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Interviste

Emma Pomilio e l’amore per Roma: inventare e raccontare storie è la mia passione

Abbiamo incontrato la scrittrice abruzzese Emma Pomilio che ci ha raccontato la sua passione per Roma e per i romanzi storici

Antonella Valente

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Nasce in Abruzzo, Emma Pomilio, precisamente ad Avezzano (L’ Aquila) ed era una lettrice accanita già da bambina. Non ci stupisce, quindi, il successo che ha ottenuto nel corso di questi anni con i suoi romanzi. Ama definirsi una narratrice, piuttosto che una scrittrice. Emma Pomilio in realtà inventa delle storie, bellissime, avvincenti, ambientate in epoca romana. Il suo primo romanzo storico, pubblicato da Mondadori, fu “Dominus”. Da lì non si è più fermata e il romanzo storico è diventato il suo must per eccellenza. Oggi possiamo trovare in libreria “I Tarquini, la dinastia segreta” e se sapremo attendere, a breve, potremo leggere anche il suo seguito.

“I Tarquini, la dinastia segreta” è il titolo del tuo ultimo libro. Come nasce l’idea di questo romanzo storico?

In una mia visita a Segrate gli editori della Mondadori dissero che non avevano più pubblicato un romanzo sugli Etruschi, così mi esortarono a scriverlo. Non ero affatto convinta, poiché degli Etruschi non si sa molto: dissi che lo avrei scritto solo se avessi trovato un argomento adatto a un romanzo molto avvincente. Ho trovato presto l’argomento nella storia avventurosa dei re etruschi a Roma e soprattutto di Servio Tullio, grande personalità, condottiero vittorioso e riformatore, il quale ha dato alla Città Eterna un’impronta che è durata per tutta la repubblica. 

Cosa racconti nel romanzo?

Racconto l’ascesa al trono di Roma di Servio, personaggio enigmatico, dalla doppia identità: le fonti storiche romane lo presentano come schiavo latino, quelle archeologiche etrusche come mercenario etrusco. La conquista del trono da parte di Servio è stata un avvenimento drammatico per la città. Servio ha preso il potere in seguito a un colpo di stato e scontri sanguinosi. Il fatto che una parte della città non lo volesse ne fa un tiranno, che ha dovuto sempre appoggiarsi al popolo e circondarsi di una nutrita guardia. Dopo molti anni di regno la parte avversa è riuscita a eliminarlo: è stato ucciso barbaramente e, come di solito succede ai tiranni, non ha avuto degna sepoltura. Ma è stato sempre ricordato e venerato dai Romani come un re giusto. La sua casa era meta di pellegrinaggi ancora ai tempi dell’impero. 

Che importanza storica ha avuto la famiglia dei Tarquini a Roma?

Chi ha definito la Roma dei re etruschi come La grande Roma dei Tarquini (il filologo classico Giorgio Pasquali), ha sintetizzato questa epoca in modo geniale, poiché la storia romana di questo periodo è la storia dei Tarquini. Il dominio dei Tarquini ha rappresentato a Roma una fase nuova, quella dell’apertura massima ai commerci e alla multiculturalità. Ci fu un notevole sviluppo economico, diffusione della ricchezza, grande incremento dell’edilizia, dei rapporti culturali, commerciali e artistici con il mondo greco ed etrusco, espansione dei limiti della città, sviluppi militari e politici, espansione di Roma nel Lazio. Con i Tarquini Roma comincia la sua irresistibile ascesa.

Perché ami definirti una narratrice e perché Roma ti affascina così tanto?

Amo definirmi “narratrice”, in quanto scrittrice non è il termine esatto per me, che scrivo solo cose in cui metto in campo la mia fervida immaginazione. Mi piace molto inventare storie e raccontarle. Inoltre oggi neppure mi definisco più “narratrice”, ma preferisco il termine “romanziera”, infatti la cosa che mi riesce meglio è il romanzo, anche piuttosto lungo, per portare il lettore in un luogo e un tempo lontani ricostruiti da me. Per questo Roma si è prestata alla perfezione.  Non so se ho scelto Roma o Roma ha scelto me, certo ancor oggi la grandezza di Roma si può percepire intorno al Mediterraneo e a nord, dove Roma ha fondato molte città tra cui Parigi, Londra, Colonia, o anche solo facendo un giretto tra le rovine di Alba Fucens, a poca distanza da casa mia. Roma è ancora dentro di noi, non solo intorno a noi, e per me è giusto scriverne, rendendo un doveroso omaggio e ricordando anche ai lettori quale grande patrimonio hanno ereditato.

Quanto impegno e quanta ricerca c’è dietro la scrittura di un romanzo storico?

Per qualunque cosa si debba scrivere è necessario documentarsi. Scrivere un buon romanzo storico, soprattutto ambientato in tempi molto antichi diventa una sfida: per ricostruire luoghi e vicende lontani bisogna documentarsi su tutto, dai cibi al vestiario, alle abitazioni, alle armi, al governo, all’esercito, e chi più ne ha più ne metta. Ma la vera sfida consiste nel comprendere la mentalità di persone vissute tanti anni prima, farle pensare e agire come avrebbero pensato e agito al loro tempo, nella loro società. Per questo ci vuole grande sensibilità, immaginazione e tanto studio, ma si riesce nello scopo solo in parte. Il romanzo storico perfetto da questo punto di vista non esiste, non solo per carenze di informazione, ma anche perché l’autore immette sempre nell’opera qualcosa delle idee del suo tempo, anche se fa solo percepire una vaga disapprovazione. Io cerco la verosimiglianza con tutte le mie forze, è una lotta giornaliera, ma non si può evitare che qualcosa del mio moderno sentire si intraveda.

Nei tuoi libri rendi protagonisti personaggi che dalla realtà e dalla storia non vengono considerati: schiavi, donne, ad esempio. Gli storici, in passato, a tuo avviso, hanno calcato la mano trasformando questi personaggi in figure ancora più negative e scomode?

Ritengo giusto narrare nei miei libri le vicende non solo dei grandi protagonisti, su cui sono stati già versati fiumi di inchiostro, ma dare voce anche a personaggi su cui la storia non si sofferma, come, per quanto riguarda la romanità, le donne e gli schiavi. Per i Romani era bene che delle donne si parlasse poco o non si parlasse affatto, la donna costumata stava in silenzio e non si faceva notare. Gli storici ritenevano giusto parlare a volte di donne che rispecchiavano le virtù romane e le cui vicende risultavano particolarmente edificanti, di insegnamento per le nuove generazioni. Ma quando hanno dovuto occuparsi di donne molto forti e volitive o ribelli al sistema, donne che si discostavano dal loro ideale femminile, in alcuni casi hanno di certo calcato la mano, trasformandole in avvelenatrici, ninfomani o virago, come sembra per Livia, Messalina, Agrippina, Giulia, Fulvia, Afrania.

Degli schiavi i Romani evitavano di parlare, se non per discutere su come sfruttarli meglio. Gli schiavi erano un universo parallelo, col quale il libero non doveva incontrarsi. Erano un’umanità meno umana, che doveva essere tenuta sottomessa, perché molto importante, insostituibile. Roma era una civiltà schiavista e un uomo, un cittadino romano, non era tale senza gli schiavi che facevano il lavoro manuale per lui, affinché lui avesse il tempo per coltivarsi.

Eppure gli storici hanno dovuto narrare molte rivolte di schiavi. Lo hanno fatto con grande rammarico. Si vede che non rispettavano gli schiavi come nemici onorevoli.

Chi ha scritto la storia soffriva dei pregiudizi dei suoi tempi e portava avanti le idee della sua parte sociale, così ha fatto sparire dalla scena alcuni protagonisti scomodi, o li ha dipinti in caratteri foschi o li ha messi in ridicolo.

Parlare di Roma è la tua passione, ma c’è un’altra civiltà che ti piacerebbe conoscere meglio o che hai pensato potesse essere nelle tue corde?

Roma è stata una grande civiltà che ha avuto rapporti con tanti popoli ed è anche durata molto, quindi la storia romana è vasta e complessa, e da parte mia, adesso che ho cominciato a capirci qualcosa, non penso ad altre possibilità. Di certo comunque uno studio non esclude l’altro, anzi studiare genera curiosità. Mi piacerebbe conoscere meglio l’Oriente, soprattutto la civiltà cinese, tanto diversa dalla nostra. 

Sei già all’opera per il prossimo romanzo?

Sono già all’opera, sto scrivendo il seguito de I Tarquini – la dinastia segreta, che racconta la vita dell’ultimo re di Roma e i primi anni della repubblica.

Foto profilo ufficiale Facebook

Laureata in Giurisprudenza e Giornalista Pubblicista dal 2018, ama il teatro, il cinema, l'arte e la musica. Appassionata di recitazione, si diletta a salire su un palco di tanto in tanto. In altre sedi, anche Avvocato.

Interviste

Rodari come i Beatles, Max Paiella si racconta tra l’amore per la poesia e il rock n’roll. E quel like di Steven Tyler…

Federico Falcone

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Un poeta può essere al contempo una rockstar? Si, se parliamo di Gianni Rodari. E si, se a dirlo è Max Paiella, speaker radiofonico, attore, comico, musicista e rocker capace di intrattenere migliaia di spettatori nell’ambito di quell’Hawaiian Beach Party al Summer Jamboree di Senigallia, festival a tema anni ’40, ’50 e ’60, tra i più amati e frequentati d’Europa.

Rodari è stato tra i più fieri araldi della letteratura per l’infanzia, talmente colta e ricca di contenuti che solo una visione superficiale e disattenta potrebbe confinarla a un’età ben definita. E’ stato più grande di confini e barriere. Ed è proprio sulla base di questa considerazione, oltre che delle profonda attrazione per le sue opere, che Max ha scelto di portare sui palchi dei teatri italiani uno show incentrato su alcuni dei suoi scritti, da “Favole al telefono” a “Il libro dei perché”.

Ma è facile uscire fuori da schemi e spazi predefiniti, quando si interloquisce con un artista così trasversale e, cosa ben più importante, loquace e disponibile. Non sono mancati aneddoti divertenti, storie degne di menzione speciale e curiosità di vario genere e natura.

Perché proprio Rodari? Cosa ti ha spinto a cimentarti in questa avventura?

Rodari è senz’altro un inno alla sensibilità, all’intelligenza, alla delicatezza e alla poesia. E’ immediato, possono capirlo tutti, sia bambini che adulti. Nei suoi testi ci sono messaggi sempre molto profondi, detti con semplicità e acume. Queste caratteristiche mi hanno sempre affascinato.

Cento anni dalla sua nascita, quale è il suo più grande insegnamento?

C’era una sua poesia, molto breve, che può essere considerata come uno dei suoi grandi insegnamenti: “Io son dell’opinione – sia detto senza danno – che i grandi hanno ragione quando torto non hanno”. Ecco, ho avuto l’onore di leggere e interpretare i suoi libri, compreso il Libro Dei Perché come audiolibro, ci sono anche altre canzonette e filastrocche molto carine, e diverse ne ho anche musicate. Leggo anche altre cose, in questo spettacolo, compresi brani presi in prestito da altre opere e scritti. Ognuno ha un sapore diverso e, quindi, si, anche un insegnamento.

Hai definito Rodari come “un inno alla libertà”, ma cosa è per te la libertà, specialmente in tempi bui come quelli che stiamo vivendo?

La libertà è una questione mentale. Gaber diceva che “non è stare sopra un albero”. La libertà è partecipazione. In questo vedo la mia idea, che si sostanzia nel fatto che la mia libertà finisce laddove inizia quella di un altro. Non è fare tutti come ci pare, è un insieme di persone che deve convivere, che si basano e strutturano anche con delle regole ben precise. La libertà è una scelta, non è il fare come si vuole. Credo che ci si possa sentire liberi anche dopo aver perso qualcosa. Ogni scelta, infatti, comporta una privazione. E’ una questione prima di tutto interiore. Sbarre e condizionamenti sono prima di tutto mentali e poi, di conseguenza, blocchi emotivi e fisici. Secondo me, nella nostra immaginazione, nel nostro cuore, dobbiamo imparare e essere liberi e a non essere un gregge, avere una propria individualità che rispetta quella degli altri. E’ un meccanismo che deve partire dal nostro interno. Questa, però, è la cosa più difficile.

Altra tua grande passione è la musica. Se dovessi paragonare Rodari a uno dei tuoi artisti preferiti, quale sceglieresti?

In musica per me I Beatles equivalgono a Gianni Rodari. Con l’aspetto più delicato e leggero di Paul e quello più graffiante e profondo di John.

Sempre in ambito musicale, ma anche artistico più in generale, le tue collaborazioni con Greg sono tra le più divertenti e originali. Dal teatro ai Jolly Rockets, quale pensi sia il segreto della vostra alchimia?

Ho conosciuto Claudio (Gregori, alias “Greg”, ndr) molti anni fa, in una palestra a Roma. Sai, una di quelle vecchissime, con i pesi fatti sfera, di quelle che sembrano uscite da un cartone animato. Una palestra ruvida, ecco. All’epoca lui non era famoso e io non pensavo di fare questo mestiere. Avevo 16 anni e lui 21. Parlavamo di fumetti, altra nostra grande passione comune, ma anche di country blues e rock n’roll. Lui è più orientato su queste sonorità, verso gli Dei del genere come Chuck Berry e Buddy Holly, mentre io più sul finire dei ’60 con Led Zeppelin e Rolling Stones. Lui sa, però, che tra Chuck Berry e Jerry Lee Lewis preferisco quest’ultimo. Inoltre lui adora Beach Boys Brian Wilson, che negli anni sono rimasti sempre uguali, mentre io i Queen. Voglio raccontarti un aneddoto fantastico. Un giorno apro Twitter e mi trovo la richiesta d’amicizia di Steven Tyler degli Aerosmith. Sono rimasto colpito, a bocca aperta. Non ci credevo. Di questa cosa mi sono vantato con tutti, mi ha onorato tantissimo.

Quale ruolo può avere la comicità in questo momento drammatico?

Penso che avrà un ruolo sempre più importante. Il modo per farla sarà senza dubbio online o per via televisiva o radio. Sarà più a distanza. Al limite potremmo utilizzare i segnali di fumo. Non sarebbe male studiare uno spettacolo comico sostenibile. La comicità è importante, ma lo è ancora di più far parlare la gente, ecco perché ho questo sodalizio bellissimo con il Ruggito del Coniglio, realtà composta da ragazzi bravissimi nel far uscire la parte comica della gente.

Cosa servirà al mondo della cultura per uscire dalla crisi che inevitabilmente ci sarà?

Deve finire la quarantena. Solo allora potremo tornare a fare una vita normale. Non accadrà subito, ma accadrà. Per chi, come fa, fa teatro e anche altro sarà una comunque una remissione importante, speriamo non eccessiva (ride, ndr). Servirà tornare alla normalità per tornare a fare ciò che facevamo prima. Ma è difficile capire quando. La differenza, in un momento del genere, la farà la qualità della proposta e la gente in questi momenti tende a unirsi. La comicità può dare e darà tantissimo, ma non lasciamo da parte l’etica.

Chiudiamo con un sorriso, quali canzoni consiglieresti a chi è a casa per tenere alto il morale?

Ah, che domandona…dunque, proviamo: “All You Need Is Love” dei The Beatles, “Highway Star” dei Deep Purple, “Rido” di Enzo Iannacci, “Quello Che Perde i Pezzi” di Giorgio Gaber e, in ultimo, “Kashmir” dei Led Zeppelin. Che ne dite?

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Interviste

L’orizzonte degli eventi dei Matinée: ecco il nuovo album per l’indie rock band abruzzese attiva in terra britannica

Fabio Iuliano

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“L’arte avrà una narrativa davvero forte per poter raccontare una situazione così paradossale da essere inaspettata da tutti”. Nel giorno dell’uscita del loro “Event Horizon”, i Matinée guardano a un presente che non avrebbero mai immaginato. Un presente sospeso in grado, giocoforza, di accompagnare i messaggi del loro album – targato Neon Tetra Records e distribuito in Italia da Audioglobe – con un significato più profondo:

Definiti da Carl Barat dei Libertines come “la risposta italiana alla musica indie dei Naughties”, i Matinée sono un quartetto composto, pescando tra i musicisti della costa abruzzese, da Luigi Tiberio (voce, chitarra, synth), Alfredo Ioannone (voce, basso), Giuseppe Cantoli (chitarra) e Alessio Palizzi (batteria). Il lavoro dei ragazzi si divide tra Regno Unito e Italia. Proprio dal profondo legame con l’Inghilterra, che da sempre contraddistingue la band e che ora rischia di vacillare, nasce l’ispirazione per il disco.

Un album che fa tesoro delle esperienze musicali passate, di quel sound indie-rock e quella freschezza melodica che da sempre contraddistingue la band abruzzese che ha trovato accoglienza e successo in Inghilterra,e le esprime in una forma nuova, matura e contemporanea, venata di elettronica e synth, profondamente influenzata dagli Anni Ottanta.

L’album, anticipato dal singolo “Summer Sun” è nato in stretta collaborazione con Chris Geddesdei dei Belle and Sebastian, grande amico ed estimatore e ormai definitivamente un membro aggiunto della band, che ha partecipato alla creazione di ben sei brani sui nove totali. Altro ospite del disco Pier Ferrantini (Velvet), che presta la voce nel brano “Satellite”.

“Event Horizon” vanta la produzione di Tony Doogan, eletto da Billboard come uno dei migliori producer in circolazione e già al lavoro con artisti del calibro di Mogwai, Libertines e Glasvegas. Unica eccezione il brano “Goldfish”, prodotto da Julian Corrie, chitarrista dei Franz Ferdinand, una band a cui i Matinée sono profondamente legati: la loro carriera è sbocciata – fin dal nome che si ispira alla celebre canzone del primo disco di Kapranos e soci – anche grazie alla band scozzese, che in passato li elesse a sua tribute band ufficiale e li scelse come gruppo d’apertura di alcune date italiane. Event Horizon” è un concept album che vuole guardare oltre: allo spazio e alle stelle, alle galassie e alla luna, per indagare ciò che non si può vedere a occhio nudo. Un implicito invito a non fossilizzarsi sui nostri microcosmi ma ad adottare una visione più ampia, inclusiva e globale.

Pubblicato a sei anni di distanza dal precedente “These Days” e dopo due anni di intensa lavorazione, “Event Horizon” si compone di canzoni coinvolgenti, che nascono arrampicandosi sulle tastiere per poi fondersi alle mai abbandonate chitarre e a trascinanti cori. Strofe che esplodono in ritornelli incalzanti e ritmati dall’attitudine a tratti “danzereccia” a tratti più “intimista”, tracce elettriche ed energiche dove la musica si coagula attorno ai testi, immediati e incisivi. Masterizzato ad Abbey Road Studio da Frank Arkwright, l’album è stato registrato al Castle of Doom Studios di Glasgow e sarà distribuito in Cd, vinile e digitale.

LA NOSTRA INTERVISTA

Come vive la band questi giorni delicati?
“Siamo divisi tra Londra e Pescara. Questi giorni, più che mai, siamo distanti fisicamente ma abbiamo modo di vederci / sentirci via telematica. Sono tempi duri per tutti e speriamo di uscire con il disco per creare una distrazione necessaria seppur piccola”.

Erano (o sono ancora) previsti eventi di lancio? Hanno pensato alla possibilità di farlo attraverso i social?
“Abbiamo pensato a lungo se fosse il caso di uscire con il disco o meno e crediamo che sia essenziale reagire alla situazione e mandare un messaggio di positività e speranza attraverso la musica. C’è anche da dire che oggi giorno i canali mediatici ci permettono di fare uscire un disco virtualmente mentre se fosse accaduto anni fa sarebbe stato più complesso. Siamo davvero molto grati per tutte le radio – tv – press che hanno supportato il nostro lavoro e ci hanno incoraggiato ad uscire nella data prevista, il 27 marzo”.

Quanto conta la sperimentazione nel disco, dal sinth anni Ottanta alle ballads passando per del sano pop, tutto poi miscelato e riproposto in salsa indie alternative?
“La sperimentazione conta parecchio e forse questo è il motivo per il quale ci abbiamo messi circa 4 anni. Abbiamo cercato di spingerci al di la del classico chitarra/chitarra, basso e batteria. Abbiamo preso le sonorità dei Tears For Fears, Japan, XTC, Sift Cell, o almeno ci abbiamo provato”.

Vivete tra Italia e Uk, due realtà interessanti in questo presente inedito. In che modo la vostra musica potrebbe raccontare questo tempo?
“Con questo stop forzato della vita come la conosciamo, abbiamo cominciato a scrivere via telematica e se il lockdown continua magari avremmo materiale per un nuovo disco! Certo l’arte avrà una narrativa davvero forte per poter raccontare una situazione così paradossale da essere inaspettata da tutti”.

Come giudicate la situazione in Inghilterra rispetto all’emergenza Coronavirus?
“Qui siamo in lockdown da tre giorni soltanto e ai più il problema principale per i più sembra essere la mancanza di carta igienica e la chiusura dei pub. Penso che la situazione cambierà rapidamente quando arriveremo ai numeri dell’Italia”.

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Interviste

Dog Eat Dog segna il ritorno di Pino Scotto: il rock è attitudine ma internet è un mare di merda. Vi racconto il Monsters of Rock del ’92…

Autentica leggenda del rock tricolore, e persona vera (molto) prima ancora che personaggio, il 27 marzo Pino Scotto torna con un nuovo album “Dog eat Dog” e la solita voglia di spaccare il mondo

Domenico Paris

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Autentica leggenda del rock tricolore, e persona vera (molto) prima ancora che personaggio, il 27 marzo Pino Scotto torna con un nuovo album “Dog eat Dog” e la solita voglia di spaccare il mondo. In questi drammatici giorni di emergenza e forzata reclusione che stiamo vivendo, lo abbiamo raggiunto telefonicamente per farci raccontare le sue sensazioni alla vigilia di questo ennesimo capitolo discografico della sua carriera. Ecco che cosa ci ha detto.

Dopo “Eye For An Eye” un altro full-lenght interamente cantato in inglese. Ci spieghi il motivo di questa scelta?

Da un po’ di tempo sono tornato a sonorità hard rock più rootsy rispetto alle sperimentazioni presenti nei miei album solisti cantati in italiano. Diciamo che, in qualche modo, è un processo che si è innescato a partire da “Live For Dream”, anche se lì i brani erano eseguiti live e quelli in inglese si alternavano con quelli cantati in italiano.

A chi è rivolto l’invito a non sprecar tempo del primo singolo “Don’t Waste Your Time”?

Dietro questa canzone c’è una storia personale molto delicata e, purtroppo, anche, in qualche modo, legata alla triste quotidianità che stiamo vivendo da quando è cominciata l’emergenza legata al Coronavirus. Diversi mesi fa andai a fare dei controlli medici perché da oltre un anno soffrivo costantemente di alcuni sintomi riconducibili a quelli influenzali. Per fartela breve, da alcuni referti sembrava che io avessi un tumore. Capirai come un timore del genere inneschi delle riflessioni sulla vita di un certo tipo. Non che io ne abbia mai sprecata molta, sia chiaro, però di fronte a questo possibile baratro mi è venuto naturale scrivere una canzone così, che vuole incoraggiare la persone a non rimandare mai a domani quello che si può fare oggi. E ci tengo anche a dire che, dopo la morte di Lemmy, facevo già determinate riflessioni e ho cercato di modificare certi aspetti eccessivi del mio stile di vita.

Come mai hai deciso di recuperare in questo album “Don’t Be Looking Back” dei Vanadium?

È stata una cosa piuttosto casuale. Stavamo iniziando le registrazioni e i ragazzi hanno cominciato a suonarla per “spezzare il fiato” in studio. A quel punto, siamo andati fino in fondo e, beh, è venuta fuori molto bene fin dal primo take e ho deciso di tenerla per la setlist finale.

Dell’ellepì sei anche il produttore (coadiuvato nel missaggio da Tommy Talamanca). Si tratta di una scelta legata a particolari esigenze di suono che hai pensato di poter soddisfare soltanto mettendoti in prima persona dietro la consolle? E, più in generale, come ti poni rispetto alle produzioni di oggi? Ti sembrano ancora “attitudinali” come un tempo o riscontri un deciso impoverimento di personalità in tal senso?

Faccio una doverosa premessa: scegliere di prodursi da soli comporta assumersi non solo oneri e onori, ma anche avere la piena consapevolezza che tutto dipende da te, che il risultato finale di quello che incidi è tutto sulle tue spalle e dopo non puoi prendertela con nessuno. Detto questo, aggiungerei che, da sostenitore assoluto dell’analogico rispetto al digitale, mi piacerebbe tanto che si tornasse indietro con certe scelte di produzione. La musica di oggi ha perso completamente l’anima, basti pensare a quelle odiose batterie triggerate che sembrano uguali in tutti i dischi e che, alla prova del nove del live, si rivelano pietosi escamotage da studio per molti strumentisti. Questo, bada bene, avviene anche nell’heavy metal che troppi si ostinano a credere ancora un “territorio incontaminato” da certi trucchetti. Quindi, senza troppi giri di parole, io dico “vaffanculo” a tutti i discografici che impongono tutto questo. E parlo assolutamente a ragion veduta, perché non una sola volta mi sono trovato ad ascoltare o selezionare batteristi che su un palco mancavano completamente di groove, che non avevano neanche un’impronta basilare di blues nel loro bagaglio. Bravissimi magari ad andare a cento all’ora, ma completamente sprovvisti di “tocco”. E quando il risultato è questo, quando manca il groove, la definizione di certe performance è solo una: merda.

A proposito di attitudine: tu che per tutta la tua vita hai lavorato in una fabbrica e sofferto pur di mantenere la tua integrità artistica e la tua libertà di pensiero, che ne pensi di tutti quei ragazzi che vogliono bruciare le tappe attraverso i talent o i reality?

Che questa roba è solo fumo negli occhi, non serve a un cazzo. Basti pensare che in una ventina d’anni talent e reality non hanno mai prodotto niente di duraturo, neanche un artista in grado di reggere la prova del tempo (che è l’unica vera cosa che conta nella musica). Senza sacrificio, senza l’esperienza della cantina, soprattutto, non si va da nessuna parte! Non ci si deve fidare di chi dice e promette il contrario. E poi bisogna evitare la presunzione, un male che attanaglia molti giovani di questi tempi. Io ascolto tutto quello che i ragazzi mi mandano e delle volte ho a che fare con delle persone che mi verrebbe da definire “disturbate”, che non hanno raggiunto neanche un livello di qualità appena sufficiente per esibirsi o registrare un demo e già credono di essere pronti a sfondare. Meglio non fare nomi… E poi, amici, ci vuole la passione per questo mestiere! Io, a settanta anni suonati, quando salgo su un palco, provo ancora le stesse identiche vibrazioni che provavo quando ne avevo diciassette. Se nella vita non hai passione per quello che fai, per qualsiasi cosa che fai, i risultati non arriveranno, garantito.

Nel corso della tua ormai lunghissima carriera ti sei costruito una fanbase sempre più ampia e variegata. Qual è l’obiettivo di “Dog Eat Dog” in questo senso?

È quello di sensibilizzare le persone verso certi grandi temi sociali, verso i grandi abusi di cui tutti, chi più, chi meno, siamo vittime. C’è bisogno di redenzione, come suggerisco in questo album con “Before It’s Time To Go”. E bisogna combattere, far sì che le promesse che ci vengono fatte vengano per una buona volta mantenute. In “Ghost Of Dead”, una traccia dalla forte impronta trash, parlo per esempio della ricerca di successo da parte dei poveri, che quasi sempre ha risultati nefasti e si risolve in una bolla di disperazione. Più in generale, comunque, il disco vuole essere un invito ad essere mentalmente aperti, oggi più che mai, e credo si evinca anche dalla ricchezza di ispirazioni musicali che lo caratterizza. Per me è stato un autentico viaggio attraverso tutta la musica che ho amato in questi anni, dal metal all’hard rock, dal progressive al rock and roll: nei solchi di “Dog Eat Dog” c’è tutto, l’ho concepito con la ricettività mentale con la quale si realizzavano i grandi dischi degli anni Settanta, un’epoca in cui ci si lasciava permeare da tante suggestioni con uno spirito libero, propositivo, quello che ha dato origine ai grandi capolavori che ascoltiamo ancora oggi a distanza di mezzo secolo. Ecco, spero di essere riuscito ad avvicinarmi a questo, di aver mantenuto sempre questo tipo di libertà creativa.

Internet e musica secondo Pino Scotto: ha contribuito a “distruggerla”, come sostengono in molti, o può rappresentare, con il suo canale diretto verso gli ascoltatori, anche un’opportunità di esprimersi più liberamente?

Secondo me, dopo i primi tempi in cui internet alimentava la speranza di essere più liberi, è diventato tutto un gigantesco contenitore di merda, come i reality e i talent, d’altronde (sarebbe interessante sapere quanti dei protagonisti di questi ultimi, dopo aver preso coscienza della vacuità di queste “opportunità” di fama immediata, sono stati costretti ad andare in analisi!). La rete credo possa essere un mezzo buono per coloro che godono già di un loro buon seguito, ma non certo per chi deve emergere. Per questi ultimi è anzi molto dannoso, perché è diventato tutto un gran casino, riempito da troppe cose in mezzo alle quali si fa fatica ad orientarsi anche solo un minimo. Magari avrà fatto bene alla scena trap, ma, fidati, per il rock internet è stato nefasto.

Alla tua età, come ci si prepara ad un tour lungo come quello che affronterai per supportare dal vivo questa tua ultima fatica? Ti servi di un vocal coach, hai qualche segreto particolare?

Ma quante cazzate che tocca sentire, di questi tempi! Mai avuto un vocal coach o robe di questo tipo. Io il mio tempo l’ho sempre usato per divertirmi e per fare quello che volevo. Io non ho consigli da dare, quando mai! Se magari soffri di un’infiammazione, potrei suggerirti di usare un po’ di erisimo, la cosiddetta “erba dei cantanti”, un rimedio naturale certamene molto utile. Ma se i problemi non sono quelli, l’unica cosa che mi sento di dire a chi deve affrontare il palco e si fa cento scrupoli è la seguente: mettiti un dito in culo e canta! Tra l’altro, da quando ho adottato uno stile di vita più salutare dopo la morte di Lemmy, mi sento incredibilmente in forma. A me di certo non pesa l’età, io amo il rock and roll!

La formazione che ti accompagnerà nei live quale sarà?

Steve Volta alla chitarra, Davor Juric al basso e Luca Mazzucconi alla batteria. Ti assicuro, davvero una gran bella line up, ne sentirete delle belle.

Che ascolti oggi e, soprattutto, ritieni esistano delle premesse, storiche e sociali, per le quali a breve termine si possano ricreare le condizioni per veder rinascere una qualche scena rock nella quale un ragazzo di questa epoca possa identificarsi?

Sono anni, ormai non so più quanti, che vado predicando in ogni modo questo: “Torniamo al blues”. Solo ripartendo dalle origini si potrà pensare di riscrivere la storia della musica che verrà. Il metal, per dire, fino a un certo punto ha anche funzionato, ma poi… Poi è sparita la melodia, sono sparite le voci, è sparita la musica. È diventato tutto un bordello, come l’hip hop o il rap. Io ero un amico di Lemmy e quando ci trovavamo a discutere dell’argomento, la conclusione era sempre la stessa: è rock and roll, non c’è niente da inventare. Bisogna solo tornare indietro alle proprie radici e faccio presente, dal mio punto di vista, che un’operazione di questo tipo non si deve aspettare che venga fatta necessariamente da qualcuno che viene dall’America. Possiamo farla anche noi italiani e credo anche meglio degli altri!

Tra i tanti, puoi raccontare ai nostri lettori un aneddoto particolare e citare un riconoscimento che più ti ha inorgoglito in questi oltre cinquanta anni di musica?

Vediamo, non è facile come potrai immaginare (ride, ndr)…Allora per quanto riguarda il riconoscimento, ti racconterei una storia del Monsters of Rock del 1992 di Reggio Emilia. Stavo promuovendo il mio primo album da solista ed ero inserito in un cartellone fantastico con Iron Maiden, Black Sabbath, Megadeth, Testament e Pantera. Alla fine della mia esibizione, nell’area riservata del festival, mi viene incontro con una di quelle cartoline pubblicitarie che si utilizzavano al tempo nientemeno che Ronnie James Dio! Immaginate la scena: uno dei più grandi cantanti di tutti i tempi con la tua cartolina pubblicitaria in mano che è lì per chiederti un autografo! Ricordo che lo abbracciai fortissimo e lo ringraziai per il pensiero e per l’onore che mi stava facndo. Rest in rock, grande Ronnie! E, rimanendo sempre a quella fantastica esperienza in terra emiliana, citerei il seguente aneddoto di cui fui testimone: avevo il camerino vicino a quello dei Pantera e c’era Dimebag “Diamond” Darrell completamente fuori di testa che vomitava qua e là e apparentemente non era in grado neanche di reggersi in piedi. Arrivano quelli dell’organizzazione per chiamare in scena la band americana e lui, come per magia, si riprende in un nanosecondo, va sul palco e suona da paura di fronte a quella marea di persone. Grandioso! Per dire cosa è la potenza del rock… Amavo molto i Pantera e Darrell era un gran bravo ragazzo. Il suo assassinio mi ha sconvolto profondamente, è stata una tragedia enorme.

Una domanda conclusiva di triste attualità: che idea ti sei fatto di questa epidemia di Coronavirus che sta sconvolgendo le nostre quotidianità e quali conseguenze avrà sulla nostra società?

Il problema fondamentale è che i potenti di questo paese hanno ben pensato di sputtanare i soldi della sanità, ecco perché siamo in questa terribile emergenza! C’è poco da fare, adesso: dobbiamo stare in casa e sperare che si riesca a debellare il virus il prima possibile. Su quello che succederà dopo, è difficile fare ipotesi. Come pure non sento di esprimermi al riguardo delle tante teorie complottiste che si leggono dovunque in questi giorni. Speriamo che questo incubo finisca al più presto.

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