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Interviste

Stray Bop: il duo Bardamù fonde il jazz e l’hip hop e dà vita ad un nuovo linguaggio musicale

Stray Bop è anche il genere musicale che producono da anni che vede il jazz e l’hip hop andare a braccetto in un linguaggio fino ad ora poco sperimentato.

Antonella Valente

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Roll the DiceAnd we will dance the love sono i due nuovi singoli del duo jazz/ hip pop di origini calabresi Bardamù, in rotazione radiofonica da oggi 6 dicembre. Ginaski Wop e Alfonso Tramontana da circa vent’anni sono “cittadini del mondo” e creano la loro musica facendosi influenzare da ogni luogo nel quale vivono. Dal 2000 hanno vissuto prima a Cuba, poi a Barcellona e Madrid. Oggi si dividono tra l’Italia, Roma in particolare, e gli Stati Uniti, dove sono un duo apprezzatissimo nei jazz club più importanti di Manhattan.

Insieme scrivono musica e testi di tutti i loro brani e li producono e registrano nel loro studio mobile per le vie della città. Stray Bop (EGEA MUSIC) non è solo il titolo del loro ultimo disco, ma è anche il genere musicale che producono da anni che vede il jazz e l’hip hop andare a braccetto in un linguaggio fino ad ora poco sperimentato.

Come nasce lo Stray Bop?
Noi sperimentiamo questo linguaggio dai primi anni ’90, proveniamo dal jazz, ma abbiamo anche iniziato ad ascoltare musica hip hop sia italiana sia americana e lì abbiamo concettualizzato l’idea che si trattava di una naturale evoluzione del jazz, certo potevano cambiare alcune atmosfere però in realtà la matrice culturale e concettuale era la stessa. Quindi abbiamo iniziato ad interpretare la cultura hip hop alla stessa maniera di quella jazz, utilizzando molti strumenti dal vivo, tentando di calarla in una struttura jazz vera e propria e abbiamo alla fine avuto modo di constatare che in molti contesti, soprattutto all’estero, piaceva. In sostanza questo nostro album “Stray Bop”, che unisce la cultura di strada, l’essenza girovaga con il movimento BeBop anni’40, è la summa del lavoro di questi anni.

Questo disco può essere considerato “la voce” di un nuovo “genere” sperimentale?
Sono d’accordo nel chiamarlo “nuovo genere” perché quando si parla di nuovo è sempre rischioso però possiamo definirlo tale perché molti in passato hanno tentato di approcciarsi sia nel mondo jazz sia nel mondo hip hop all’inverso. Tentativi ve ne sono stati, ma si trattava sempre di dischi jazz con un condimento hip hop. Quello che noi facciamo invece viene realmente composto e suonato dal vivo come una jazz band e l’hip pop si inserisce non con una semplice metrica ma vi si costruisce intorno un universo musicale.

Vi sentite dei veri “cittadini del mondo”…
Anche se sembra un po’ amaro dirlo, ma una vera e propria casa non l’abbiamo ancora trovata. Probabilmente è una condizione fondamentale del randagismo. Abbiamo vissuto a Cuba, a Barcellona, Madrid. Sono 11 anni che siamo a Roma e più di un anno che facciamo avanti e indietro con Brooklyn. I luoghi che visitiamo e abitiamo ci arricchiscono molto e ci permettono di misurarci con noi stessi, conoscere nuove culture, affrontare solitudini. Viaggiando si può rispondere anche ai diversi interrogativi che ci poniamo, ad esempio.

Siete un duo di fratelli, di origine calabrese. Come nasce l’idea di suonare insieme?
(Ginaski) Tra i due Alfonso è il più grande e già da ragazzino suonava il piano e ascoltava musica jazz in un’età in cui i coetanei di solito ascoltano musica diversa. Probabilmente aveva sottomano solo me che suonavo la batteria, quindi abbiamo in un certo senso unito le nostre solitudini ed è nato questo progetto.

Cosa vi aspettate da questo disco?
In realtà nulla in particolare, da un punto di vista commerciale. Quello che il disco doveva darci lo ha già fatto nel momento della sua nascita. Per tutta la vita avremo questa creatura che abbiamo concepito lentamente. E’ chiaro che se dovesse avere anche successo la cosa ci renderebbe ancora più felici.

Tra le vostre particolarità vi è quella di aver registrato il disco in uno studio mobile..
Stando sempre in giro risulta complicato fermarsi in un studio di registrazione fisso. Poi ci siamo accorti che non ci piace dipendere troppo dagli studi di incisione e quindi abbiamo scelto questa alternativa. Portiamo in valigia tranquillamente le nostre apparecchiature, registriamo dove capita, a casa nostra o a casa di altri artisti, dove vogliamo. Lo studio mobile risulta molto comodo e sposa a pieno la nostra essenza e idea di randagismo. Terminato tutto abbiamo consegnato il materiale agli Abbey Road Studios che hanno arricchito sicuramente quello che è accaduto in pre- produzione. La cosa bella di questo modo di fare musica è il fatto di poterla costruire tassello per tassello.

Registrate a Brooklyn, girate il mondo con il vostro genere sperimentale, avete molto seguito all’estero, ma l’Italia? Pensate che in Italia questa musica possa avere un riscontro o un’accoglienza?
All’estero abbiamo avuto molti feedback positivi, siamo sempre molto contenti quando chi ascolta il nostro disco ne resta colpito. In Italia è difficile abbattere alcune barriere o avere a che fare con delle agenzie booking. C’è attualmente un blocco culturale che rende tutto molto abbastanza difficile e che non permette l’effettiva fruizione ad esempio di un album o di un genere come il nostro. All’estero abbiamo suonato in tanti Festival di jazz, In Italia nemmeno uno. Suonammo una volta in un club di Roma 2 anni fa. A quel punto ci si chiede se quello che si sta realizzando, questo jazz contemporaneo, possa essere un prodotto buono e ci siamo risposti che probabilmente lo è. Il problema non è nostro che facciamo questo genere di musica ma è un problema locale visto che in altri paesi, invece, una cassa di risonanza ce l’ha. Probabilmente fra trent’anni avremo modo di capire se quello che si sta facendo oggi con la cultura italiana sia un prodotto positivo, qualora non dovesse essere così vuol dire che questa generazione ha fallito.

Vi sentite più jazz o hip hop?
In realtà l’hip pop e il jazz condividono la matrice culturale da cui provengono. Il jazz nasce nei ghetti, in zone dove la gente aveva delle particolari problematiche sociali e non solo. Dietro la cultura jazz c’è un mondo che permise anche alle persone di esprimersi e anche di superare determinati problemi. Il linguaggio jazz portò ad una vera e propria rivoluzione sociale. Quando il jazz divenne mainstream allo stesso tempo stava nascendo un’ulteriore subcultura che partiva dalle stesse premesse del jazz: l’hip pop. Cambiano gli strumenti ma i presupposti erano e sono gli stessi. Quindi non si può parlare di differenze. Ci sentiamo jazz ovviamente, è per questo che possiamo fare anche rap.

Molte le collaborazioni presenti nel vostro disco, gli artisti che vi hanno affiancato come hanno accolto questo invito?
Gli artisti che hanno collaborato con noi sono stati molto felici di far parte di questo progetto. Hanno lavorato a titolo amichevole perché altrimenti avremmo dovuto avere alle spalle una produzione che in verità non abbiamo. Riusciamo a raggiungere maggiormente ragazzi che ascoltano rap e quindi sono molto aperti a nuove contaminazioni. È difficile invece avere l’attenzione di appassionati di puro jazz, a differenza degli artisti rap che sono invece pronti ad accogliere nuovi giochi musicali, chiamiamole “trasgressioni musicali”.

Foto Carlos Colòn

Laureata in Giurisprudenza e Giornalista Pubblicista dal 2018, ama il teatro, il cinema, l'arte e la musica. Appassionata di recitazione, si diletta a salire su un palco di tanto in tanto. In altre sedi, anche Avvocato.

Interviste

Deborah Iurato: “Ma cosa vuoi”, la mia svolta artistica per credere nei sogni

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Intervista a cura di Giulia Antenucci

Si intitola “Ma cosa vuoi”, il nuovo singolo di Deborah Iurato, vincitrice della tredicesima edizione di Amici. Un inedito in cui la giovane autrice canta la sua svolta personale, non solo da una prospettiva artistica ma anche da un punto di vista maggiormente emotivo e autobiografico. Il cambiamento non spaventa più, tutt’altro: sembra fatto esattamente su misura per lei, per Deborah, e per ognuno di noi.

In questo lungo periodo ho cercato e ricercato me stessa, provavo a scrivere qualcosa che mi appartenesse e sentivo il bisogno di trovare la mia dimensione dimenticandomi di tutto il resto

“A volte ci perdiamo per ritrovarci, cerchiamo sempre di liberarci dal peso delle cose quando invece basterebbe solo seguire il ritmo giusto per vibrare

Parliamo di questo tuo nuovo singolo, come è nato? E’ per te una svolta?

Questo nuovo singolo nasce durante il periodo di lockdown, che mi è servito parecchio per acquisire maggiore consapevolezza di me stessa. Diciamo che è nato anche un po’ per caso. All’inizio girovagavo per casa tra divano, serie tv su Netflix, cucina, poi ho iniziato a scrivere quasi per una voglia che mi è nata e per capire se le mie emozioni e i miei pensieri potevano portare a qualcosa di utile. E così è stato. “Ma cosa vuoi” parla del conflitto tra uomo e donna; mi piace pensare che nonostante gli scontri quotidiani presenti in un’unione, se poi si è davanti a un vero sentimento tutto si supera.

Come hai vissuto il lockdown?

Molto positivamente. All’inizio, più che altro la prima settimana, è stato un po’ preoccupante e inaspettato, a tratti assurdo. Poi ho cercato di prendere il lato positivo di questa situazione e mi sono concentrata molto sulla scrittura. Al di là di ciò, ho vissuto tutto quello che poi mi circondava, magari facendo più attenzione a una telefonata o a una conversazione con una mia amica piuttosto che con la famiglia. Questo periodo mi ha aiutato a capire i valori della vita. L’importanza di sentirci più vicini nonostante la distanza. Ti racconto un aneddoto: una sera, per le 10, dopo aver finito di cenare ho aperto le finestre di casa e una signora, dall’altra parte del palazzo, mi ha salutato. È stato molto bello perché, se fosse stato in un altro periodo, forse non sarebbe accaduto o non avrebbe avuto lo stesso peso e lo stesso valore di ora.

Quanto ti ha aiutato la musica nel pensare che questo periodo sarebbe stato solo un brutto ricordo?

Come sempre, è stata parte importante della mia vita. In questi mesi ha ovviamente avuto maggiore peso perché in ogni singolo minuto della giornata c’era o la tv accesa o una playlist su Spotify. La musica è stato il pilastro portante di questo momento.

Parliamo del videoclip del tuo nuovo brano, interamente girato con un drone…

Il video è stato diretto da Andrea Occhipinti a Comiso, piccola città in provincia di Ragusa dove sono nata e dove ho vissuto cinque anni durante le superiori. Ho molti ricordi e amici in quel posto. L’idea del drone: sono sempre stata affascinata da questo oggetto che riesce a volare così in alto e a riprendere le bellezze di un posto che a volte diamo per scontate. Sono siciliana e ritornare e sentire il profumo della mia terra, rivedere la famiglia, gli amici e il mare è stata un’emozione che non provavo da tempo. Forse perché non gli ho mai dato il giusto valore come ora.

Ti conosciamo per la tua vittoria ad Amici, qual è il ricordo più bello di quella esperienza?

L’esperienza ad Amici la porterò sempre nel mio cuore. Ci ho messo l’anima, il cuore e mi sono divertita tantissimo. Ovviamente ci sono stati anche momenti difficili, però la ricordo come se fosse il primo amore. Sai, quando ci ripenso mi vengono un po’ le farfalle allo stomaco. Ho conosciuto persone incredibili come Maria. Ricordo quando ho iniziato a duettare con alcuni grandi artisti avendo l’opportunità di chiacchierare con loro. Mai avrei pensato di incontrare Anastacia, Giorgia e tanti altri artisti.

Capitolo Sanremo: hai avuto un grande successo col brano portato con Giovanni Caccamo. Quali sono le emozioni e i ricordi di quel periodo?

Di Sanremo ho solo ricordi super. Quei giorni non ti fermi un attimo, sono intensi ma allo stesso tempo volano. Le stesse emozioni che provi, come paura o adrenalina, sono difficili da spiegare. L’esperienza l’ho vissuta a pieno, mi sono goduta ogni minuto del festival. Aver avuto accanto un amico come Giovanni mi ha aiutata molto, è stata una buona spalla su cui appoggiarmi. E poi anche il pezzo che ci è stato regalato da Giuliano Sangiorgi è stata un’emozione unica. Mi piacerebbe tornare su quel palco. Non so quando ma non lo escludo in futuro.

Dopo l’emergenza sanitaria la musica continua a vivere un periodo di stop che ha coinvolto tutto il settore dello spettacolo. Qual è, secondo te, la ricetta migliore per farlo ripartire?

Mi manca molto non poter salire su un palco e, al di là del fare il concerto in sé, mi manca tutto il contorno, le persone che lavorano con te, la gente che viene a vedere i concerti, magari quell’abbraccio, quel sorriso, il cantare insieme. Ho quella malinconia e quella tristezza di non poter suonare. Ritorneremo più forte di prima, magari non all’inizio,faticheremo a dare un abbraccio, a essere più calorosi, piano piano tutto tornerà come prima.

Qual è il tuo più grande sogno nel cassetto?

In realtà di sogni ne ho realizzati molti, da Amici a Sanremo, ho aperto il concerto di Laura Pausini che è un’artista che stimo tantissimo, sono cresciuta con i suoi pezzi quando ero più piccola e continuo ad ascoltarli tutt’ora. Sogni ne ho realizzati molti, ma questo non significa che non ne abbia altri: sono una persona molto concentrata su quello che faccio, ci metto molta energia, mi piace vivere l’attimo e godermi il momento. E in questo preciso momento sono molto entusiasta e felice di questo percorso cantautorale che ho intrapreso. Mi godo questa esperienza.

A chi dedichi questo singolo o questo tuo nuovo percorso?

A mio padre che non c’è più. E’ stato lui che ha fatto che sì che io potessi raggiungere il mio obiettivo: i miei genitori sono stati sempre al mio fianco, sin dall’inizio, da quando avevo cinque anni e già cantavo. Hanno fatto sempre parte di questo mio sogno musicale, quindi diciamo anche ad aprile è uscito un pezzo, che non è stato un singolo ma un’introduzione a questo nuovo percorso che si chiama “Supereroi” ed è lì che dico: il mio supereroe più grande è ovviamente mio padre!

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Interviste

Gran Galà del Teatro a Pescara. L’intervista al regista Milo Vallone

Alberto Mutignani

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Sta ricominciando a prendere forma la stagione teatrale abruzzese, tra spettacoli nazionali e le tantissime iniziative del teatro locale. Il 10 agosto, a Pescara, in occasione della notte di San Lorenzo, andrà in scena la prima del “Gran Galà del Teatro – La sostanza dei sogni”, proposto dall’Ente manifestazioni in collaborazione con gli assessori Maria Rita Paoni Saccone e Alfredo Cremonese.

Tanti i nomi del panorama pescarese che parteciperanno all’evento: Tiziana Di Tonno, Franca Minnucci, Luigi Ciavarelli, Giò di Tonno, Massimiliano Elia, Domenico Glasso, Elia Iezzi, Giampiero Mancini, Mario Massari, ‘Nduccio, Edoardo Oliva, Marco Papa, Silvano Torrieri e Milo Vallone, che firmerà anche la regia. Con Vallone abbiamo chiacchierato proprio di questo grande evento, ma anche di quarantena, letteratura e delle sue esperienze con il cinema.

Durante la quarantena molti artisti si sono reinventati su internet. Ti abbiamo seguito durante la lettura del quaderno dei pensieri e delle parole, ci racconti com’è nata l’idea?

Diciamo che è stata più una necessità. Vivo in campagna e per me è una condizione di privilegi, perché quando mi ritiro a casa mi piace poter respirare il silenzio, il riposo. È accaduta questa sciagura del coronavirus e dopo un paio di settimane ho iniziato a parlare con gli utensili. La solitudine, che è una condizione di privilegio quando la cerchi, quando è forzata apre naturali spazi di dialogo, di esternazione di ciò che la propria interiorità assorbe. Mi sono sentito un po’ come Tom Hanks in Cast Away, infatti giocando ho rinominato il mio pallone “Wilson”. Ho girato il primo video pensando che sarebbe stato un video unico, non l’inizio di una serie. Come sempre le cose nascono perché c’è un feedback, c’è un entusiasmo dall’altra parte. Già al quarto video hanno iniziato a inviarmi poesie o espressioni in prosa. È stata una compagnia per loro ma lo è stata anche per me, perché mi costringeva a dover leggere, a impegnarmi, a rispettare una puntualità.

Se dovessi usare uno soltanto degli estratti presenti nel quaderno, quale sceglieresti per raccontare la quarantena?

Li indicherei tutti, visto che hanno rappresentato delle tappe fondamentali del periodo vissuto. Dovendo proprio scegliere, te ne direi almeno due: un monologo di Marcello Mastroianni, in quel capolavoro che è Otto e mezzo di Fellini. È una bellissima pagina di letteratura cinematografica, sintetizza il lato più importante dal mio punto di vista di tutta la vicenda, che è l’accettazione e nello specifico l’accettazione dell’altro. Ho provato tante volte delle sensazioni di disturbo verso i social, che sono dei supermarket dell’opinione. Trovo sempre violento quando un atteggiamento critico assume una saccenteria castrante verso le libertà dell’altro; il secondo brano è più sociale, è una poesia di Trilussa che avevo già presentato sul mio diario personale e che raccontava alla perfezione, in tempi non sospetti, certe forme ben precise di ipocrisia, per cui stringendo il campo non potevano che essere almeno queste due.

Come sta andando la ripresa degli spettacoli in Abruzzo? C’è la risposta del pubblico in cui speravate?

In primavera temevo che fosse compromessa seriamente la stagione estiva, in termini non solo economici ma anche di lavoro. Chi fa questo mestiere ha bisogno di tenersi allenato, quindi c’era la necessità di tornare in scena, di affrontare il pubblico. Per fortuna quella stagione che sembrava molto compromessa in realtà è particolarmente intensa, con le ovvie differenze rispetto al passato per via del distanziamento: uno spettacolo che stiamo portando avanti, itinerante nei vari borghi, prevede la presenza di 10 spettatori alla volta, che poi si danno il cambio con gli altri, per cui spesso replichiamo anche decine di volte. È una sorta di termometro per capire cose che in una normale routine legata al mondo dello spettacolo, un modo di rimettersi in gioco e chiedersi se il pubblico ha davvero bisogno di quello che proponiamo.

Il 10 agosto ci sarà il Gran Galà del teatro che vedrà la tua regia e la partecipazione di numerosi attori abruzzesi. Com’è nata questa collaborazione?

Noi del mondo dello spettacolo ci siamo sentiti un po’ abbandonati, soprattutto essendo consci della necessità dell’arte e vedendo che attorno a noi si parlava di tutte le categorie da aiutare eccetto quella teatrale. Scrissi una lettera aperta al ministro Franceschini e come me tanti altri colleghi in Italia. Da lì è nata una sinergia che ha portato ad ECUA (Enti Culturali Autonomi) con l’hashtag #NessunChiuda, mettendo insieme tanti allestitori, produttori e protagonisti dello spettacolo, cercando una linea comune che è stata abbracciata da tutti. Da questo confronto sono nate diverse amicizie e alcuni progetti: uno è lo spettacolo itinerante di cui parlavo prima, e poi questo spettacolo del 10 agosto.

Di che si tratta?

È una union, più che una reunion, visto che non siamo mai stati tutti insieme prima d’ora. Il criterio è stato quello di scegliere i volti più rappresentativi per i vari generi che andavamo ad affrontare: c’è il doppiaggio, il musical, ci sono gli attori in prosa e i comici locali. Lo spettacolo sarà sostanzialmente un avvicendarsi sul palco di nostre performance raccontando il territorio su due fronti: da un lato attraverso la serata dedicata ai desideri per eccellenza, la notte di San Lorenzo, per cui una parte dei contenuti saranno volti alle speranze, ai desideri. Un’altra parte di scelta dei testi invece è volta alla riscossa, alla resilienza, che è un termine abusatissimo però serve per raccontare lo scatto che è giusto fare sia per il peridio storico che stiamo vivendo sia perché ci troviamo questo tatuaggio che vede in noi abruzzesi non solo la gentilezza ma anche la forza.

Pensi che agire a livello locale con il proprio teatro possa aiutare la comunità a sollevarsi dal clima teso di questi mesi?

Assolutamente sì. Il teatro, che a me piace definire il “cugino della vita”, ha delle magie che mettono in condizione per forza l’essere umano a delle forme reattive, non solo in senso liberatorio ma anche come forme costruttive. Molti terapeuti consigliano il teatro: è una grande riscoperta di sé, oltre ad essere, come il cinema, un’arte complessa. Quando si costruisce anche un semplice dialogo si è costretti a doversi relazionare. Si è costretti a dover dare il meglio di sé all’altro e all’altro si chiede di fare lo stesso. Questo si riflette chiaramente anche sulla platea, ma è così dall’alba dei tempi. Non a caso dicevo che il teatro è “cugino della vita”, perché ha la capacità di solleticare, schiaffeggiare, stimolare certe parti di una persona, da sempre, quindi figuriamoci in un periodo come questo.

Negli anni ti sei occupato anche di cinema. Ci sono progetti in cantiere su quel fronte?

Io dico sempre che il teatro è mia moglie e il cinema è l’amante. E l’amante richiede particolari attenzioni, bisogna frequentarla ma con una certa segretezza. Tra le mie esperienze cinematografiche c’è una creatura che ha fatto appena in tempo a vedere la luce e che poi è stata portata subito in incubatrice: “Nemici”. È una commedia che già dal titolo fa il verso a quell’Amici condotto da Maria De Filippi, e riflette proprio su come questi reality e talent show siano entrati nella nostra vita e in qualche modo la condizionino. L’abbiamo girato e ambientato interamente in Abruzzo, per questo ho voluto che l’anteprima fosse qui. L’idea era quella di presentarlo col vestito da festa il 2 aprile a Roma, per una prima nazionale, e poi da lì far prendere al film la sua strada, cosa che è stata impossibile per il virus. Speriamo in autunno. Nel frattempo ho altri progetti: c’è il mio “Cineprosa” che è l’incastro tra i linguaggi cinematografici e teatrali, per cui in alcuni miei spettacoli la narrazione è un ping-pong tra palco e schermo. E un paio di progetti per il cinema, oltra ad una webserie, ma so che non riuscirò a concentrarmi su nulla di tutto questo finché non chiuderò l’avventura di “Nemici”. 

L’appuntamento è quindi per la Notte di San Lorenzo, il 10 agosto alle 21,15 al Teatro d’Annunzio (Lungomare Colombo 122). I biglietti per il “Gran Galà del Teatro” sono disponibili sul sito di CiaoTickets e in biglietteria al Teatro d’Annunzio.

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Interviste

La Municipàl: da ascoltare per resistere alle mode

“Per resistere alle mode” è il nuovo percorso artistico de La Municipàl. Non a caso il progetto musicale guidato da Carmine Tundo ha optato per un’inusuale pubblicazione discografica, caratterizzata da 5 doppi singoli in digitale e in vinile da 45 giri a tiratura limitata.

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Intervista a cura di Michela Moramarco

“Per resistere alle mode” è il nuovo percorso artistico de La Municipàl. Non a caso il progetto musicale guidato da Carmine Tundo ha optato per un’inusuale pubblicazione discografica, caratterizzata da 5 doppi singoli in digitale e in vinile da 45 giri a tiratura limitata.

Dopo “Quando crollerà il governo/Fuoriposto” e “Canzone d’addio/Che cosa me ne faccio di noi” possiamo ascoltare il nuovo doppio singolo “L’orsa maggiore/Al diavolo”.

La Municipàl ci racconta il suono de “L’Orsa Maggiore”

Come tutti i brani dei fratelli Tundo, anche “L’orsa maggiore” racconta una storia. Stavolta è una storia che pare inseguirci, come qualcosa che non vuole essere proprio dimenticata. Questa trama è come un filo rosso che intreccia perfettamente linea melodica e arrangiamento. Si tratta di una storia passata, ripercorsa a suon di ricordi. Tra amori iniziati e finiti allo stesso modo: all’improvviso. Lasciando quella sensazione di nodo in gola, tanto cara alla scrittura de la Municipàl.

Il nuovo doppio singolo della band pugliese è un viaggio galattico, nei propri sogni. Magari quelli che si fanno dopo essersi addormentati con in sottofondo Paolo Fox. In una notte di fine estate, quando è ora di partire ma anche di lasciar andare, ricordi, impressioni, persone.

Il brano può essere raccontato per immagini. Una festa, un bicchiere di troppo, un addio. Insomma, uno stato d’animo riassumibile così:

“… e ho deciso che stanotte non ti penserò, che parlerò del più e del meno con il diavolo, in mezzo a tutto quel rumore…”

“L’orsa maggiore” lascia elegantemente il posto “Al Diavolo”. Un brano energico, irriverente. Una dedica liberatoria, per mandare via rancore, rabbia e tutto quello che si era trattenuto. Per paura, forse.

Ancora una volta La Municipàl ci stupisce, proponendo un doppio singolo senza dubbio forte e con un apprezzabile velo di vulnerabilità.

Ne abbiamo parlato con l’anima del progetto La Municipàl, Carmine Tundo.

Ciao, grazie per la disponibilità!

Il progetto “Per resistere alle mode” si potrebbe definire come viaggio interiore. Come ogni viaggio richiede un bagaglio. Mi diresti gli elementi che hanno caratterizzato il bagaglio di questo percorso interiore, suppongo in continua evoluzione?

Sicuramente è un percorso interiore che parte dall’accettazione di sé stessi. È un po’ il proseguimento del percorso portato avanti con bellissimi difetti. È un percorso che mi ha portato a capire di stare bene anche se fuori moda. È il disco che mi andava di fare, senza piegarmi ai suoni del momento o al modo di fare musica di questi anni. L’idea del doppio singolo in vinile rappresenta l’unione di scrittura e produzione che vanno nella stessa direzione.

I doppi singoli de La Municipàl ci raccontano storie collegate fra loro, a tal punto che anche a livello sonoro si percepisce una sorta di continuità. Si potrebbe parlare di storytelling emozionale. Come siete arrivati a questa scelta di stile ben definita?

Dunque, dal momento in cui mi sono reso conto che un brano era un po’ riduttivo per raccontare una determinata storia, sto cercando di raccontarla come se fossero diversi capitoli di un libro. Questo mi permette di ricreare diverse atmosfere ma anche di collegare i brani dal punto di vista sonoro e di tematiche. mi sto divertendo molto, il mio fine ultimo è di avere un disco fluido nei suoni.

Ma in questi doppi singoli quanto è forte la componente autobiografica?

È totale. Soprattutto negli ultimi due dischi, ho cercato di essere quanto più sincero possibile. Di questo ci sono i pro e i contro. Ti ritrovi a raccontare fatti privati citando anche nomi reali, di persone, luoghi… Fa parte del gioco, è anche divertente.

La Municipàl riparte coi live

Com’è stato l’impatto con la dimensione live, dunque col pubblico, in piena estate post lockdown?

È stato molto strano. Il concerto è stato con i posti a sedere, con le mascherine. Alienante nei primi minuti. Dopo un po’ ci siamo riscaldati ed è stato comunque un buon modo per ripartire, sperando che tutto possa risolversi.

Grazie!

Grazie a voi!

Fonte: Ufficio Stampa Big Time

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