40 Fingers, quattro chitarre e un’orchestra immaginaria: la notte di Roma all’Auditorium della Conciliazione
Quattro sgabelli, altrettante chitarre acustiche con pedaliere e stomp. I 40 Fingers sono arrivati nella capitale con un motivo in più nel cuore: il concerto si lega alla Giornata mondiale della prematurità e al sostegno dell’Ospedale Infantile Burlo Garofalo e della Fondazione omonima, nell’ambito del progetto Scricciolo 2007. Un pensiero condiviso sui loro canali social che fa da sottotesto all’intera serata.
Il resto è tutto nelle mani, otto per la precisione. Nessuna voce, nessuna base, solo arrangiamenti studiati perché ogni brano stia in piedi con le sole corde del quartetto triestino fondato nel 2017 e composto da Matteo Brenci, Emanuele Grafitti, Enrico Maria Milanesi e Andrea Vittori. L’ingresso di “Hotel California” degli Eagles mette subito il pubblico nella traiettoria giusta: le parti vocali diventano arpeggi intrecciati, il solo finale viene smontato e ricomposto in staffetta tra i quattro, la melodia rimane intatta ma filtrata da un gioco di incastri che tiene sempre alta l’attenzione.
Su “Africa” dei Toto la sala si scalda: una chitarra tiene il pattern ritmico come un mantra, le altre tre si dividono tastiere, cori e linee di fiati immaginari. “Highway Star” dei Deep Purple è un lato aggressivo della serata, giocato su velocità, precisione e dinamica: il pezzo regge anche in versione acustica perché l’arrangiamento spinge sui fraseggi e sui cambi di intensità più che sul volume.
Il blocco “classico” introdotto dalla “Für Elise” di Beethoven è la parte in cui il quartetto dialoga apertamente con la tradizione da conservatorio. Nessuno stravolgimento gratuito, ma un uso deciso degli accenti, dei crescendo, di piccoli spostamenti ritmici che portano quella scrittura dentro un linguaggio più vicino al rock che al salotto buono.
A un certo punto, tra un virtuosismo e l’altro, arriva il primo riconoscimento istintivo per molti in sala: “The Sound of Silence”. Non è il brano d’apertura, ma è quello che si aggancia di colpo alla memoria collettiva. La linea vocale dei Simon & Garfunkel viene cantata dalle chitarre con armonici e un vibrato misurato: l’atmosfera si fa raccolta, i respiri tra una frase e l’altra diventano parte del brano.
Da lì il concerto entra in modalità cinema allargato. “The Last of the Mohicans” stende un tappeto epico, quasi da widescreen, e “Pirates of the Caribbean” aggiunge ritmo e teatralità, con il tema che corre in avanti come una corsa in mare aperto. “Star Wars” gioca invece sul riconoscimento continuo: tema principale, marce, frammenti incastrati uno dentro l’altro, con il pubblico che sorride appena intercetta le frasi. In mezzo, il medley Disney: in pochi minuti scorrono temi che appartengono al bagaglio emotivo di mezzo teatro, rielaborati con cura armonica e attenzione ai controcanti, senza scivolare nella pura nostalgia.
Lo spazio più leggero, ma non per questo superficiale, è affidato a “Mamma Mia” degli Abba, giocata su ritmo e strizzate d’occhio ritmiche, con piccoli spostamenti d’accento che la trasformano in un numero quasi da musical da camera.
Tra una rilettura e l’altra si nota quanto il lavoro non sia solo “a quattro voci”, ma anche fisico. Emanuele, in particolare, si prende spesso il ruolo di sezione ritmica aggiunta: colpi sul corpo della chitarra, percussioni improvvisate, pattern che tengono insieme il brano mentre gli altri tre si spostano su melodie e armonie. È una delle chiavi che fanno funzionare l’insieme: la chitarra che diventa, di volta in volta, basso, batteria, pianoforte o sezione d’archi. Ha anche tempo e modo di omaggiare Segovia.
Il finale è tutto giocato sui classici più attesi. Nel bis arrivano “Bohemian Rhapsody” dei Queen, “Sultans of Swing” dei Dire Straits e “Hey Jude” dei Beatles. La “Rhapsody” tiene insieme recitativo, parte “operistica” e coda rock con un lavoro di incastri che restituisce la sensazione di un brano enorme pur restando in formato acustico. “Sultans of Swing” è un esercizio chirurgico sul timing e sul tocco, con il tema che passa da una chitarra all’altra senza mai perdere l’eleganza originaria.
A chiudere, “Hey Jude”: qui la voce arriva finalmente, ma è quella del pubblico. Il coro sul finale riempie l’Auditorium mentre le quattro chitarre tengono il tappeto armonico fino all’ultimo giro, trasformando il concerto in un momento collettivo. Si esce con le melodie in testa e con l’idea che, per una sera, quelle canzoni abbiano suonato per qualcuno in più: i “piccoli” a cui i 40 Fingers hanno deciso di dedicare la loro musica.




