DePookan: trent’anni di silenzio, poi l’incantesimo di “Sang et Cendre”
Silenzio di trent’anni, poi d’improvviso una porta che si riapre. Non è solo un’immagine comoda: in “Sang et Cendre” quella porta è davvero il modo in cui il disco comincia e il modo in cui i DePookan si rimettono al mondo. La formazione toscana guidata da Susy (Luana) Berni e Nicola Cavina torna dopo il debutto del 1994 con un secondo lavoro che suona come se nel frattempo non avesse mai smesso di accumulare visioni, simboli, fantasmi sonori. RadiciMusic ha pubblicato a ottobre il cd (dopo l’uscita digitale di giugno) e rimette in circolo una delle esperienze più laterali e rituali della world italiana.
L’orizzonte è chiaro: niente “folk carino”, ma un’ibridazione scura, che intreccia radice celtica, elettronica, strumenti antichi, pulsazioni rock e una teatralità quasi iniziatica. La voce di Berni non si limita a cantare: officia. Evoca, incanta, parla lingue inventate e lingue antiche, maneggia immagini di sangue, cenere, acqua, terra, pace, come se ogni brano fosse un piccolo rito di evocazione. Cavina costruisce intorno un tessuto sonoro denso: chitarre, mandola, basso elettrico, bodhrán, campionamenti, sempre in bilico tra terra e sottosuolo, tra danza e trance.
La title track “Sang et Cendre” è subito manifesto: un combattente sospeso tra bianco e nero, tra giustizia e colpa, prova a misurarsi con l’inutilità della guerra. Il brano guarda al “popolo affamato”, privato di dignità, e in quella frase “siamo sangue e cenere” trova la sua chiave: nessuna glorificazione, solo una presa di coscienza amara, quasi da canto di trincea trasportato in un altrove simbolico.
Con “Talyesin Merlino” il disco entra ancora più nel territorio del mito. La figura di Merlino viene ribaltata: non solo mago, ma uomo e guerriero, spaccato tra furia e consapevolezza. La scelta di raccontarlo dal lato umano, accompagnato da una “lingua ancestrale” inventata da Berni, è coerente con l’estetica del disco: tutto è familiare e alieno allo stesso tempo. Il video ufficiale, girato al Mulinaccio di Scandicci, spinge questo immaginario ancora più avanti, tra costumi di scena, location storiche e una regia che insiste sulla dimensione sospesa del personaggio.
“Eleen Aroon” è il respiro dell’acqua: un canto quasi primordiale, costruito su metafore di luce e ombra. Si sente la natura come soggetto, non come semplice sfondo. L’andamento è ciclico, ipnotico, da brano da ascoltare davvero “alle prime luci del mattino”, come suggerisce la stessa band, quando i contrasti tra bianco e nero sono meno netti e permettono sfumature.
In “Blood Red Shoes” la narrazione si sposta sul lato più disturbato dell’amore, dove il sentimento tracima in ossessione e la metafora della morte non è solo romantica, ma fisica, concreta. Qui la vena dark dei DePookan emerge con forza, tra elettronica, tensione e una scrittura che non ha paura di spingersi sul confine tra eros e distruzione.
“Schule Agra” e “En Mes Pays” riportano il discorso sulla terra: la prima come invocazione alla Madre ancestrale, abbraccio e culla primordiale; la seconda come canto di nostalgia del soldato di ventura, sospeso tra lontananza, dignità e bisogno di garantire una vita alla propria famiglia. È una linea tematica che torna: l’eroe non è mai solo eroe, è corpo, fame, casa mancata.
“Mag Mor Mag Mell” è forse uno dei momenti più particolari del lavoro: una litania di nomi dell’oltre, popolata da folletti, “buona gente”, Pooka e figure del mondo magico chiamate per nome in quella lingua ancestrale coniata da Berni. Qui l’elemento celtico si sposa con la ricerca linguistica e con un gusto per il trasporto rituale che sembra fatto apposta per il live, soprattutto in location suggestive come quelle che hanno segnato la storia del gruppo (Terme di Caracalla, Teatro Romano di Fiesole, festival celtici).
Poi arriva “Johnny I Hardly Knew Ya”, tradizionale rielaborato che chiude il cerchio tematico della guerra. La presenza di Massimo Giuntini alla cornamusa irlandese è un innesto naturale in questo contesto: il brano racconta, ancora una volta, la totale inutilità del combattere, il corpo che torna mutilato, l’assurdità di ogni conflitto. In un disco che apre con “Sang et Cendre”, questa scelta non è casuale: l’album tiene insieme un filo antimilitarista esplicito, ma filtrato sempre attraverso simboli e narrazione, mai slogan.
“Peace” chiude il lavoro nel modo più radicale: niente voce cantata, solo suono e parole in arabo e in ebraico, come a dire che l’unica dichiarazione possibile, su un tema così abusato, è lasciare che siano le lingue e i timbri a parlare. Una coda strumentale dal sapore quasi di benedizione, dopo tanti racconti di sangue, vendetta, guerre e crepe dell’animo umano.
Dal punto di vista sonoro, i DePookan confermano una cifra precisa: underground, sì, ma non per posa. È una musica che vuole restare laterale ai circuiti “comodi” della world, scegliere la strada delle contaminazioni più scure, delle pulsazioni elettroniche, delle texture rituali. La presenza della viola da gamba di Martina Weber, delle percussioni di Nicola Esposto, della batteria di Fabio Masetti e del basso elettrico e cori di Gian Piero Rezoagli costruisce una sezione ritmica che non cerca la pulizia pop, ma la densità, la stratificazione. È un suono che chiede all’ascoltatore un minimo di disponibilità a farsi trascinare dentro, non di usare il disco come semplice sottofondo.
La copertina, nata da un “flash visivo” di Berni e dalla fotografia “L’uomo con il cappello”, rielaborata con RadiciMusic, chiude il cerchio: una figura enigmatica, quasi un guardiano di soglia, perfetto per un lavoro che parla continuamente di porte, velature, veli da attraversare, sogni che diventano luoghi e luoghi che sembrano sogni.
“Sang et Cendre” non è un ritorno nostalgico, non è un “come eravamo” ripescato dagli anni Novanta. È un disco pienamente attuale proprio perché rifiuta l’estetica levigata del presente e resta fedele a un’idea di world music come territorio di rischio, di mescola, di simboli e ombre. Non è un ascolto immediato, non è per chi cerca il ritornello facile, ma è un lavoro coerente, intenso, che restituisce ai DePookan il posto che avevano iniziato a ritagliarsi: quello di una creatura sonora ibrida, tra rito, sogno e sottosuolo.


