in quel mondo.

La grande intuizione del film sta anche nell’affidare la narrazione delle vicende alla voce di un’anonima DJ radiofonica che, sulla base di una colonna sonora che definire da urlo sarebbe riduttivo: si spazia infatti dalle sonorità psichedeliche tipiche degli anni ’70 al rock e al più tipico blues di quegli anni, informa i radioascoltatori (e indirettamente lo spettatore), sul susseguirsi degli avvenimenti. Ma se come detto, il film è permeato da una vena di pessimismo notturno, non è un caso che la pellicola si concluderà di giorno sulla spiaggia di Coney Island. Dopo l’estenuante fuga, infatti, il film ci guida verso l’ottimismo degli imminenti anni ’80, col protagonista e quella che nel frattempo diventerà la sua compagna, che mostrano segni di rinascita e aprono alla possibilità di una vita migliore, senza tuttavia rinnegare le scelte passate.

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Il Tempio del Kothon a Mozia e la piscina sacra specchio delle stelle

Licia De Vito

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Il più grande santuario completamente fenicio scoperto finora nel Mediterraneo occidentale si trova a Mozia, un’ isoletta incastonata nello Stagnone di Marsala, in Siclia, che da anni è fonte preziosa di informazioni per gli archeologi.

Nella zona meridionale della piccola isola che i Fenici scelsero come stazione commerciale intorno alla metà dell’ VIII secolo avanti Cristo, è stata individuata una vasta area sacra. Un edificio templare connesso al suo kothon, un bacino sacro adiacente di forma rettangolare e grande 35,7m x 52,5m, di il più completo esempio di questa particolare tipologia architettonica nel mondo occidentale.

Nella parte orientale del Mediterraneo edifici sacri con questa configurazione sono a Biblo in Libano e in Siria ad Amrit, due a Cartagine e ancora a Mahdia, Béni Saf, Utica. Dopo anni di scavi condotti dalla missione archeologica dell’ Università “La Sapienza” di Roma, sono emersi interessanti risultati:. «Il tempio era stato edificato nel VI secolo secondo criteri di allineamento astrale cari ai Fenici della madrepatria.  Emerge così una sorta di mappa celeste di Mozia risalente all’ epoca della fondazione fenicia» come racconta Lorenzo Nigro, docente di archeologia fenicio-punica e direttore della missione di scavo.

Proprio questa mappa ci consente di affermare che il tempio e la piscina sacra erano in asse sia con la costellazione di Orione, che con quella di Venere e Saturno . L’ ipotesi più probabile per lo studioso è che il tempio fosse dedicato proprio a queste due divinità e che questa particolare congiuntura astrale simboleggi l’incontro ideale nel sito sacro del dio Baal Hammon e della sua compagna, la dea Astarte.

Grazie all’intervento dell’ istituto di Astrofisica spaziale e fisica cosmica del Cnr si è scoperto che l’ asse maggiore del tempio è orientato a 110 gradi sull’ orizzonte verso il punto in cui il 21 dicembre, cioè il solstizio d’ inverno, sorge la costellazione di Orione che rappresentava una divinità identificabile proprio con Baal.

Nella ricostruzione del cielo sopra Mozia nel 650 avanti Cristo, anno in cui tutta l’area sacra fu ricostruita secondo un disegno preciso che comprendeva  recinto circolare sacro, o temenos, il tempio e la piscina, il sorgere di Orione all’ orizzonte si accompagnava alla congiunzione di una delle stelle principali della costellazione, Betelgheuse ovvero il pianeta Saturno, che i Romani identificavano esattamente con Baal Hammon.

L’ asse minore e il portale monumentale dell’edificio sacro erano rivolti invece verso i 200 gradi, in questa direzione la stessa costellazione di Orione sorgeva il 21 marzo, nell’ equinozio di primavera, in compagnia non solo di Saturno ma anche di Venere.

Tempio e vasca sorgevano in oltre sui luoghi di sorgenti di acque dolci, elementi fondamentali per la vita dei marinai fenici che avevano estremo bisogno di trovare approdi sicuri dove rifornirsi.

Ma se un navigante non può vivere senz’acqua la navigazione non può esistere senza stelle. Non sembra quindi del tutto casuale la decisione di edificare nell’area del primo approdo dell’isola (la porta sud) un santuario che fosse legato sia al culto delle acque che all’osservazione degli astri. Quest’ultima ipotesi è confermata anche dal ritrovamento nel tempio di un “astolabio”, un puntatore in bronzo unico nel suo genere, infisso nel terreno che doveva probabilmente far parte di uno strumento per la misurazione degli astri. Se non bastasse questo, proprio la vasca sacra, il kothon, suggerisce ulteriormente questa interpretazione.

Del resto cosa c’è di meglio per un antico sacerdote che deve misurare le stelle di uno specchio d’acqua piatto che riflette la volta celeste?

Foto: Area di Porta Sud copyright “Missione archeologica a Mozia, Sapienza Università di Roma”

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