El Pibe de Oro, l’antitesi dell’ipocrita morale

I fisici scolpiti, i metri e novanta abbondanti e pettoruti, le velocità siderali da raggiungere sempre e comunque, il verticale superboostato di Klopp, le pubblicità delle mutande con pacco siffrediano, l’allenamento maniacale come religione. Le giacchette e le cravattine e lo stile spersonalizzato della supposta eleganza, le parolacce che non si dicono in campo figuriamoci fuori, i probi valori da promulgare perché si è sotto i riflettori, il contegno di piombo da avere in televisione.

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Il come essere sempre buoni, i vizi da far finta che non sussistano, il pallone che non esiste perché la cultura, del calcio e del superblob generale, è più importante, le scorrettezze che non si fanno perché vogliamo lo sport pulito (o Sacra Mano de Dios!), la grande squadra che sempre ci vuole intorno per vincere, il collettivo che deve essere necessariamente più importante del singolo.

E poi, ancora, il terzo tempo con le manine strette come nella “palla schiorta”, il sistema-di gioco e di vita- che deve sempre trionfare perché “uno non è nessuno, ma un centomila del cazzo“, l’idea che deve essere fottuta forte dal metodo, la gente che non può più avere eroi ma solo modelli, il sogno di un assolo pazzesco partendo da centrocampo assassinato dalla densità imprescindibile per fare muraglia e, soprattutto, per non far volare la mente…

Grazie di averci salvato tanti anni da tutto questo, o irripetibile Diego Armando. Un abbraccio per aver incarnato, tra gli ultimi al massimo grado di grandezza, il Mondo Nostro che sta scomparendo.
El Pibe De Oro!

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