“Basta crederci un po’”: John Strada tra rock, provincia e lividi
Con “Basta crederci un po’”, John Strada firma il suo nono disco di inediti e, soprattutto, una svolta di scrittura. È un album, in uscita venerdì 7 novembre, che sembra nascere in punta di piedi, dalle pieghe della quotidianità, per poi esplodere in un rock elegante e vigile, dove le parole non sono mai riempitive ma scelte con cura chirurgica. L’osservazione della provincia, dei suoi rituali e delle sue ossessioni contemporanee, diventa materiale narrativo: Strada raccoglie tutto e lo restituisce in undici brani che alternano denuncia, poesia e un romanticismo misurato.
La produzione artistica è affidata a Don Antonio Gramentieri, presenza riconoscibile: chitarre che disegnano atmosfere sospese, arrangiamenti essenziali ma dal respiro cinematografico, un suono che sembra venire dal confine tra l’Appennino e l’America profonda. Le registrazioni sono avvenute a La Casina di Modigliana, mentre mix e mastering portano la firma di Ivano Giovedì (Waveroof, Castel Bolognese). A completare la band: Diego Sapignoli alla batteria, Nicola Peruch a piano e tastiere, Denis Valentini alle percussioni, i cori di Daniela Peroni e Laura Zoli.
Il disco si apre con la title track “Basta crederci un po’”, un electro-blues ipnotico sul culto dell’apparenza: profili patinati, vite mediocri che sui social diventano favole. Subito dopo, “Ballando in città” cambia traiettoria: un omaggio lieve e sottile all’universo di Mary Poppins, Velvet Underground nell’aria e un invito a salvare i propri sogni. “Parlavo da solo” è uno stream of consciousness che suona come un testamento artistico, mentre “Non ti dirò ti amo” contraddice ogni cliché romantico: l’amore può essere solido senza diventare zucchero.
Nel cuore del disco, Strada affonda il colpo: “Manca il respiro” fotografa una società che ha perso l’orientamento, tra ambizioni adolescenziali tradite e rassegnazione adulta. “Girasoli”, scritta pensando a Federico Aldrovandi, è il pezzo più duro: niente vittimismo, solo la domanda scomoda su cosa accade quando l’autorità smette di essere protezione. Il tema della fragilità ritorna in “Giocattoli rotti” e in “La vita và”, ritratto di un disadattato che scivola giorno dopo giorno nell’inerzia.
C’è spazio anche per una storia d’amore mancata nell’era digitale: “Amore Social” racconta la disillusione di un incontro infinito che non accade mai. Chiude il disco “La tygre e l’agnello”, ispirata alle poesie di William Blake: Tom Waits e Nick Cave fanno capolino tra parlato, tensione e un grido contro la violenza sulle donne.
“Basta crederci un po’” è un disco adulto: feroce quando serve, romantico senza smancerie, sempre fedele alla realtà. John Strada non predica, non dà soluzioni. Osserva, testimonia. Rende musica ciò che molti fingono di non vedere. Ed è proprio questo a farlo funzionare: la sincerità del racconto, mai gridata e sempre necessaria.

