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Dimenticare Vincenzo Mollica

Alberto Mutignani

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Recentemente mi è capitato di riprendere i Ritratti Italiani di Alberto Arbasino, da poco scomparso, e rileggere alcuni profili tracciati negli anni e nelle edizioni e riedizioni di quell’opera monumentale. C’è un fondo di sprezzatura nascosta all’interno di quelle pagine, che così poco spazio dedicano ad un autore come Moravia e così tante parole riservano per un’icona del pop come Gianni Morandi.

Arbasino, che di Antonioni scriveva “Subito si fa vivo per protestare se non condivide i giudizi espressi, non li tollera se non dall’entusiasmo in su, prende come stroncatura totale qualsiasi giudizio “misto”, non raccoglie le intenzioni ironiche perché non le vede”, è scomparso e nessuno ne ha raccolto l’eredità. I giornalisti che si affacciano al mestiere pretendendo di occuparsi del cinema “come arte” e della musica “come espressione dell’anima” sono i figli di una stagione trasversale a quella vissuta dal mite lombardo e dominante nel panorama contemporaneo: detta la linea il peso massimo del giornalismo culturale diabetico e zuccherino, Vincenzo Mollica.

Questo pezzo, che doveva inizialmente titolarsi “Contro il mollichismo”, vuole essere una semplice esortazione. Mi perdonerete se, non essendo un compagno del buon partito, non userò parole altisonanti né mi getterò in quelle infinte litanie che sperano di trovare nella lunghezza del testo una complessità concettuale che il discorso da sé non riesce ad esprimere.

Quello che è successo negli ultimi anni in questo Paese, dopo le gare stroncatorie degli anni ’70 e ’80, ha rappresentato il tramonto di una critica pur sempre pudica ma che nella bocciatura delle opere più disparate trovava l’escamotage per ricordare a sé e ai propri lettori la necessità costante di prendere con le dovute riserve il testo dell’ultimo romanziere, la pellicola dell’ultimo cineasta, e lo stesso mestiere di critico e cultore dell’argomento.

Una bustina di Eco recuperata di recente, ispirazione per questo pezzo, ricordava che già Guido Almansi nell’86 lamentava la rarefazione della nobilissima arte della stroncatura – erano ancora gli anni in cui, sul Sole 24 Ore, scriveva il Mamurio Lancillotto di Cotroneo -, come segno di una svigorita moralità letteraria. L’Italia, come Paese cattolico, si è volentieri lasciata alle spalle i pezzi provocatori di Alberto Savinio sull’animazione occidentale e di Tommaso Landolfi su qualunque cosa gli capitasse sotto mano, quelle stroncature che finivano con un sorriso, ben accogliendo invece la musicalità un po’ conservatrice, un po’ nostalgica delle parole di Mollica: belli gli album degli anni duemila, non si dica che siano brutti, ma ve li ricordate Mina e Battisti al Teatro 10?

Era il ’72. Andava tutto bene. Perché? Perché chi guarda(va) DoreCiakGulp era la generazione del boom e quella ancora precedente, persone che hanno fatto una cernita dei ricordi più piacevoli della propria epoca e mal sopportano il nuovo, cercando sempre qualcosa della Roma felliniana, della Dolce Vita, all’interno del nuovo che si affaccia davanti ai loro occhi. Perché non ci induce(va) a ragionare: una cosa è bella perché è bella, ve li ricordate Celentano e Pippo Baudo su Rai 1?

Era tanto tempo fa. Liberarci di questo amico degli artisti, di questo piccolo circolo mecenatico che promuove tutti e invita alla concordia a tutti i costi – perché chi litiga quando in gioco c’è un’anteprima, un disco omaggio, un backstage? – può essere un primo passo per superare il do ut des del giornalismo paracritico italiano, che oggi tempesta un po’ tutti: avete letto le ultime recensioni di Gianni Canova? Meglio una vecchiaia di follie e deliri che arrivare alla senilità facendo una reverenza quando si incontra, non so, un Guadagnino a cui qualcuno dovrebbe invece rivolgere una sola domanda: quand’è che la smetti?

Pescarese, classe 1998. Unico laureando in lettere a non aver ancora scritto la propria autobiografia. Interessi: le cose frivole, le chiacchiere a vuoto, gli scrittori comodi, il cinema popolare, i videogiochi. In un'altra vita è stato un discreto detective privato.

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La storia di Jack O’Lantern raccontata da Francesca Lucidi

Jack O’Lantern. La vera storia dei Digrignanti lumi di Halloween è un racconto che gli appassionati del genere, ma non solo loro, non possono mancare di avere

Federico Falcone

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“In un tempo lontano, ma vicino per screzi con il Creatore, il Diavolo era un passante e una compagnia nota”

Francesca Lucidi

E’ con queste parole che si apre Jack O’Lantern. La vera storia dei Digrignanti lumi di Halloween, racconto della scrittrice abruzzese Francesca Lucidi.

Lo scritto trae ispirazione da una storia tutta tanto singolare quanto affascinante, quella di Jack o’Lantern, fabbro irlandese con il vizio di alzare un po’ troppo il gomito. Un racconto che si tramanda di generazione in generazione, capace di trascendere i confini dell’isola per affascinare i quattro angoli del globo. Halloween, infatti, festa o ricorrenza che sia – ognuno può apostrofarla come meglio crede – nel corso degli ultimi decenni ha attecchito praticamente ovunque.

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Tra le tante leggende che costellano il 31 ottobre e le ore immediatamente precedenti o successivo a esso, questa è una delle più famose.

Jack, ubriacone, taccagno e scontroso, la notte di Halloween si reca al solito pub. Qui incontra il Diavolo. Ma lui, nonostante nelle vene abbia più alcol che sangue, riesce in qualche modo a imbrogliarlo. Gli fa credere che avrebbe venduto la sua anima in cambio di una birra. L’ultima della serata. Il Diavolo si trasformò in una monetina da sei pence per pagare l’oste e l’irlandese fu abbastanza veloce da riuscire ad intascarla.

Jack, in tasca, aveva con sé anche una croce d’argento. Elemento determinante, perché il Diavolo, vicino a essa, non riuscì più a tornare nella sua forma originaria. Tra i due intercorse un nuovo patto: se il fabbro lo avesse lasciato andare, il Diavolo non avrebbe potuto reclamare la sua anima per almeno dieci anni. Questi, se pur con disprezzo, accettò. Ma non finì qui, perché quando dopo una decade i due si incontrarono, Jack riuscì nuovamente a scappare da esso, facendogli promettere che non lo avrebbe più cercato. Anche in questo caso il Diavolo accettò.

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Quando Jack morì non venne accettato in Paradiso, dovendo così andare a bussare alle porte dell’Inferno. Il Diavolo ebbe la sua vendetta e lo respinse. Da quel momento, in attesa del Giorno del Giudizio, vagò con il tizzone che il Diavolo gli tirò usandolo come lumino, simbolo fatale delle anime dannate e perdute. Quel lumino assunse la forma di rapa, ma con l’immigrazione della comunità irlandese negli States, e con il conseguente trasferirsi di usi, costumi e leggende, queste vennero sostituite delle zucche. Da qui, Jack O’Lantern e il suo legame con Halloween.

“E’ una fiaba horror con evidenti elementi humor in grado di dare quelle suggestioni che ricercavo” – Francesca Lucidi

L’equilibrio tra i due aspetti è ben marcato nelle settanta pagine che compongono il lavoro della scrittrice abruzzese, appassionata di tematiche misteriose e leggende occulte. Ma anche di rock’n’roll, come le piace sottolineare. Bene, piace anche a noi, ci sentiamo di aggiungere.

La leggenda di Jack O’Lantern è raccontata in una veste inedita, con nuovi caratteri e nuove malevole presenze. Jack e il Principe della Menzogna: partite a carte e bevute di whiskey intratterranno i personaggi che si troveranno scaraventati in un susseguirsi di eventi dai risvolti assai inquietanti ma anche ironici, appunti.

Jack parla alle coscienze, ai desideri, alle bramosie. Il diavolo è il ribaltamento del bene, è male per antonomasia e nascita. Jack è un uomo e, in quanto tale, sceglie consapevolmente di perpetrare azioni poco cristiane attirando a se il principe, il guardiano e il padrone dei peccatori senza redenzione. Jack è una catarsi umoristica e orrorifica che vive nel mondo e conosce l’avarizia e l’arrivismo”, mi spiegò Francesca in una nostra vecchia intervista per il quotidiano Marsicalive.

Quando ci ritrovammo a parlare del libro, di fronte a un thé pomeridiano (neanche fossimo inglesi, vero?) mi definì questo racconto come una “storia di Halloween raccontata attraverso l’occhio della cinepresa“. Il mio consiglio, va da sé, è quello di dare un’opportunità a questo lavoro. Ben scritto, interessante, suggestivo. Si legge tutto d’un fiato ed è davvero ben pensato. L’umiltà con cui Francesco me lo presentò fu la più grande testimonianza di come la passione possa veicolare l’interesse a spingersi oltre e a cimentarsi in opere e progetti. Jack O’Lantern. La vera storia dei Digrignanti lumi di Halloween è un racconto che gli appassionati del genere, ma non solo loro, non possono mancare di avere.

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Ma perché proprio Jack O’Lantern tra le tante storie, miti, leggende, di Halloween? “Ho preso la leggenda di Jack, breve e lacunosa, e ho inserito personaggi nuovi e situazioni inedite. Il tutto è abile a intrattenere, sì, ma tanti simboli sono ben piantati tra le pagine e le nebbie”, spiega Lucidi.

“Cercavo qualcosa da leggere davanti al camino… che mi facesse sentire il mistero e anche i significati che sempre hanno circondato questo periodo dell’anno. La lotta con il male è un tema vecchio come il tempo, ed ecco che ho pensato alla leggenda di Jack. Ho cercato qualcosa da leggere che contenesse tutto ciò che ti ho citato: nulla, non ho trovato nulla. Allora ho scritto qualcosa che lo stessa avrei voluto leggere. Adoro i racconti, le leggende e le riflessioni che possono schizzar fuori dell’umorismo e dal folklore”.

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C’è acqua sulla Luna!

“Questa scoperta sfida la nostra comprensione della superficie lunare”

Federico Falcone

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Quella che era un’ipotesi, a lungo rincorsa come un sogno, si è trasformata in realtà. C’è acqua lontano dal nostro pianeta.

Lo ha reso noto la NASA, ieri, nel corso di una conferenza stampa. Sulla Luna, il nostro satellite, l’unico posto nell’universo finora raggiunto dall’uomo (salvo tesi contraria) è stata scoperta una chiazza d’acqua nelle zone illuminate dal Sole, quelle equatoriali che volgono sguardo verso la Terra. L’occhio del telescopio Sofia è andato più lontano del solito, ha esplorato, scrutato e, infine, trovato nella zona del cratere Clavius.

Non è facile comprendere quanto saranno sfruttabili queste riserve d’acqua. Certo è che, per la missione Artemis, si tratta di una scoperta fondamentale. Così come per i viaggi nello spazio e per le altre missioni che prevedono il ritorno dell’uomo sulla Luna, nel 2024. A questo punto cambiano gli scenari e le previsioni dei mesi e degli anni addietro e tale scoperta apre a nuove prospettive.

Punto di partenza, molto probabilmente, sarà lo studio della regolite lunare che ha intrappolato le molecole. Dai dati che emergeranno dalle ricerche si valuterà come procedere nelle prossime esplorazioni e, soprattutto, a cosa realmente ambire. Insomma, si apre una nuova pagina per la scoperta del cosmo. L’acqua sulla Luna, stando a una prima supposizione, sarebbe arrivata attraverso i meteoriti che, nel corso dei millenni, hanno impattato con la superficie.

Questa si sarebbe conservata grazie alle diverse zone in ombra che avrebbero preservato le molecole presenti. Si stima che la quantità individuata sia di 100 ppm – 412 ppm (parti per milione) nel primo metro circoscritto. La quantità totale, però, non è ancora chiara.

Il telescopio SOFIA ha dimensioni di 2,7 metri con un diametro effettivo di 2,5 metri. Questo consente di studiare il Sistema Solare e tutte quelle situazioni dove sono presenti polveri che bloccano la luce visibile (ma non gli infrarossi). Inoltre la possibilità di spostarsi in tutto il Mondo permette anche di cambiare “punto di vista” sul fenomeno da osservare.

Paul Hertz (direttore della divisione astrofisica alla NASA) ha dichiarato “avevamo indicazioni che l’acqua che conosciamo – potrebbe essere presente sul lato soleggiato della Luna. Ora sappiamo che è lì. Questa scoperta sfida la nostra comprensione della superficie lunare e solleva interrogativi intriganti sulle risorse rilevanti per l’esplorazione dello spazio profondo”.

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Rimandato il FLA: “accettiamo una decisione violenta e insensata”

Antonella Valente

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Tra le vittime del DPCM emanato lo scorso 25 ottobre, non solo sale teatrali e cinematografiche.

Rimandato a data da destinarsi anche il FLA, il Festival di Libri e Altrecose in programma dal 5 all’8 novembre a Pescara.

“La chiusura di cinema e teatri e la sospensione di ogni tipo di spettacolo in qualsiasi tipo di spazio, anche all’aperto, imposta dall’ultimo DPCM, infatti, rende impossibile svolgere il FLA nelle date che avevamo fissato – si legge nella nota stampa – Abbiamo pensato, così, di posticiparlo, non volendo rassegnarci ad una sua versione soltanto digitale, non adesso almeno. “

“Al momento non possiamo fare altro che accettare una decisione che non condividiamo e che ci appare violenta e insensata, soprattutto alla luce dei numeri che arrivano dal mondo dell’arte:

1 solo contagiato a fronte di 2.782 spettacoli e 347.262 spettatori, dal 15 giugno al 10 ottobre. Rabbia e delusione, dunque, ma non rassegnazione, quella mai. Continueremo a lavorare, a progettare, a resistere”. (Vincenzo d’Aquino, direttore del FLA)

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