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Interviste

Colleghi, amici e compagni di avventure: Pino Insegno e Federico Perrotta si raccontano

Colleghi, amici e compagni di avventure da anni: Pino Insegno e Federico Perrotta si raccontano in questa intervista a The Walk of Fame

Antonella Valente

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Raccontarsi non per autocelebrarsi, ma per raccontare la quotidianità, dove la realtà si mischia alla finzione. Un viaggio attraverso il cinema, la televisione, la musica ed i nuovi media. “58 Sfumature di Pino” è uno spettacolo in cui Pino Insegno si racconta attraverso gli occhi e la voce di un uomo che ha fatto dei film la sua vita e della sua vita un film. Uno spettacolo esilarante che vede al suo fianco l’attore, l’amico e il compagno di avventure Federico Perrotta.

Come nasce l’idea di questo spettacolo?
Pino Insegno: Al quarantesimo anno di teatro mi era venuto in mente di giocare con qualcosa che riguardasse il passato, ne sono molto affezionato, vivo già un minuto fa con grande nostalgia quindi era venuto il momento di raccontare in maniera drammaticamente giusta per il teatro il “dietro le quinte” di questo mestiere in tutte le sue declinazioni, raccontando le fasi più negative. Ad esempio racconto con grande ironia quando ho iniziato a doppiare i porno, non certo autocelebrandomi. E’ una scusa per fare un’ analisi divertente e divertita del mondo dello spettacolo con un controaltare che è Federico che ha un ruolo importante. Alla fine c’è anche un colpo di scena finale, un momento romatico. E’ uno spettacolo che attraversa tutto il mondo dell’arte in maniera ironica ma veritiera. Si adatta a teatri come il Sistina fino a quelli più piccoli da dieci posti.
Federico Perrotta: Di questo ne abbiamo avuto esperienza anche nelle piazze dove la paura di perdere l’attenzione delle persone c’è sempre. Lo abbiamo riadattato ed è andata bene. Quando hai qualcosa da raccontare universalmente comprensibile va bene qualsiasi location.

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Pino, perchè Federico Perrotta al tuo fianco?
Per dare lusto! Perchè ti guardi intorno e alla fine l’unico libero che lavorava era lui! Ho fatto come Verdone in “Un sacco bello”, ho chiamato tutti, alla “p” c’era Perrotta e ho trovato lui! (ride ndr).
A parte gli scherzi, con Federico siamo cresciuti insieme ed è quello che si avvicina di più a ciò che penso del teatro di un certo tipo. Siamo amici, funziona benissimo e poi con lui c’è un rapporto produttivo insieme, è il mio alter ego ciccione (ridono ndr). Ci troviamo bene insieme, ci capiamo perfettamente, siamo una squadra.

Pino, nella tua carriera da attore e doppiatore, qual è l’artista che è rimasto di più nel tuo cuore e quello che invece ti sarebbe piaciuto doppiare?
Ne ho doppiati veramente tanti e in effetti mi sono tolto un sacco di sfizi! Per una questione di età non ho potuto doppiare Steve Martin, perchè molto più grande di me, ma mi sarebbe piaciuto farlo. Per il resto ho doppiato tutti quelli che pensavo potessi fare, anche Brad Pitt o Will Smith, ad esempio. Con 400 film doppiati da protagonista devo dire che non mi manca nulla.

Pino, tra Will Ferrel e Viggo Mortensen chi preferisci?
E’ come se mi avessi chiesto di scegliere tra mamma e papà. E’ difficile, Will è esattamente la mia trasposizione. Con lui faccio proprio Pino, fatico tanto perchè parla molto ed è molto variegato. In realtà sono legato ad entrambi. Viggo mi dà la possibilità di avere varie sfaccettature come attore. Nei 25 film in cui l’ho doppiato, si può notare che l’ho fatto sempre in maniera diversa. Ad esempio in Green Book aveva una caratterizzazione siciliana, mentre difficile è stato doppiarlo in “La promessa dell’assassino”. Will è divertente e un pazzo scatenato come me, sono 24 anni che gli dò la mia voce. Devo dire che non potrei fare a meno di nessuno dei due.

Federico, che personaggio ti ha più rappresentato nel corso degli anni?
Nel mio caso, avendo fatto tanto varietà, è difficile scandagliare nell’animo di un personaggio specifico. Hai i tempi un pò stretti, intepreti un pò te stesso o una figura proiettata di te sul palco. Un ruolo che mi piace molto è quello che faccio ne “La Banda”. Sono un soldato abruzzese che si ritrova in una banda di Legnano. E’ un ruolo che mi piacerebbe interpretare anche su altre piattaforme.

Cosa consigliereste a qualcuno che si avvicina al mondo delle arti, dello spettacolo e del teatro?
Pino Insegno: Studiare, studiare e studiare. Di non pensare di arrivare da qualche parte con un talent o scorcatoie varie. Bisogna amare il proprio mestiere e farlo con dedizione, passione, studio. Non bisogna pensare di diventare famosi, bisogna fare bene questo mestiere. C’è gente famosa che non lo sa fare.
Federico Perrotta: Si può benissimo sognare e bisogna farlo sempre. Purtroppo, in provincia, come da noi in Abruzzo, non c’è molto supporto, nemmeno da parte delle istituzioni. C’è anche un pò di ignoranza di alcune famiglie che prendono sottogamba i sogni di ragazzi che hanno qualcosa da raccontare. Quando incontro giovani artisti cerco di sostenerli e aiutarli in ogni modo soprattutto perchè così hanno fatto con me i fratelli Insegno, che hanno creduto in me. Altrimenti questo mestiere non avrei potuto farlo e le bastonate sarebbero state di più. Un’accademia come la loro deve formare degli occupati e non dei disoccupati.

Progetti per il futuro?
Federico Perrotta: Ne stiamo discutendo in questi giorni ma c’è qualcosa che bolle in pentola. Pino torna in scena anche con “L’ultimo giorno di un condannato a morte” di Hugo con la regia di Matteo Tarasco. Un classico esempio di come un attore comico sia pronto a fare un ruolo drammatico e a muovere delle corde meglio degli altri.

Pregi e difetti di entrambi…
Federico Perrotta: Profonda generosità, che è sia un pregio sia un difetto.
Pino Insegno: Non è una domanda che si fa! (ride ndr) Comunque si, anche Federico è molto simile a me, ma di cose negative, davvero non ve ne sono.

Laureata in Giurisprudenza e Giornalista Pubblicista dal 2018, ama il teatro, il cinema, l'arte e la musica. Appassionata di recitazione, si diletta a salire su un palco di tanto in tanto. In altre sedi, anche Avvocato.

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Lou Mornero presenta “Grill”: esploro la mia maturità artistica e la musica senza confini

Antonella Valente

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A quattro anni di distanza dall’EP di debutto, il cantautore milanese Lou Mornero pubblica “Grilli” (Cabezon Records), il suo primo album full length. “Grilli” è l’evoluzione del progetto nato nel 2017 con la pubblicazione dell’EP omonimo nel quale il cantautore milanese Lou Mornero affida le sue canzoni al poliedrico musicista e produttore Andrea Mottadelli per crearne gli arrangiamenti e curare l’intera produzione

“Grilli” è il tuo primo album, nato come evoluzione dell’ep del 2017, quello del tuo esordio. Puoi spiegarci come sei cresciuto, musicalmente parlando, in questo lasso di tempo?

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Purtroppo o per fortuna la mia curiosità è in continuo movimento, sono sempre in modalità “scoperta” e questo influenza tutto ciò che faccio, quindi più che di crescita parlerei di costante apertura e desiderio di stimoli. Musicalmente parlando sento di aver raggiunto una certa maturità e di aver affinato un gusto, d’altronde non sono più fanciullo agli occhi dell’anagrafe, ma con ciò mi terrorizza l’idea di fossilizzarmi, in questo senso mi sento di affermare che “Grilli” è un’evoluzione in larghezza, ho ampliato confini e orizzonti e so pure che si tratta di una parentesi già chiusa per cedere il passo ad altro.

Fin dal primo ascolto si percepisce la volontà di coniugare le tue influenze musicali. Come si è sviluppato il processo di songwriting che ha portato alla realizzazione del disco?

E’ stato tutto molto fluido e naturale, sia dal punto di vista compositivo che sperimentale, il mio approccio è spontaneo e mai  forzato, vado dove mi porta l’ispirazione e gli ascolti del momento senza pormi troppi limiti, come forse s’intuisce. In “Grilli” sono confluite canzoni più datate e altre recenti e ciò giustifica la presenza di una moltitudine di atmosfere che rappresenta la mia attitudine da trovatore musicale. In principio parte sempre tutto da me e la mia chitarra, esce qualcosa che sento avere un giusto mood e mi ci aggrappo fino a che la sensazione cede il posto alla canzone, che in genere impiega il suo tempo per trovare la soluzione finale. Poche cose mi danno gusto come quando dal silenzio nasce improvvisa una musica che m’incolla a sé. Nella fase successiva, quella dell’arrangiamento e della produzione, sono intervenuti in modo massiccio la sensibilità e il gusto di Andrea, di cui mi parliamo poi, che in quanto a curiosità musicale non ha nulla da invidiare a nessuno. E’ pertanto la somma delle rispettive influenze che si riflette in tutto il disco.

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Hai scelto di affiancarti a Andrea Mottadelli, musicista e produttore. Quale è stato il suo contributo?

Con Andrea ci conosciamo da tanti anni e, oltre ad aver suonato insieme ne I Paradisi, avevo già beneficiato del suo talento anche nel precedente EP, quindi nel caso di “Grilli” si è trattato di dare seguito a una collaborazione già consolidata e fondata principalmente sull’amicizia e sulla reciproca stima per la sensibilità artistica dell’altro. In quest’ultimo lavoro, in particolare, il contributo di Andrea s’erge a pari misura di quello mio di autore; per dedurne l’entità basta fare attenzione a quanto corpo è racchiuso in ogni arrangiamento e, ancor più nel dettaglio, in ogni singolo suono. In alcuni casi le sue idee hanno collocato altrove canzoni che altrimenti avrebbero avuto una lettura più specifica, con l’abilità di spaziare fra i generi senza creare confusione.

Ti va di descriverci brevemente i brani che compongono “Grilli”?

Nell’album, come dicevo, si susseguono una serie di atmosfere differenti tra loro, accomunate dal mio sentire musicale e dal gusto di Andrea per certe sonorità. La scelta della scaletta è il risultato della volontà di costruire un viaggio la cui partenza è affidata alla canzone “Grilli” che ben funge da introduzione morbida al portamento più ritmato di “La cosa vuota”. “Due” e “Aquario”, a seguire, sono esempi di come il contributo di Andrea abbia portato altrove ambientazioni dal gusto più folk, aggiungendo suoni più moderni come casse elettroniche e synth. Con “Happy birthday songwriter” si cambia registro e si accede al mondo della canzone più standard nonostante l’assenza di strutture classiche, così come in “Caro mio”, dove il canto sfiora a tratti il parlato. “Piccolo tormento” è il blues che trova il suo posto ma lo fa guardando ai NIN piuttosto che a Muddy Waters. La chiusa è lasciata ai balzi di “Ouverture” che con la sua coda strumentale vuole essere un arrivederci sostenuto e onirico.

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In assenza della possibilità di suonare dal vivo, credi che andrebbe rivisto anche il sistema di promozione di un artista?

Probabilmente sì, non potendola cambiare, ci si deve adattare all’attuale condizione di assenza della musica dal vivo. E quindi i concerti in streaming piuttosto che altre iniziative virtuali che evidentemente, in termini di scambio tra performers e pubblico, nulla hanno a che fare con la natura propria di un’esibizione dal vivo ma che in questi tempi possono trovare una giustificazione come tentativi per non mollare. Io non ho ricette alternative, l’esperienza del concerto è unica e insostituibile e non voglio neppure pensare a discorsi del tipo pubblico ridotto o distanziato, perciò credo che l’unica cosa da fare in questo brutto momento sia non rinunciare a credere che torneranno tempi migliori e continuare a creare.

Parlando della situazione generale, quella nella quale versa il mondo dello spettacolo, della musica e della cultura più in generale, quali sono i tuoi auspici? Come vedi, da artista, i mesi che hai davanti?

Ovviamente auspico che si possa tornare a una specie di normalità il prima possibile, scegliere quando e dove andare senza più limitazioni di posti e orari. Ovvio è che fino a quando quella cosa sarà in circolo e non saremo protetti non possiamo far altro che sopportare e pazientare con tutta la fatica del mondo. Pertanto, è inutile raccontarcela, i mesi a venire saranno ancora costretti e condizionati e per far fronte alla chiusura generalizzata del mondo dell’arte nelle sue varie forme, che poi spesso coincide col mondo dello svago di tutti, dovrebbero esserci dei sostentamenti fissi e distribuiti in egual misura a tutte le fasce in questione. So che in alcuni stati, che evidentemente posizionano la cultura più in alto rispetto al nostro, ai musicisti è riconosciuto un degno contributo mensile per continuare a fare quello che fanno, e pensa, anche senza epidemie in corso….da noi è utopia. Se penso a locali che frequentavo abitualmente e che hanno chiuso, come il Serraglio o l’Ohibò, mi chiedo come il comune di Milano abbia lasciato che questo potesse accadere senza dare un sostegno per salvare tali luoghi di aggregazione, quando poi immagino che i signori delle istituzioni non paghino mai un biglietto che sia uno ma abbiano accesso gratuito a ogni manifestazione.

Lascio a te le ultime parole famose per salutare i lettori di The Walk of Fame magazine

Spero che siate curiosi e ascoltiate “Grilli” e spero che vorrete condividere con me i vostri pensieri e sensazioni. Spero che troviate il vostro momento sospeso con qualsiasi musica desideriate purché la musica non manchi mai. A presto.

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Interviste

Ominous Scriptures: i brutal death metallers bielorussi si raccontano [ITA/ENG]

“L’approccio è sempre lo stesso: brutal death metal ispirato ai classici della fine degli anni ’90/primi anni 2000”

Luigi Macera Mascitelli

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Da circa 10-15 anni a questa parte, nell’Europa dell’est si sta registrando un importante incremento della scena metal. In particolare, le frange più estreme del genere stanno trovando un terreno assai fertile, e non è un caso che molte grandi rivelazioni provengano proprio da questi paesi. Tra le tante band underground che hanno attirato l’attenzione ci sono sicuramente i bielorussi Ominous Scriptures.

Il quintetto di Minsk nasce nel 2013 e subito si fa notare per la sua musica: brutal death metal senza fronzoli e ferocissimo. Il secondo album, The Fall of the Celestial Throne, pubblicato nel 2020, è un esempio di quanto si affermava ad inizio articolo.

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Il 30 marzo 2021 gli Ominous Scriptures pubblicheranno una versione rimasterizzata del loro debutto del 2015, Incarnation of the Unheavenly. Per l’occasione abbiamo fatto loro qualche domanda, cercando anche di approfondire meglio la band e la situazione della scena metal in Bielorussia e nell’Europa dell’est. Buona lettura!

[English Version Below]

Ciao ragazzi e benvenuti su The Walk Of Fame Magazine. Il 30 marzo pubblicherete la ristampa del vostro album di debutto del 2015, Incarnation of the Unheavenly. Come mai avete deciso di riproporlo?

Ciao! Grazie per l’intervista! Sì, il 30 marzo abbiamo pianificato l’uscita di Incarnation Of the Unheavenly tramite Lethal Scissor Records. C’erano troppe ragioni per ripubblicare il nostro debutto. Innanzitutto, la produzione originale era super sporca, ma dopo il remix suonerà decisamente meglio! In secondo luogo, non sappiamo cosa stia accadendo all’etichetta che ha rilasciato l’originale, ma sembra che stia morendo. Quindi con la nuova versione possiamo riportare il disco negli store di tutto il mondo e rendere felici tutti coloro che lo volevano. Terzo: dopo l’uscita del nostro secondo album nel 2020 su Willowtip Records abbiamo ricevuto più attenzione. Perciò ora non vogliamo che i fan paghino il quintuplo per acquistare i cd tramite Discogs o Ebay.
Siamo davvero grati che i ragazzi della Lethal Scissor Records abbiano trovato interessante dare una seconda vita a questo disco.

Dopo l’ottimo lavoro fatto con The Fall of the Celestial Throne del 2020 avete già in mente un nuovo album?

Ovviamente. Con tutta questa situazione della pandemia non abbiamo potuto esibirci live, e quindi abbiamo deciso di non perdere tempo concentrandoci sulla creazione di materiale nuovo. L’approccio è sempre lo stesso: brutal death metal ispirato ai classici della fine degli anni ’90/primi anni 2000. Ma siamo comunque nel 2021, quindi non sarà un copia/incolla. Almeno lo spero. Ma sai una cosa, queste nuove tracce sono super esplosive!

Volete raccontarci come sono nati gli Ominous Scriptures? E perché la scelta di suonare un death metal così brutale?

L’idea per creare la band risale al 2012-2013. Volevamo solo suonare del brutal death metal con dei testi oscuri ed empi. In pratica lo stile che tutti amiamo. Nulla di speciale insomma…

Ho notato che negli ultimi 10-15 anni si è sviluppata un’importante scena metal nell’Europa dell’est. Mi viene da pensare ai vostri vicini di casa Eximperitus e Relics Of Humanity. O ai polacchi Mgła. Secondo voi, qual è la causa di questa incredibile ondata?

È vero! Stanno accadendo così tante cose fantastiche intorno a noi qui. La scena polacca è sempre stata una delle più apprezzate nell’underground mondiale, ma sì, così tante band provenienti da Bielorussia, Russia, Ucraina hanno pubblicato album fantastici negli ultimi anni. Come puoi non essere felice di questa situazione. Siamo sicuri che sia solo l’inizio.

La pandemia è stata decisamente un male per voi band underground. I concerti sono il modo migliore per farsi conoscere nella scena metal, ma il problema è che ora sono stati tutti cancellati e credo che questo vi abbia penalizzato. Cosa ne pensate? Avete una soluzione per ovviare alla questione?

Sì! Avevamo 2 tour in programma ed entrambi sono stati cancellati. Onestamente non vediamo altre soluzioni se non aspettare il giorno in cui l’umanità sarà in grado di controllare la malattia. Speriamo davvero che questa primavera/estate i fan di tutto il mondo possano riavere l’opportunità di tornare ad assistere a degli show. Di una cosa siamo sicuri ora: quella passione che abbiamo tutti, suonare ed andare ai concerti, non scomparirà ma ci renderà più affamati!

English Version

For about 10-15 years now in Eastern Europe there has been an important increase in the metal scene. In particular, the most extreme fringes of the genre are finding a very fertile ground. It is no coincidence that many great revelations come from these countries. Among the many underground bands that have attracted attention are the Belarusian Ominous Scriptures.

The Minsk quintet was born in 2013 and immediately got noticed for its music: brutal death metal without frills and very ferocious. The second album, The Fall of the Celestial Throne, released in 2020, is an example of what was said at the beginning of the article.

On March 30 2021, Ominous Scriptures will release a remastered version of their 2015 debut, Incarnation of the Unheavenly. For the occasion we asked them some questions, also trying to better understand the band and the situation of the metal scene in Belarus and Eastern Europe. Enjoy the reading!

Hi guys and welcome to The Walk Of Fame Magazine. On March 30, you will release the reissue of your 2015 debut album, Incarnation of the Unheavenly. Why did you choose to propose it again?

Hi there! Thanks for interview! Yes, on March 30 we have planned the reincarnation of Incarnation Of the Unheavenly through Lethal Scissor Records. There were too many reasons to rerelease our debut. First, the original production was super filthy, and after remixing/remastering it sounds even more better. Second, we really don’t know what happens with the label that released the original version, but looks like it near or dead already. So with new release we can bring it back to the stores all over the world and make everyone happy, who wanted to have it. Third, after the release of our second album in 2020 on Willowtip Records, we got more attention. Now we don’t want make fans  paying X5 prices to buy the OG cds through discogs/ebay sellers.
So we are really thankful that guys from Lethal Scissor Records found it interesting to bring the second life to this record.

After the great job done with 2020’s The Fall of the Celestial Throne, do you already have a new album in mind?

Of course. With all this pandemic situation we couldn’t make any tours/shows happened, so we decided to not waste the time and were focused on creation of new stuff. The way is still the same: Just brutal death metal inspired by late 90s/early 00s classic works. But we are breathing the air of 2021, so it not gonna be some copy/pasting. Anyway, i hope so. But you know what, these new tracks are super blasting!

Do you want to tell how Ominous Scriptures were born? And why did you decide to play such brutal death metal?

The idea to create the band is from 2012-2013 as I remember. We just wanted to play some Brutal Death Metal with dark/unholy lyrics. The style we all love. So probably nothing special here.

I have noticed that in the last 10-15 years an important metal scene has developed in Eastern Europe. It makes me think of your neighbors Eximperitus and Relics Of Humanity. Or to the Poles Mgła. In your opinion, what is the cause of this incredible surge in the Eastern European metal scene?

Thats true! We are looking for so many great things happens around us here. Polish scene always was one of the most markeble in worldwide UG, but yes, so many bands from Belarus, Russia, Ukraine have released amazing albums in last years. How can you not be happy with this situation. I am sure its just a begining.

The pandemic was definitely bad for you underground bands. Concerts are the best way to get known around the metal scene. The problem is that now they have all been canceled and I guess this has penalized you. What do you think about it? Do you have a solution in mind?

Yes! We had 2 tours in plans and both were canceled. I honestly don’t see any other decision as waiting the day when humanity will be able to control this disease. I really hope that this spring/summer fans all over the world will get back the opportunity to visit the shows/festivals. One thing I am sure now: that passion we all have, i mean play shows/come to shows, will not dissapear, but will make us more hungry!

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Beati gli inquieti, il romanzo-reportage scritto da Redaelli nelle stanze della follia

Fabio Iuliano

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Si può costruire sul deserto? Si può abitare la follia per definirne le geometrie? Quella stessa follia che Stefano Redaelli ha scelto di guardare da vicino. Professore di Letteratura italiana alla facoltà di “Artes Liberales” dell’Università di Varsavia, esce in libreria con Beati gli inquieti. Un libro che arriva dopo un lungo trascorso all’interno di una struttura psichiatrica di Lanciano, in Abruzzo, con il proposito di riuscire a raccontare senza filtri la vita degli ospiti che ha conosciuto, la follia nella sua immediatezza e spontaneità.

Un avvincente romanzo-reportage, dove realtà e finzione si incontrano a restituire un’immagine verosimile delle strutture di cura, che ancora oggi sembrano accogliere qualche “matto” solo per dare alle persone fuori l’impressione di essere sane. Anche i nomi di persone e luoghi sono alterati, ma la trama non si allontana molto da quello che è successo nella realtà: Casa delle Farfalle è il nome della struttura psichiatrica a cui Antonio, ricercatore universitario, si rivolge.

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Prende accordi con la direttrice, si finge un paziente e, nel libro, racconta in prima persona. Scopre le storie delle persone che vi abitano, le loro ossessioni, le paure, i loro desideri. Conosce Marta, Cecilia, Carlo e Simone; ma è anche costretto a conoscere se stesso, più a fondo di quanto abbia mai fatto prima.

Redaelli sceglie con cura le parole, la sua scrittura è immediata e senza fronzoli, pur senza rinunciare alla poesia. Indaga senza filtri la natura umana portando alla luce i suoi lati più insoliti eppure più delicati, e si avvicina «anche se solo per un attimo» alla verità tutta intera. Il dialogo col lettore è diretto e vivace. È Angelo, tra gli ospiti, a introdurre un test di ingresso posto all’inizio del libro: «Se volete leggere questo libro dovete superare un test. Così saprò se mi posso fidare di voi. È il test dell’Fbi, serve per sapere se siete spie».


Beati gli Inquieti è uscito in tutte le librerie e negli store digitali. Edito dalla Neo Edizioni, il romanzo è candidato alla 75ª edizione del Premio Strega e alla 59ª del Premio Campiello. Il volume è anche secondo classificato al Premio nazionale di letteratura Neri Pozza 2020. «Leggendo questo libro», ha scritto Remo Rapino, premio Campiello lancianese con il “matto” Bonfiglio Liborio «mi è sembrato di fare un viaggio dall’inquieto alla serenità, grazie alla scoperta di mondi, di anime». Addottorato in Fisica e Letteratura, Redaelli ha approfondito a lungo il rapporto tra scienza, follia, spiritualità e letteratura. Vive tra Varsavia e l’Abruzzo e nel prossimo semestre sarà visiting professor all’università D’Annunzio di Chieti-Pescara.

Come è arrivato all’idea di questo libro?
Tredici anni fa, su invito di un’amica, raccolsi dei diari della Comunità di Sant’Egidio, con l’intento di trasformarli in un romanzo. Magari per vincere un premio in denaro a un concorso letterario da devolvere loro in beneficenza. Mi resi conto, però, che quelle parole avevano bisogno di storie in carne e ossa da incontrare. Di qui, iniziai a cercare e frequentare istituti psichiatrici della zona. Col tempo riuscii a fare un’esperienza simile a quella di Beati gli inquieti. Per farlo, ho frequentato una struttura lancianese per anni.

Realtà e finzione sullo stesso piano
Tutto quello che racconto è frutto di un vissuto reale, anche se reinventato in sede di scrittura. Non rinuncio a delle immagini che mi hanno accompagnato nei giorni vissuti nella struttura. Come l’immagine del deserto edificabile, il deserto dove si può costruire.

Genio e disagio, follia e pieghe della razionalità. Difficile trovare un equilibrio nei racconti dei suoi personaggi, alcuni dei quali molto affascinanti. Eppure lei scrive provocatoriamente: “Non andate a trovare i matti”.
I matti non mentono, i matti ci vedono, i matti sono nudi. I matti dicono sempre la verità. La follia potrebbe sicuramente essere definita come un’enigmatica forma di vita, un’esperienza che vada ben oltre la distinzione tra sano e malato, cela un’importante verità della nostra umanità. Una verità che ci riguarda. Una verità che si può cercare dentro la follia, dentro noi stessi. Eppure, noi preferiamo confinarla in schemi, etichette e strutture psichatriche.

L’AUTORE. Redaelli (Chieti 1970) ha conseguito il dottorato in Fisica e il dottorato in Letteratura all’Università di Varsavia, nonché il master “L’Arte di Scrivere” nella Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli Studi di Siena. Docente di Letteratura italiana alla Facoltà di “Artes Liberales” dell’Università di Varsavia, si interessa dei rapporti tra scienza, follia, spiritualità e letteratura, e di traduzione letteraria. È autore delle monografie: Nel varco tra le due culture. Letteratura e scienza in Italia (Bulzoni, Roma 2016), Le due culture. Due approcci oltre la dicotomia (con Klaus Colanero, Arcane, Roma 2016), Circoscrivere la follia: Mario Tobino, Alda Merini, Carmelo Samonà (Sublupa, Varsavia 2013) e di numerosi articoli scientifici. Ha tradotto e curato la poesia di Jan Twardowski, Sullo spillo. Versi scelti – Na szpilce. Wybór wierszy (Ancora, Milano 2012). Tra le sue pubblicazioni anche il romanzo Chilometrotrenta (San Paolo, Milano 2011) e la raccolta di racconti Spirabole (Città Nuova, Roma, 2008).

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