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52 anni fa l’assassinio di Martin Luther King, Nobel per la pace paladino dei diritti civili. Celebre il discorso “I have a dream…”

Federico Falcone

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Era il 4 aprile del 1968 e Martin Luther King, premio Nobel per la pace, paladino dei diritti civili degli afroamericani, politico e attivista capace di lasciare una traccia indelebile nella storia della comunità statunitense, veniva assassinato mentre si trovava a Memphis, in Tennesse. Il nativo di Atlanta, Georgia, città che conobbe molto bene la segregazione razzista e la violenza sulla popolazione di colore, si trovava sul balcone della propria stanza al Lorraine Motel quando fu raggiunto da un proiettile sparato in lontananza da una carabina Remington 760.

Erano da poco passate le 18 e, nonostante il disperato tentativo di portarlo al locale St. Joseph Hospital, King morirà nel giro di un’ora scarsa. L’attivista e simbolo della lotta al segrazionismo razziale aveva 39 anni.

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Il 28 agosto del 1963, di fronte al Lincoln Memorial di Washington, tenne il celebre discorso “I have a dream“, considerato uno dei più importanti, influenti e potenti del novecento. Lo fece al termine di una marcia di protesta per rivendicare i diritti civili della comunità afroamericana.

Discorso integrale

Sono felice di unirmi a voi in questa che passerà alla storia come la più grande dimostrazione per la libertà nella storia del nostro paese. Cento anni fa un grande americano, alla cui ombra ci leviamo oggi, firmò il Proclama sull’Emancipazione. Questo fondamentale decreto venne come un grande faro di speranza per milioni di schiavi negri che erano stati bruciati sul fuoco dell’avida ingiustizia. Venne come un’alba radiosa a porre termine alla lunga notte della cattività.

Ma cento anni dopo, il negro ancora non è libero; cento anni dopo, la vita del negro è ancora purtroppo paralizzata dai ceppi della segregazione e dalle catene della discriminazione; cento anni dopo, il negro ancora vive su un’isola di povertà solitaria in un vasto oceano di prosperità materiale; cento anni dopo; il negro langue ancora ai margini della società americana e si trova esiliato nella sua stessa terra.

Per questo siamo venuti qui, oggi, per rappresentare la nostra condizione vergognosa. In un certo senso siamo venuti alla capitale del paese per incassare un assegno. Quando gli architetti della repubblica scrissero le sublimi parole della Costituzione e la Dichiarazione d’Indipendenza, firmarono un “pagherò” del quale ogni americano sarebbe diventato erede. Questo “pagherò” permetteva che tutti gli uomini, si, i negri tanto quanto i bianchi, avrebbero goduto dei principi inalienabili della vita, della libertà e del perseguimento della felicità.

E’ ovvio, oggi, che l’America è venuta meno a questo “pagherò” per ciò che riguarda i suoi cittadini di colore. Invece di onorare questo suo sacro obbligo, l’America ha consegnato ai negri un assegno fasullo; un assegno che si trova compilato con la frase: “fondi insufficienti”. Noi ci rifiutiamo di credere che i fondi siano insufficienti nei grandi caveau delle opportunità offerte da questo paese. E quindi siamo venuti per incassare questo assegno, un assegno che ci darà, a presentazione, le ricchezze della libertà e della garanzia di giustizia.

Siamo anche venuti in questo santuario per ricordare all’America l’urgenza appassionata dell’adesso. Questo non è il momento in cui ci si possa permettere che le cose si raffreddino o che si trangugi il tranquillante del gradualismo. Questo è il momento di realizzare le promesse della democrazia; questo è il momento di levarsi dall’oscura e desolata valle della segregazione al sentiero radioso della giustizia.; questo è il momento di elevare la nostra nazione dalle sabbie mobili dell’ingiustizia razziale alla solida roccia della fratellanza; questo è il tempo di rendere vera la giustizia per tutti i figli di Dio. Sarebbe la fine per questa nazione se non valutasse appieno l’urgenza del momento. Questa estate soffocante della legittima impazienza dei negri non finirà fino a quando non sarà stato raggiunto un tonificante autunno di libertà ed uguaglianza.

Il 1963 non è una fine, ma un inizio. E coloro che sperano che i negri abbiano bisogno di sfogare un poco le loro tensioni e poi se ne staranno appagati, avranno un rude risveglio, se il paese riprenderà a funzionare come se niente fosse successo.

Non ci sarà in America né riposo né tranquillità fino a quando ai negri non saranno concessi i loro diritti di cittadini. I turbini della rivolta continueranno a scuotere le fondamenta della nostra nazione fino a quando non sarà sorto il giorno luminoso della giustizia.

Ma c’è qualcosa che debbo dire alla mia gente che si trova qui sulla tiepida soglia che conduce al palazzo della giustizia. In questo nostro procedere verso la giusta meta non dobbiamo macchiarci di azioni ingiuste.

Cerchiamo di non soddisfare la nostra sete di libertà bevendo alla coppa dell’odio e del risentimento. Dovremo per sempre condurre la nostra lotta al piano alto della dignità e della disciplina. Non dovremo permettere che la nostra protesta creativa degeneri in violenza fisica. Dovremo continuamente elevarci alle maestose vette di chi risponde alla forza fisica con la forza dell’anima.

Questa meravigliosa nuova militanza che ha interessato la comunità negra non dovrà condurci a una mancanza di fiducia in tutta la comunità bianca, perché molti dei nostri fratelli bianchi, come prova la loro presenza qui oggi, sono giunti a capire che il loro destino è legato col nostro destino, e sono giunti a capire che la loro libertà è inestricabilmente legata alla nostra libertà. Questa offesa che ci accomuna, e che si è fatta tempesta per le mura fortificate dell’ingiustizia, dovrà essere combattuta da un esercito di due razze. Non possiamo camminare da soli.

E mentre avanziamo, dovremo impegnarci a marciare per sempre in avanti. Non possiamo tornare indietro. Ci sono quelli che chiedono a coloro che chiedono i diritti civili: “Quando vi riterrete soddisfatti?” Non saremo mai soddisfatti finché il negro sarà vittima degli indicibili orrori a cui viene sottoposto dalla polizia.

Non potremo mai essere soddisfatti finché i nostri corpi, stanchi per la fatica del viaggio, non potranno trovare alloggio nei motel sulle strade e negli alberghi delle città. Non potremo essere soddisfatti finché gli spostamenti sociali davvero permessi ai negri saranno da un ghetto piccolo a un ghetto più grande.

Non potremo mai essere soddisfatti finché i nostri figli saranno privati della loro dignità da cartelli che dicono:”Riservato ai bianchi”. Non potremo mai essere soddisfatti finché i negri del Mississippi non potranno votare e i negri di New York crederanno di non avere nulla per cui votare. No, non siamo ancora soddisfatti, e non lo saremo finché la giustizia non scorrerà come l’acqua e il diritto come un fiume possente.

Non ha dimenticato che alcuni di voi sono giunti qui dopo enormi prove e tribolazioni. Alcuni di voi sono venuti appena usciti dalle anguste celle di un carcere. Alcuni di voi sono venuti da zone in cui la domanda di libertà ci ha lasciato percossi dalle tempeste della persecuzione e intontiti dalle raffiche della brutalità della polizia. Siete voi i veterani della sofferenza creativa. Continuate ad operare con la certezza che la sofferenza immeritata è redentrice.

Ritornate nel Mississippi; ritornate in Alabama; ritornate nel South Carolina; ritornate in Georgia; ritornate in Louisiana; ritornate ai vostri quartieri e ai ghetti delle città del Nord, sapendo che in qualche modo questa situazione può cambiare, e cambierà. Non lasciamoci sprofondare nella valle della disperazione.

E perciò, amici miei, vi dico che, anche se dovrete affrontare le asperità di oggi e di domani, io ho sempre davanti a me un sogno. E’ un sogno profondamente radicato nel sogno americano, che un giorno questa nazione si leverà in piedi e vivrà fino in fondo il senso delle sue convinzioni: noi riteniamo ovvia questa verità, che tutti gli uomini sono creati uguali.

Io ho davanti a me un sogno, che un giorno sulle rosse colline della Georgia i figli di coloro che un tempo furono schiavi e i figli di coloro che un tempo possedettero schiavi, sapranno sedere insieme al tavolo della fratellanza.

Io ho davanti a me un sogno, che un giorno perfino lo stato del Mississippi, uno stato colmo dell’arroganza dell’ingiustizia, colmo dell’arroganza dell’oppressione, si trasformerà in un’oasi di libertà e giustizia. Io ho davanti a me un sogno, che i miei quattro figli piccoli vivranno un giorno in una nazione nella quale non saranno giudicati per il colore della loro pelle, ma per le qualità del loro carattere. Ho davanti a me un sogno, oggi!.

Io ho davanti a me un sogno, che un giorno ogni valle sarà esaltata, ogni collina e ogni montagna saranno umiliate, i luoghi scabri saranno fatti piani e i luoghi tortuosi raddrizzati e la gloria del Signore si mostrerà e tutti gli essere viventi, insieme, la vedranno. E’ questa la nostra speranza. Questa è la fede con la quale io mi avvio verso il Sud.

Con questa fede saremo in grado di strappare alla montagna della disperazione una pietra di speranza. Con questa fede saremo in grado di trasformare le stridenti discordie della nostra nazione in una bellissima sinfonia di fratellanza.

Con questa fede saremo in grado di lavorare insieme, di pregare insieme, di lottare insieme, di andare insieme in carcere, di difendere insieme la libertà, sapendo che un giorno saremo liberi. Quello sarà il giorno in cui tutti i figli di Dio sapranno cantare con significati nuovi: paese mio, di te, dolce terra di libertà, di te io canto; terra dove morirono i miei padri, terra orgoglio del pellegrino, da ogni pendice di montagna risuoni la libertà; e se l’America vuole essere una grande nazione possa questo accadere.

Risuoni quindi la libertà dalle poderose montagne dello stato di New York. Risuoni la libertà negli alti Allegheny della Pennsylvania. Risuoni la libertà dalle Montagne Rocciose del Colorado, imbiancate di neve. Risuoni la libertà dai dolci pendii della California.

Ma non soltanto. Risuoni la libertà dalla Stone Mountain della Georgia. Risuoni la libertà dalla Lookout Mountain del Tennessee. Risuoni la libertà da ogni monte e monticello del Mississippi. Da ogni pendice risuoni la libertà.

E quando lasciamo risuonare la libertà, quando le permettiamo di risuonare da ogni villaggio e da ogni borgo, da ogni stato e da ogni città, acceleriamo anche quel giorno in cui tutti i figli di Dio, neri e bianchi, ebrei e gentili, cattolici e protestanti, sapranno unire le mani e cantare con le parole del vecchio spiritual: Liberi finalmente, liberi finalmente; grazie Dio Onnipotente, siamo liberi finalmente.

Fondatore e direttore responsabile del magazine The Walk Of Fame. Nato e cresciuto in Abruzzo, è diventato giornalista pubblicista dopo aver completato gli studi in Giurisprudenza. Appassionato di musica, cinema e teatro, avrebbe sempre voluto essere il Will Smith di Indipendence Day o, tutt'al più, Aragorn de "Il Signore degli Anelli". Vola basso.

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Walt Whitman, il padre della poesia americana

Erica Ciaccia

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Walter Whitman, noto come Walt Whitman (West Hills 1819 – Camden 1892) è stato un poeta, scrittore e giornalista statunitense. Considerato il padre della poesia americana, è stato il primo poeta moderno ad utilizzare comunemente il verso libero, di cui è considerato in un certo senso “l’inventore”.

Le sue radici si rintracciano nel visionarismo profetico di William Blake, quei suoi versi lunghissimi e prosatici provengono infatti dall’influenza di quest’ultimo, anche se il poeta americano ne stempera la carica alchemico-mitica e li usa in una versione più franta, metricamente più fluida, tanto da fargli guadagnare appunto un posto tra gli iniziatori del verso libero.

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La famiglia di poeti cui Whitman appartiene e della quale è considerato il patriarca, è una famiglia che purtroppo negli ultimi decenni non ha avuto in Italia una buona reputazione: vi appartengono cantori di una americanità continentale, come Rubén Darío, Pablo Neruda, Allen Ginsberg e perfino Borges, che fu anch’egli un whitmaniano.

La sua raccolta più famosa “Foglie d’erba” fu pubblicata nel 1855 in occasione del giorno dell’Indipendenza e proprio per questo sarà un’opera destinata ad essere considerata la “Bibbia democratica americana”. Come poeta e come persona, Walt Whitman resta grande e sfuggente.

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Non si riesce a sapere, nemmeno al giorno d’oggi, la maggior parte di ciò che egli non voleva che si sapesse, malgrado i grandi sforzi di molti devoti e colti biografi. Il legame tra la sua poesia e la sua vita è molto più incerto di quanto non creda la maggior parte dei lettori. Eppure Whitman è tanto importante per noi, tanto crucial nella mitologia americana, tanto assolutamente centrale nella nostra cultura letteraria che abbiamo bisogno di progredire nel tentativo di mettere insieme la sua vita e la sua opera. 

Di seguito alcuni versi tratti da “Foglie d’erba”: 

C’è questo in me – io non so che cosa è  – ma so che è in me. 
Contorto e sudato – calmo e fresco poi diventa il mio corpo, 
io dormo – dormo a lungo.
Io non lo conosco – è senza nome – è una parola non
detta,
Non è nei dizionari, tra le espressioni, tra i simboli.
Qualcosa lo fa oscillare su più terra di me,
amica ne è la creazione, il cui abbraccio mi sveglia. 
Forse potrei dire di più, Lineamenti! Io intercedo per 
i miei fratelli e le mie sorelle.

Vedete, miei fratelli e sorelle?
Non è caos o morte – è forma, unione, progetto – è vita eterna – è Felicità.

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Per l’uomo sarà più complesso vivere su Marte oppure affrontare il viaggio di andata?

Gaetano Miranda

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Solo pochi giorni fa il rover Perseverance è arrivato su Marte. Un evento atteso, seguito in diretta televisiva e sui social network che ha lasciato tutti con il fiato sospeso. Il segnale, arrivato a distanza di 11 minuti dall’evento a causa del ritardo nelle comunicazioni fra Marte e la Terra, ha confermato il contatto col suolo. Applausi, soddisfazione alle stelle (è proprio il caso di dirlo) e la consapevolezza di aver aperto una nuova pagina nella storia dell’esplorazione spaziale.

La missione è infatti destinata a cercare tracce di vita passata e a raccogliere i primi campioni del suolo marziano che nel 2031 saranno portati sulla Terra da una staffetta di missioni nella quale l’Italia avrà comunque un ruolo importante.

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A cercare le tracce di una vita passata nel bacino di un antichissimo lago, che ora è il cratere Jazero, ci sarà proprio Perseverance. E’ il quinto rover che l’agenzia spaziale americana ha inviato sul pianeta rosso. La Nasa ha definito la manovra come “la più precisa di sempre per raggiungere il suolo marziano”.

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Ora tutti si chiedono: potrà l’uomo vivere su Marte? Sarà in grado di farlo?

Ce lo spiega il professor Gaetano Miranda, antropologo fisico con indirizzo evolutivo e palepateologico

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Lo sapevi che: perché biciclette e moto hanno il cavalletto sul lato sinistro?

Gaetano Miranda

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Cosa accomuna motociclette, biciclette, antichi romani ed età premedievale? E cosa c’entrano l’Inghilterra, i destrimani e le consuetudini di epoche passate? E quindi, perché i mezzi a due ruote hanno il cavalletto sul lato sinistro?

Le risposte a queste domande sono tutto fuorché scontate. Nella storia dell’uomo e del suo percorso evolutivo nulla accade per caso e tutto ha una spiegazione logica, spesso celata dietro strati di consuetudini secolari. Le stesse che oggi vengono magari sottovalutate oppure sottostimate perché, più semplicemente, si ignorano i passaggi ab origine della domanda.

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Vi chiederete il perché di tante contaminazioni per ciò che, agli occhi dei più, può apparire come una mera scelta tecnica, meccanica, dettata forse dalla praticità e dalla comodità per chi cavalca una sella. Ce lo spiega il professor Gaetano Miranda, antropologo fisico con indirizzo evolutivo e palepateologico. E vi chiederete il perché di tante contaminazioni per ciò che, agli occhi dei più, appare una mera scelta meccanica, dettata, chissà, dalla praticità. Ma c’è molto altro…

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Perché biciclette e moto hanno il cavalletto sul lato sinistro?

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