“A Beautiful Lie” vent’anni dopo: il successo dei 30 Seconds To Mars tra singoli iconici e ambizioni patinate
Era il 2005 i 30 Seconds To Mars pubblicavano il loro secondo album, “A Beautiful Lie“, lavoro che avrebbe segnato in modo indelebile la parabola della band guidata dai fratelli Leto. A distanza di vent’anni è interessante riascoltarlo senza l’aura mitologica costruita nel frattempo: resta un disco centrale per il successo del gruppo, ma anche un prodotto che porta addosso tutti i segni dell’epoca, tra sovrapproduzione, una terribile patina digitale e una certa tendenza all’autoclonazione.
All’uscita il disco non fece gridare al miracolo la critica specializzata. Le recensioni furono tiepide, spesso divise tra chi apprezzava l’ambizione melodrammatica del progetto e chi, al contrario, ne evidenziava l’eccessiva levigatura sonora e la scrittura poco rischiosa. Il pubblico, invece, rispose in modo ben più caloroso: “A Beautiful Lie” trovò terreno fertile soprattutto tra i giovani ascoltatori, complice la forte esposizione su MTV e una serie di tour serrati che trasformarono i 30STM in una presenza costante del nuovo rock mainstream. Col tempo l’album sarebbe diventato un bestseller internazionale, dimostrando come la distanza tra critica e mercato fosse, in questo caso, piuttosto marcata.
Leggi anche: Speciale. Quarant’anni di “Love”, il disco dei Cult che trasformò il crepuscolo in oro
Se il disco è ancora oggi ricordato, gran parte del merito va a due singoli che ne hanno trainato il successo. “The Kill” rimane la traccia simbolo, costruita su una dinamica classica ma efficace, con crescendo emotivo e ritornello pensato per l’arena, rappresenta l’apice dell’album in termini di scrittura. Qui la produzione lavora con attenzione chirurgica per esaltare la voce di Jared Leto, che passa dal sussurro allo screaming controllato ma senza mai davvero sorprendere. Il videoclip, ispirato apertamente a Shining di Kubrick, fece il resto. Doppioni inquietanti, corridoi d’albergo e una messa in scena patinata quanto memorabile, in heavy rotation sui network musicali per mesi.
“From Yesterday” è l’altro momento chiave. Più solenne, con aperture melodiche che guardano al rock da stadio e a certe atmosfere alla U2, ottenne un successo analogo grazie anche a un video ambizioso girato in Cina, con costumi d’epoca e una fotografia sontuosa. Musicalmente non è molto più ispirata del resto dell’album, ma riesce a distinguersi per respiro e per una costruzione meno meccanica rispetto ad altri episodi.
Capitolo a parte merita Jared Leto. Nel 2005 era già un volto riconoscibile del cinema hollywoodiano e questo non mancò di influenzare la percezione della band. In “A Beautiful Lie” la sua impronta è ovunque, nella teatralità dei testi, nella centralità assoluta della voce, nel modo in cui ogni brano sembra costruito per ruotargli attorno. Leto non è un cantante tecnicamente limitato, ma tende a riproporre sempre gli stessi registri emotivi (falsetti, sospiri, urla controllate) con un effetto di progressiva saturazione. Più che guidare il gruppo, sembra spesso mettersi in posa davanti a esso.
Leggi anche: White Riot dei The Clash: storia, significato e nascita di un manifesto punk
Riascoltato vent’anni dopo, “A Beautiful Lie” appare come un disco figlio del suo tempo e di quegli anni. Suono compresso, chitarre lucide, ritornelli studiati a tavolino e una ripetitività strutturale che alla lunga stanca. “Attack” apre con energia ma non lascia tracce profonde. La title track promette un’apertura che non arriva mai davvero, soffocata da arrangiamenti troppo ordinati. “Was It a Dream?” e “The Story” scivolano via senza mordente, mentre “The Fantasy” e “Savior” mostrano qualche spunto interessante subito imbrigliato in formule già sentite. “R-Evolve” insiste su giri di chitarra quasi intercambiabili, e il finale con “A Modern Myth/Praying for a Riot” risulta più pretenzioso che incisivo.
In mezzo a questo percorso abbastanza uniforme spiccano, come detto, solo “The Kill” e “From Yesterday”, che da sole sembrano appartenere a un album migliore di quello che le circonda. Il secondo lavoro discografico dei 30 Seconds to Mars on è un brutto disco, ma nemmeno l’opera fondamentale che la memoria collettiva ha trasformato in culto. È un lavoro ben confezionato, a tratti seducente, ma anche eccessivamente patinato, ripetitivo e privo di reali scarti creativi. Vent’anni dopo resta soprattutto come documento di un’epoca e come veicolo di due singoli memorabili. Troppo poco per gridare al capolavoro, abbastanza per spiegare perché i 30 Seconds To Mars siano entrati stabilmente nel circuito del rock da grande pubblico.



