“Chi trova un amico trova un tesoro”: quando l’avventura profumava di sale, banane e scazzottate
“Chi trova un amico trova un tesoro”, film cult con protagonista una tra le coppie di attori più amate del cinema italiano, è una di quella pellicole che rivedi a distanza di quarant’anni e ti accorgi che non sei cambiato poi così tanto: ridi negli stessi punti, aspetti le stesse scene come si attende un tormentone estivo, e quando partono le prime note della colonna sonora ti sembra di sentire ancora il televisore a tubo catodico acceso nel salotto dei genitori.
Siamo nel 1981, Sergio Corbucci prende in mano Bud Spencer e Terence Hill per una delle loro avventure più solari e fantasiose. È il periodo in cui la coppia è ormai un marchio di fabbrica: il biondo scavezzacollo e il gigante burbero, l’astuzia che corre accanto alla forza bruta, il sorriso che precede lo schiaffone. Ma qui succede qualcosa di speciale, perché Corbucci sposta l’asse del racconto verso un’avventura tropicale che sembra uscita da un romanzo per ragazzi, mescolando isole sperdute, mappe improbabili, pirati da fiera di paese e un mistero che profuma di leggenda.
Terence è Alan, giocatore incallito con la sfortuna come compagna di tavolo, mentre Bud è Charlie, lupo di mare che accetta di attraversare l’oceano nutrendosi di una marmellata dall’aspetto radioattivo pur di portare a casa un premio degno di un gruzzolo anni Ottanta. L’incontro tra i due non è una stretta di mano, ma una convivenza forzata su una barca che diventa subito ring galleggiante. Bugie, bussola manomessa, sguardi torvi e, naturalmente, qualche tuffo di troppo.
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Quando approdano a Pongo Pongo – isola fittizia ma scolpita nell’immaginario di chiunque abbia visto il film anche solo una volta – il film decolla definitivamente. Qui Corbucci si diverte come un bambino e trasforma la giungla in un parco giochi: liane usate come fruste, noci di cocco che sostituiscono le solite padellate, bastoni, palme, sabbia che vola ovunque. Le scazzottate non sono mai violente, sono coreografie da cartone animato, un balletto slapstick in cui nessuno si fa davvero male e tutti, in fondo, sembrano felici di prenderle.
A dare sapore al tutto c’è una galleria di personaggi secondari che da sola vale il biglietto. Anulu, il figlio pasticcione della regina Mama, è uno di quei comprimari che non dimentichi più, soprattutto grazie al doppiaggio “meticcio” di Ferruccio Amendola, un mix di dialetti e inflessioni che oggi non si potrebbe più replicare, ma che allora suonava come musica comica pura. E poi c’è lui, Kamasuka, il soldato giapponese che crede che la Seconda guerra mondiale non sia mai finita. Figura ispirata a una storia vera, qui diventa una maschera tenera e malinconica, una presenza quasi poetica in mezzo a tanto fracasso. Con lui il film trova persino il coraggio di fermarsi un attimo, di sospendere le risate e di suggerire che il tempo può restare incastrato in una trincea per decenni.
E sopra tutto, come un mantra, risuona “Movin’ Cruisin’” dei fratelli La Bionda, colonna sonora atipica per Bud & Terence, più disco che western, più malinconica che fracassona. È una musica che accompagna le immagini come una brezza calda. Quando la senti, rivedi subito la barca che scivola sull’oceano, l’isola che emerge dall’orizzonte, i due eroi che, senza saperlo, stanno andando incontro a un tesoro che non è quello che cercano.
Perché il bello di “Chi trova un amico trova un tesoro” è proprio quello di giocare con la promessa del bottino per poi smontarla pezzo dopo pezzo. C’è il denaro che sembra falso e poi non lo è, la statuetta buttata via che vale una fortuna, la fuga finale che si trasforma in una beffa. È un film che ti insegna – senza mai diventare predicatorio – che l’oro luccica meno di un abbraccio tra due tipi che fino a dieci minuti prima avrebbero volentieri buttato l’altro a mare.
Rivederlo oggi fa quasi tenerezza. In un’epoca in cui la comicità spesso punta sulla volgarità o sulla cattiveria, questo film continua a vincere con la sua innocenza rumorosa. È “trash” solo per chi non capisce che dietro quei pugni volanti c’è un’idea di cinema popolare nobilissima: far ridere senza ferire, trasformare la violenza in farsa, raccontare l’avventura come una grande partita tra amici.
Bud, con la sua barba da capitano Ahab in pensione, e Terence, eterno ragazzo dagli occhi furbi, qui sono al massimo della loro alchimia. Non serve nient’altro. Né ospitate illustri, né comparse illustri. Il marchio Spencer & Hill è autosufficiente, puro, irripetibile. E allora sì, dopo tutti questi anni, mi viene ancora voglia di assegnargli il massimo dei voti, senza vergogna. Perché “Chi trova un amico trova un tesoro” è un’isola in cui rifugiarsi quando il mondo si fa troppo serio. E ogni volta che lo rivedo, ho la sensazione precisa di aver ritrovato un vecchio amico. E, come dice il titolo, non è poco.



