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23 novembre 1825: storia di carbonari, Papi e pasquinate

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“Lunedì 21 novembre 1825… Angelo Targhini, Leonida Montanari, Pompeo Garofolini, Luigi Spadoni, Ludovico Gasperoni, Sebastiano Ricci… Delitto di lesa Maestà, e di ferimento con prodizione… La Commissione Speciale condanna Angelo Targhini di Brescia e Leonida Montanari di Cesena alla Pena di Morte, Luigi Spadoni di Forlì e Pompeo Garofolini romano alla Galera a Vita e gli altri alla Galera per dieci anni… (proscritte Società Segrete… Setta Carbonica). Roma, Poggioli, 1825”. (Sentenza riportata su manifesto di condanna A.D. 1825).

Ci sono storie, a Roma, vive da secoli e che si tramandano di generazione in generazione. Storie di una Roma popolana che non c’è più, e che parlano de balli de corte, de Castel Sant’Angelo, de carbonari, de Pasquino, de li cardinali e de li rivoluzionari. Questa è una di quelle e parla di due carbonari, Angelo Targhini e Leonida Montanari, che sotto papa Leone XII furono condannati e decapitati in Piazza del Popolo.

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IL FATTACCIO – Nel 1825 il rapporto tra Stato pontificio e popolo romano era minato da profondi contrasti. I moti carbonari che andavano sorgendo in tutto il regno, facevano sì che Papa Leone XII impiegasse l’esercito pontificio nel tentativo di soffocare le ribellioni dei sudditi più turbolenti. Tra le più “celebri” congreghe dell’epoca vi era quella denominata Costanza, istituita dal bresciano Angelo Targhini, figlio del cuoco di Pio VII, e che, in quel periodo, vide l’adesione del chirurgo cesenate Leonida Montanari. Capitò altresì che un ennesimo partecipante alla Costanza, tal Filippo Spada (detto Spontini e talvolta indicato nei documenti dell’epoca come Giuseppe Pontini, nobile incapricciato di giacobinismo), decidesse di fare da delatore e spia per le autorità governative.

Proprio per via delle persecuzioni poliziesche che spingevano le stesse sette carbonare ad un clima avvelenato da sospetti e tradimenti interni, e in modo che ciò fungesse da monito per altri eventuali traditori, il “governo carbonaro” scelse per la condanna del Principe Spada.

Il fatto avvenne nella notte tra il 4 e il 5 giugno. Nel mentre di una passeggiata in compagnia del Targhini nei pressi della Basilica Sant’Andrea della Valle, nel rione Sant’Eustachio, Pontini riceve una coltellata al fianco, che si rivelerà non mortale. La documentazione che ci arriva dall’epoca, non è sufficiente a far luce sull’effettiva dinamica dei fatti e sul reale coinvolgimento dei carbonari alla “spedizione” ed anzi, lascia spazio a versioni contrastanti dell’accaduto.

Addirittura alcuni cronisti riportano di come il fatto sia in realtà accaduto di fronte alla farmacia gestita allora dal Montanari, chirurgo e farmacista di stanza a Rocca di Papa e che lo stesso medico, notato che la vittima ancora respirava, tentò di terminare l’opera, venendo colto in fallo dalle forze dell’ordine. Note sono, invece, le conseguenze che scaturirono da quel gesto. La reazione del pontefice fu feroce: Targhini e numerosi esponenti della Costanza furono arrestati, mentre Montanari, inizialmente scampato all’arresto, finì con l’essere fermato due mesi dopo.

Il volere di papa Leone XII era quello di mandare un segnale chiaro e terribile a chiunque portasse velleità riottose: fu allestito un tribunale speciale col compito di condannare gli imputati senza dar loro la possibilità di difendersi, e la cui sentenza fu dichiarata inappellabile, dichiarando altresì secretati i verbali delle discussioni, le votazioni e gli esiti.

Se, però, sul Targhini gravava l’accusa dello stesso Pontini, è bene ricordare di come sul Montanari non pendessero particolari prove, se non la confessione del confratello Garofolini. Nella propria deposizione, quindi, il Montanari si dichiarò estraneo ai fatti, non negando tuttavia il suo appoggio alla carboneria, se non per ideali di “puro amor di Patria”. Ritenendolo comunque tra i mandanti della spedizione, le autorità pronunciarono la sentenza condannando Targhini e Montanari alla Pena Capitale. 

L’esecuzione avvenne nella sera del 23 novembre 1825 sotto l’operato dell’allora famigerato boia romano dello Stato Pontificio, Mastro Titta, che, per sue stesse parole, secondo quanto riportato nell’anonimo documento Mastro Titta, il boia di Roma: Memorie di un carnefice scritte da lui stesso, dichiarava:

… decapitai al Popolo (inteso come Piazza del Popolo) Leonida Montanari e Angiolo Targhini, due cospiratori contro il governo di Sua Santità, appartenenti alla setta dei Carbonari, i quali avevano gravemente ferito un loro compagno, tale Spontini, sospettando che li avesse traditi e denunziati all’autorità. Di questa esecuzione si fecero di molti discorsi in Roma, perché la tenebrosa associazione alla quale appartenevano incuteva spavento alla popolazione di Roma, onesta, timorata e fedele al Papa. Ma benché si sussurrasse di tumulti ed insurrezioni preparate dai loro confratelli, per sottrarli al patibolo, la tranquillità, grazie alle sagge ed energiche disposizioni adottate dal governo, non fu menomamente turbata. Ecco come si svolsero i fatti.

Un affigliato, certo Angiolo Targhini, romano, fu incaricato dell’operazione. Era un popolano d’animo deliberato e di braccio sicuro. Una sera Targhini passa dalla farmacia Peretti e vedendo lo Spontini sulla porta, l’invita a seguirlo, dicendo dovergli parlare di cosa grave. Spontini accondiscende e lo segue.
Svoltano per il vicolo di Sant’Andrea buio e deserto: Targhini si guarda attorno un momento e, non vedendo nessuno, trae un pugnale dalla tasca in petto dell’abito e lo infigge in seno allo Spontini dalla parte del cuore. Spontini cade e Targhini si allontana con rapido passo con un altro che l’attendeva. Spontini non era morto.
Chiama aiuto; accorrono verso di lui due carabinieri pontifici che pattugliavano in quei pressi e lo trovarono seduto per terra, col capo appoggiato alla colonnetta, che stava sotto la cappelletta della Madonna, illuminata dalla lampada, sull’angolo del palazzo. Esaminatolo lo trovano ferito e vanno alla farmacia Peretti a chiedere se c’era qualche medico, per aiutare il malcapitato e giudicare se era trasportabile. Esce fuori il chirurgo Leonida Montanari di Cesena e s’avviano verso il ferito, sempre al medesimo posto. Montanari tira fuori la busta chirurgica, vi prende uno specillo, si mette a specillare la ferita e non la trova mortale.

Ma uno dei carabinieri che osservava attentamente il Montanari, si accorge che collo specillo tentava di approfondire la ferita. Non gliene lascia il tempo; gli toglie lo specillo e gli lega i polsi con un buon paio di manette. Poi, chiamata man forte, condussero il Leonida Montanari alle carceri; Spontini alla Consolazione, ove lo guarirono della sua ferita.

Fu eretto il processo contro il Targhini, del quale il ferito declinò il nome, accusandolo del fatto, e che venne tosto arrestato e contro il Montanari, che aveva tentato di compir l’opera, e, quantunque opponessero i più sfrontati dinieghi, furono condannati dalla Sacra Consulta alla decapitazione. Si temeva che per l’esecuzione gli altri settari volessero tentare qualche colpo audace, e furono prese tutte le disposizioni opportune. Quanto a me, sebbene avessi ricevuto una quantità di lettere anonime, che mi minacciavano di morte se avessi fatta l’esecuzione, ho compiuto il mio dovere senza esitanza.

Era uno spettacolo imponente. Piazza del Popolo era gremita di gente, come non la vidi mai. Quando vi arrivammo colla carretta i soldati stentarono ad aprirci il varco. Giunti sotto il palco, che avevo eretto durante la notte, col concorso del mio aiutante, Targhino prima e Montanari poi scesero colla maggior franchezza di questo mondo, e ne salirono i gradini circondati dai confortatori, saltellando quasi. Tutti i tentativi per indurli al pentimento ed alla confessione riuscirono vani. – Non abbiamo conto da rendere a nessuno: il nostro Dio sta in fondo alla nostra coscienza – rispondevano invariabilmente.

Avevo avuto ordine da Monsignor Fiscale di far presto e i confortatori, a quanto credo, lo stesso. Quindi non si perdette altro tempo. Li legai solidamente ai polsi, perché avevano rifiutato di lasciarsi bendare, poi spinsi innanzi Angelo Targhini, che porse il capo sorridendo alla ghigliottina e in un secondo fu spedito. Leonida Montanari mi salutò beffardamente dicendomi: «Addio collega.» e fece poi come il Targhini e come il Targhini lo spedii al Creatore.

Ci fu un subitaneo movimento nella folla; pareva volesse scoppiare un applauso. Ma la vista della forza armata la contenne e non si ebbe a deplorare il benché menomo incidente.”.

È presumibile dedurre che il documento di cui sopra, in realtà, altro non sia che un falso storico; e che lo stesso Mastro Titta abbia lasciato solo un taccuino su cui erano indicati i nomi dei condannati, il motivo delle condanna e i luoghi dell’esecuzione.

Sul patibolo, i due carbonari continuarono a proclamarsi innocenti e frammassoni, rifiutando i sacramenti

Vennero infine gettati lungo il Muro Torto, in terra sconsacrata e nella fossa in cui finivano i corpi di ladri, suicidi, vagabondi e prostitute.

La morte dei due giovani “…per burla di processo…” segnò pesantemente l’opinione pubblica, fungendo da ispirazione per il sorgere di nuove realtà carbonare e gettando le basi per i moti risorgimentali che condurranno alla futura Unità Nazionale.

Ancora oggi, appena entrati da Porta del Popolo, sul fianco della caserma dei Carabinieri, si può notare la targa dedicata ai due carbonari e che dal 1909 recita: “Alla memoria dei carbonari Angelo Targhini e Leonida Montanari che la condanna di morte ordinata dal papa, senza prove e senza difesa, in questa piazza serenamente affrontarono il 23 novembre 1825”.

NELL’ANNO DEL SIGNORE – La vicenda ebbe grande risonanza all’epoca dei fatti, in special modo tra il Popolo romano. Lo stesso regista capitolino Luigi Magni, dirigerà nel 1969 il film Nell’anno del Signore, primo atto della cosiddetta trilogia papalina ed ispirata ai fatti di quel 23 novembre 1825. L’Opera del cineasta romano è una critica ferocissima allo stato pontificio e alla struttura ecclesiastica in toto. Al trentesimo posto dei film italiani più visti di sempre, conta la colonna sonora del Maestro Armando Trovajoli e un cast stellare. È così che Montanari prende il volto di Robert Hossein (Angelica, I Miserabili), Enrico Maria Salerno (Casanova ’70, L’armata Brancaleone, L’uccello dalle piume di cristallo) diventa il Capitano delle guardie, e Ugo Tognazzi è il Cardinal Rivarola. Parallelamente alla storia dei due carbonari, si delinea la travagliata e non corrisposta storia d’amore tra il “calzolaro” Cornacchia/Pasquino (un Nino Manfredi clamoroso) e la “giudìa” Giuditta Di Castro, che porta gli occhi di Claudia Cardinale. La ciliegina sulla torta è rappresentata da quel frate incaricato di condurre i carbonari al pentimento e che è magistralmente interpretato da Alberto Sordi.

Numerose sono, tuttavia, le incongruenze che il film contiene. Angelo Targhini era bresciano mentre nel film è indicato come modenese e lo stesso Leonida Montanari, di padre cesenate, è raffigurato come un maturo medico romano. Nell’Opera il cardinale che si fa carico della condanna è Rivarola, che pur viene indicato come veneto, anziché genovese. Nella realtà, a pronunziare la sentenza è invece il cardinal Bernetti. In una delle scene più toccanti, inoltre, si ode Paolina Bonaparte che, in pieno ghetto ebraico, suona il “pianforte”. Nella realtà dei fatti, la stessa sorella di Napoleone abitava in tutt’altra zona di Roma, ossia nel Palazzo Bonaparte di Piazza Venezia.

PASQUINO – Figura estranea alla vicenda reale ma punto cardine attorno a cui ruota l’Opera di Luigi Magni, è Pasquino: la più famosa delle statue “parlanti” di Roma. La statua di Pasquino è un frammento risalente al periodo ellenista, raffigurante probabilmente un eroe greco che ne sorregge un altro, ma ben radicata nel folklore romano. Sita in Piazza Pasquino, Rione Parione, diede con gli anni il nome a quelle che ad oggi sono note col nome di “Pasquinate”: manifesti e sfottò che nottetempo venivano appese al collo della statua da “satirici epigrammatici”, tra cui lo stesso Pasquino, in segno di protesta e scherno nei confronti dell’opprimente potere esercitato durante la Roma papalina.

In realtà l’origine del nome è avvolta dal mistero e secondo alcune versioni, sarebbe da ricondurre alla figura del misterioso Pasquino (un barbiere, un sarto o il calzolaio di Luigi Magni) che imperversava nel rione, diffondendo i suoi versi satirici nel tentativo di risvegliare le coscienze popolari.

Ha visto cose che voi umani non potreste immaginarvi, gli piace l’odore dei maccaroni al mattino e la sera non va a letto presto. Pensa in fretta quindi parla in fretta, dal Daily Planet a The Walk of Fame, per un’offerta che non poteva rifiutare e la vita è una questione di riflessi. Ogni tanto dà la cera e toglie la cera ma nessuno può chiamarlo fifone. È un bravo ragazzo, beve Martini agitato, non mescolato e la vanità è decisamente il suo peccato preferito.

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J. M. Barrie, il suo Peter Pan non è ancora cresciuto

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Peter pan di j.m. barrie

Anche Peter Pan ha avuto un papà. Una di quelle figure genitoriali che tanto disprezzava esteriormente. Ma che dentro di sé desiderava più di ogni altra cosa. Sebbene sia la mamma uno dei temi ricorrenti nella sua storia, è stato un uomo a creare il personaggio del bambino che non voleva diventare adulto.

Sir James Matthew Barrie. Dalla penna dello scrittore britannico uscì per la prima volta in “L’uccellino bianco” nel 1902. Ma l’opera che rese celebre l’autore nato a Kirriemuir fu il piece teatrale “Peter Pan, il ragazzo che non voleva crescere”. Era il 1904. Divenne romanzo poi nel 1911 anticipato nel 1906 da “Peter Pan nei Giardini di Kensington”.

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Quegli stessi giardini, più precisamente ad Hyde Park, dove Barrie fece l’incontro più importante della sua vita. Lì conobbe i cinque figli della famiglia Davies. Questi bambini, con cui comincerà a passare molto temo, divennero i protagonisti di un album fotografico che lo scrittore intitolò “I bimbi smarriti di Black Lake Island”. Fu proprio in questo periodo che cominciò a maturare e a prendere forma di Peter Pan.

Le avventure di questo ragazzino in calzamaglia gli valsero una certa considerazione anche dalle alte sfere del governo britannico. Ebbe, infatti, modo di raccontare storie alle figlie del duca di York, tra le quali vi era la futura regina Elisabetta II.

Queste frequentazioni gli consentirono di conseguire il titolo di sir nel 1922. Ma ancor più, di lui, rimane un personaggio che ancora oggi è protagonista delle storie per ragazzi.

Simbolo di chi non vuole accettare l’età che avanza, il carico di responsabilità. Il piacere di vivere all’avventura, lontano da quel mondo che lo ha dimenticato. Da quei genitori che l’hanno sostituito in fretta con un altro figlio.

Il Peter Pan di Barrie compie una scelta volontaria.  É lui a imparare a volare, a decidere di andarsene verso l’isola degli Uccelli. A differenza di Pascoli che non riesce a far a meno di essere come Peter. Nel suo Fanciullino l’essere bambino è vissuto come protezione da quel mondo che egli identifica come il male.

Oggi a mantenere viva la storia del ragazzo che non voleva crescere ci pensa la trasposizione cinematografica della Disney degli anni ’50 che ovviamente diverge dalla narrazione originale. Il ragazzo in calzamaglia verde vive sull’Isola che non c’è, guidando un gruppo di “bimbi sperduti”. Quei ragazzi che Barrie, invece, inserì nella storia come abitanti dell’isola degli Uccelli e che il corvo Salomone inviava sottoforma di uccellini alle donne desiderose di divenire mamme.

Tuttavia, le avventure di Peter, divenuto Pan in quanto aveva imparato a suonare il flauto che aveva il nome di questa divinità greca, sono divenute altre volte delle pellicole. Come nel caso di Spielberg e del suo “Hook- Capitano Uncino” (1991) in cui raccontò la vita da adulto del protagonista del romanzo di Barrie. Con Dustin Hoffman, Robin Williams e Julia Roberts. Un cast di primo ordine per un film che ancora oggi è apprezzato da generazioni di spettatori.

Peter Pan rimane comunque una pietra miliare nella narrativa per ragazzi. Uno di quei personaggi che fa guardare i bambini fuori dalla finestra prima di addormentarsi. Sognando di librarsi in volo e vivere avventure tra pirati, sirene e indiani. Ma soprattutto di non crescere. Di rimanere sempre piccoli e protetti, forse inconsapevolmente, da quei genitori che sono croce e delizia di ogni figlio.

Sir James Matthew Barrie morì il 19 giugno del 1937 e a lui è dedicato un film con Johnny Depp: ” Neverland – Un sogno per la vita“.

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Il cielo di giugno: il Cancro e la via Lattea

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Giugno, il 6° mese dell’anno nel Calendario Gregoriano, è fin dai tempi più remoti il mese della luce e della rinascita. Il 21, è infatti il giorno del solstizio d’estate, che segna il passaggio dalla primavera alla fase più soleggiata dell’anno. Proprio in questa data l’inclinazione dell’asse terrestre è tale da produrre la massima esposizione alla luce, in pratica, è il giorno più lungo dell’anno, opposto al 21 dicembre, cioè il solstizio d’inverno, che è invece quello più corto.

Oltre all’abbondanza delle messi e alla fertilità dei campi, la particolare e fortunata condizione astronomica di giugno favorisce la perfetta visione, ad est dell’emisfero boreale, della lunga scia della via Lattea, mentre la volta celeste è dominata dalla costellazione del Cancro. Non tutti sanno che per la mitologia greca (e poi romana) la via Lattea e il Cancro hanno origini comuni, la loro nascita infatti, si incrocia con le storie leggendarie del mitico Eracle e dell’eterno astio provato nei confronti dell’eroe dalla gelosa dea Era/Giunone per i romani.

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La via Lattea

Com’è noto, uno dei principali passatempi del più grande degli dei dell’Olimpo, Zeus, è quello di tradire la sua sposa, Era. Un giorno l’ingorda divinità si innamora della giovane principessa Alcmena che aveva già accettato di sposare Anfitrione, il re di Tirinto, a condizione che costui sconfiggesse in battaglia un popolo che aveva recato torto alla di lei famiglia. Quando il re parte alla volta della guerra promessa alla sua futura moglie, il padre degli dei, assume le sembianze di Anfitrione per poter entrare nel letto di Alcmena. Trascorse tre notti di passione Zeus va via, ma proprio a questo punto il vero re fa ritorno al suo palazzo. Anche lui si unisce ad Alcmena che in seguito a queste caldissime notti darà alla luce due figli: quello di Zeus, Alcide, che sarà poi rinominato Eracle (Ercole per i romani), e Ificlo, il figlio di Anfitrione.

Il parto del piccolo Eracle è estremamente doloroso per la fanciulla che turbata anche dal fatto che il neonato sia già forte e formato, si reca dall’indovino Tiresia per avere risposte in merito all’abissale differenza tra i suoi due pargoli. Tiresia a questo punto le rivela l’inganno di Zeus. Alcmena, spaventata, temendo una vendetta da parte della permalosissima e vendicativa consorte del dio, abbandona il piccolo nei pressi di Tebe, convinta che Zeus avrebbe trovato un modo di salvare il suo bambino.

Così sarà, Il dio con un ennesimo inganno fa in modo che Era ed Atena trovino il piccolo abbandonato. Impietosita Era, che non ha riconosciuto il piccolo come il figlio illegittimo del consorte, decide di allattarlo ma il neonato, dotato di forza sovrumana, succhia così forte dall’abbondante seno della dea che questa subito lo stacca dalla sua mammella. Il movimento improvviso fa schizzare fino al cielo il latte che stava uscendo dal seno di Era. Così, ancora oggi, la scia del latte materno della dea, che da il nome alla nostra galassia, è fissa nel cielo a ricordarci che anche i più bei prodigi possono essere il frutto di un triste inganno.

La costellazione del Cancro

A seguito di una lunga serie di eventi che si intrecciano nelle trame fittissime del mito, Eracle, colpito da un raptus di follia provocatogli da Era, che, ricordiamolo, lo odia a morte in quanto frutto del tradimento del marito, uccide la moglie e i figli. Quado rinsavisce, sconvolto dal dolore, interroga la Pizia dell’oracolo di Delfi che gli annuncia che l’unico modo per lavare l’onta degli omicidi che ha commesso deve recarsi dal re di Tirinto e servirlo per 12 anni.

Il re i questione è Euristeo che, sempre perchè il mito greco è peggio di Game of Thrones, è in realtà l’usurpatore del trono che sarebbe di Eracle, inconsapevole del suo diritto di sovrano legittimo del regno. Euristeo perciò detesta Eracle e ne è profondamente spaventato. Quando lo vede arrivare alla sua corte si nasconde all’interno di una grande giara di bronzo, da qui comunicherà ai suoi servi gli ordini da dare all’eroe. Così comincia l’epopea delle 12 fatiche di Eracle, quella che interessa a noi è la seconda.

Euristeo manda Eracle a combattere un orrendo mostro che infesta la città di Lerna, sulle coste dell’ Argolide. Il terrificante avversario è l’Idra, figlia di Tifone e Echidna, sorella tra gli altri di Cerbero e Chimera, allevata però da Era. Proprio le trame di Era infatti conducono l’eroe allo scontro, guarda caso, con uno dei suoi più terribili “figli”. L’ Idra viene descritta come un gigantesco serpente acquatico con 9 teste che si rigenerano se mozzate.

Così la descrive Ovidio: “Quello si rigenerava dalle sue stesse ferite, e delle cento teste che aveva, non ce n’era una che si potesse mozzare senza che sul collo, più sano di prima, due gliene succedessero.
(Ovidio, Metamorfosi, IX, 70-72).

Leggi anche La necropoli di Fossa: il fascino di un sito che non smette di stupire (Video)

Lo scontro è estenuante, l’eroe taglia le teste ma queste ricrescono, stremandolo. Proprio durante questa battaglia all’ultimo sangue dalle profondità della terra viene fuori un granchio gigante: “Un granchio enorme venne in aiuto dell’idra mordendo il piede di Eracle, ma Eracle lo uccise.“(Apollodoro, Biblioteca, II, 5, 2)

Il “Carcino” pizzica con le chele i piedi di Eracle che però lo schiaccia sotto il suo tallone. Per premiarlo dell’aiuto che le aveva dato, Era scolpisce la figura del granchio nelle stelle, così nasce la costellazione del Cacro, che per l’astrologia è padrone del cielo dal 22 giugno al 22 luglio . Anche l’idra avrà dalla dea lo stesso dono, infatti anche l’Idra è oggi una costellazione. In realtà la maggior parte delle “fere” affrontate da Eracle nelle sue fatiche, verranno poi scolpite nel cielo dopo essere state sconfitte dal semidio. Uguale destino tocca a Eracle stesso, condannato quasi per scherzo a condividere l’eternità con i suoi mostri.

Ma a che giova avere reso impavido
il genere umano? Gli dèi non hanno pace:
la terra tutta ripulita vede nel cielo
qualunque cosa abbia temuto: Giunone ha trasferito le belve.”
(Seneca, Ercole sul Monte Eta, 61-68)

Foto: Graham Holtshausen per Unsplash

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Enzo Tortora, dall’errore giudiziario alla gogna giornalistica

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enzo tortora arresto portobello

Erano le 4 del mattino del 17 giugno quando i Carabinieri bussarono alla porta di uno dei volti più noti della televisione italiana. Enzo Tortora, il noto presentatore, autore e giornalista.

Era accusato di far parte della Nuova Camorra Organizzata. Addirittura di essere un corriere della droga. Solo 4 anni dopo, con 7 mesi di carcere e altri di domiciliari, fu scagionato da ogni accusa.

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Divenendo così il simbolo dell’errore giudiziario. Tortora era all’apice del successo. Il suo “Portobello” registrava ascolti da capogiro, circa 28 milioni di spettatori. Si apprestava a firmare il contratto per una nuova edizione. Ma non sapeva della bomba che stava per scoppiare mentre alloggiava all’Hotel Plaza di Roma. “Mi hanno fatto esplodere una bomba atomica dentro”. Così commento tutta la vicenda.

PENTITI E AGENDINE CONTRO TORTORA

Fu uno degli 855 ordini di cattura emessi dalla Procura di Napoli nei confronti di presunti affiliati alla nuova Camorra Organizzata, capitana da Raffaele Cutulo.

Le accuse furono mosse da due pentiti. Pasquale Barra e Giovanni Pandico. A costoro si aggiunsero poi altri 17 testimoni che confermarono e infarcirono ancor di più le accuse. Si scoprì in seguito che pentiti e testimoni potevano liberamente comunicare mentre erano nella caserma di Napoli. Oltre a godere di numerosi benefici in carcere. Tra le prove che inchiodarono l’uomo di spettacolo fu una agendina con il suo nome.

Ma in realtà vi era scritto Tortona e non Tortora. Il 17 settembre 1985 il presentatore fu condannato a 10 anni di reclusione per associazione a delinquere di tipo mafioso e traffico di stupefacenti. Nell’appello il 15 settembre 1986 altri giudici napoletani ribaltarono la sentenza assolvendolo con formula piena. Durante il primo processo viene eletto europarlamentare nelle file dei Radicali, diventando poi presidente del partito. Quando si dimise scatenò l’ira di Marco Pannella.

Enzo Tortora, fotografato ammanettato e sbattuto in prima pagina, è stato uno dei simboli della gogna mediatica gratuita. Del processo su Facebook ante litteram. Delle sentenze date a priori. Un colpevole che fa notizia. Poco importa se colpevole o innocente. Nonostante la giurisdizione italiana preveda la presunzione di non colpevolezza. 

Ma come disse la figlia Silvia “è stato prelevato dalla sua vita senza che venisse aperta una commissione d’inchiesta, senza che nessuno pagasse per quell’errore”.

IN POCHI CONTRO LA GOGNA MEDIATICA

All’epoca furono in pochi a leggere tutte le carte. A credere alla sua innocenza. Tra questi Vittorio Feltri che andò a leggere gli infiniti plichi di quel processo. Da lì capì che qualcosa non andava. Innanzitutto uno degli accusatori, tale Melluso accusava di aver avuto un incontro a Milano con Tortora per uno scambio di droga. Il giornalista, tramite le sue conoscenze, riuscì a risalire al fatto che il suddetto delatore all’epoca era detenuto nel carcere di Campobasso.

Non contento Feltri andò a rintracciare le fotocopie della famosa agendina sulla quale era appuntato il nome del presentatore tv con annesso numero telefonico. Ma alla telefonata, con sua sorpresa, rispose una persona dall’idioma campano.

Due falle in un processo già nato anomalo. Molti giornalisti si erano sperticati in articoli contro Tortora. Sicuri della sua colpevolezza. 

E difatti il 17 settembre del 1985 la condanna non lasciava scampo. Fu solo nella sentenza di appello, quella del 1986, ad assolverlo con formula piena.

Ma ormai l’immagine del presentatore di “Portobello” era compromessa. Il fatto che fosse un vip ad essere rovinato, in parte, aumentò l’odio dell’opinione pubblica. Quella grande fetta di di persone che godono nel vedere rovinato uno che ha avuto successo.

Forse solo dopo oltre 30 anni il nome di Tortora sta avendo una riabilitazione a pieno. 

“Dunque, dove eravamo rimasti?”. Con questa frase, nel 1987, tornò a condurre il suo programma. Un anno prima della sua morte. Una frase che voleva quasi dimenticare quello che era successo. Ma che ormai lo aveva segnato dentro, come lui stesso aveva detto. 

Il suo caso portò alla legge Vassalli. La quale però non fu retroattiva e non diede né a lui né alla sua famiglia un risarcimento. L’unica cosa che rimase ai suoi parenti fu il grande dolore provato per uno dei più grandi errori giudiziari italiani.

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