Elvis Presley, 16 agosto 1977: il Re è morto, lunga vita al Re
Memphis, 16 agosto 1977, muore Elvis Presley. Il re del rock’n’roll si spegne nella sua villa di Graceland all’età di soli 42 anni. Il mondo della musica e dello star system piangevano la sua voce, la sua leggenda, il suo mito. Il Re è morto, lunga vita al Re.
Elvis non stava bene da tempo. Negli ultimi mesi le sue condizioni fisiche erano andate peggiorando. I tour lo avevo logorato e gli abusi di farmaci lo avevano reso fragile. Chi gli stava vicino testimoniava di un uomo tormentato, con il cuore affaticato e il corpo appesantito. La pressione alta, i problemi al fegato e allo stomaco lo costringevano a cure continue ma, nonostante ciò, continuò a esibirsi. Il 26 giugno, a Indianapolis, tenne l’ultimo concerto della sua carriera. Apparve gonfio, la voce a tratti fioca, ma determinato a non abbandonare il palco.
Quel 26 giugno 1977 Elvis salì per l’ultima volta su un palco. Accadde al Market Square Arena di Indianapolis, davanti a circa 18mila spettatori. L’atmosfera era carica, quasi elettrica. Molti tra il pubblico avevano la sensazione di assistere a un momento storico. Elvis apparve stanco, appesantito, ma deciso a portare a termine lo spettacolo. Indossava la sua classica jumpsuit bianca, con ricami dorati, e una cintura larga. La voce, seppur segnata dalla fatica, riuscì ancora a sollevarsi con forza in alcuni brani.
Il concerto si aprì con “Also Sprach Zarathustra”, la musica che da anni introduceva i suoi show. Seguì un repertorio che mescolò i classici degli anni ’50 – “Hound Dog”, “Jailhouse Rock” – con i pezzi più drammatici della maturità, come “Hurt” e “Unchained Melody”. In quel brano, al pianoforte, Elvis diede forse l’ultima grande prova della sua intensità, strappando applausi fragorosi.
Durante la serata scherzò con i musicisti, parlò al pubblico, ringraziò i fan per la fedeltà dimostrata. A un certo punto disse: “Ci rivedremo ancora, vi prometto”, senza sapere che quella sarebbe stata l’ultima volta. Lo spettacolo si chiuse con “Can’t Help Falling in Love”. Poi Elvis si inchinò, salutò con il suo gesto inconfondibile e lasciò il palco. I giornali locali descrissero un concerto a tratti commovente, segnato da momenti di debolezza ma anche da lampi di grandezza. Nessuno, quella notte, immaginò che il sipario fosse calato per sempre.
A Graceland, negli ultimi giorni, Elvis condusse una vita ritirata. Dormì di giorno, vegliò di notte. Lesse la Bibbia, guardò la televisione, parlò con la figlia Lisa Marie, che a soli 9 anni gli stette accanto. Con gli amici più intimi mostrò ancora lampi di vitalità, ma chi lo conosceva bene temette per lui.
Nella notte tra il 15 e il 16 agosto, Elvis si ritirò nelle sue stanze intorno alle 4 del mattino. Disse che avrebbe letto. Verso le 9.30 la fidanzata, Ginger Alden, lo trovò privo di sensi nel bagno della suite. Cadde a terra, immobile. Un’ambulanza lo trasportò d’urgenza al Baptist Memorial Hospital di Memphis. I medici tentarono a lungo la rianimazione, ma non ci fu nulla da fare. Alle 15.30 fu dichiarato morto. La causa ufficiale fu un’aritmia cardiaca.
La notizia si diffuse in poche ore in tutto il mondo. Le radio interruppero i programmi. La televisione mostrò immagini in diretta da Graceland, dove già si radunarono migliaia di fan increduli.
Il giorno dopo i quotidiani titolarono a caratteri cubitali. The New York Times: “Elvis Presley Dies at 42, Rock Music Star”; The Washington Post: “Elvis Presley, King of Rock, Dies in Memphis”; Il Daily Mirror londinese: “The King is Dead”. Il Corriere della Sera: “È morto Elvis Presley, leggenda della canzone americana”. Sembrava che fosse caduto un sovrano, non solo una star. Ed era esattamente così che stavano le cose.
Davanti ai cancelli di Graceland si accamparono migliaia di fan. Alcuni pregarono, altri cantarono le sue canzoni, molti semplicemente piansero. A New York, a Londra, a Tokyo, improvvisati raduni portarono in strada intere generazioni cresciute con la sua musica. “Abbiamo perso il più grande”, dichiarò John Lennon. Paul McCartney lo ricordò come “un’ispirazione per tutti noi”. Frank Sinatra, che un tempo aveva guardato con diffidenza al rock, riconobbe: “Era unico, nessuno potrà sostituirlo”. Bruce Springsteen, giovane promessa in quegli anni, parlò di lui come di “un faro che ci mostrò la strada”. Persino il presidente Jimmy Carter diffuse una nota ufficiale, definendo Elvis “una parte indelebile della cultura americana”.
Il funerale si svolse il 18 agosto a Graceland. Più di 75.000 persone arrivarono a Memphis. Il corteo funebre attraversò le strade della città sotto un sole cocente. Elvis giacque in una bara bianca, vestito di seta e blu scuro, circondato da fiori. Le lacrime dei fan si mescolarono ai canti gospel. L’amico di sempre, il reverendo Rex Humbard, celebrò la cerimonia. Poi il corpo fu portato al cimitero di Forest Hill, accanto alla madre Gladys. Pochi mesi più tardi, per ragioni di sicurezza, la salma fu trasferita a Graceland, dove riposò per sempre.
Già nelle ore successive alla morte circolarono dubbi e voci incontrollate. Alcuni fan non vollero credere alla notizia. Si parlò di avvistamenti, di biglietti aerei acquistati con nomi falsi, di fotografie scattate a Graceland che avrebbero mostrato Elvis ancora vivo. Le teorie più fantasiose sostennero che il cantante avesse inscenato la propria scomparsa per sfuggire alla fama opprimente e ai debiti. La bara troppo pesante, il volto del corpo esposto che parve cerato, divennero argomenti di discussione interminabile. Così nacque il mito dell’“Elvis vivo”, destinato a sopravvivere nei decenni, alimentato da suggestioni e avvistamenti mai verificati.
La morte di Elvis segnò la fine di un’epoca. Ma la sua voce, i suoi gesti, la sua figura di ribelle gentile rimasero e sopravvissero a mode e costumi anche nelle decadi successive, fino ad arrivare ad oggi. Da quel momento Elvis non appartenne più solo all’America ma divenne patrimonio del mondo. A 42 anni il suo cuore si fermò, ma la sua musica non si spense mai.



