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23 novembre 1825: storia di carbonari, Papi e pasquinate

Riccardo Colella

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“Lunedì 21 novembre 1825… Angelo Targhini, Leonida Montanari, Pompeo Garofolini, Luigi Spadoni, Ludovico Gasperoni, Sebastiano Ricci… Delitto di lesa Maestà, e di ferimento con prodizione… La Commissione Speciale condanna Angelo Targhini di Brescia e Leonida Montanari di Cesena alla Pena di Morte, Luigi Spadoni di Forlì e Pompeo Garofolini romano alla Galera a Vita e gli altri alla Galera per dieci anni… (proscritte Società Segrete… Setta Carbonica). Roma, Poggioli, 1825”. (Sentenza riportata su manifesto di condanna A.D. 1825).

Ci sono storie, a Roma, vive da secoli e che si tramandano di generazione in generazione. Storie di una Roma popolana che non c’è più, e che parlano de balli de corte, de Castel Sant’Angelo, de carbonari, de Pasquino, de li cardinali e de li rivoluzionari. Questa è una di quelle e parla di due carbonari, Angelo Targhini e Leonida Montanari, che sotto papa Leone XII furono condannati e decapitati in Piazza del Popolo.

IL FATTACCIO – Nel 1825 il rapporto tra Stato pontificio e popolo romano era minato da profondi contrasti. I moti carbonari che andavano sorgendo in tutto il regno, facevano sì che Papa Leone XII impiegasse l’esercito pontificio nel tentativo di soffocare le ribellioni dei sudditi più turbolenti. Tra le più “celebri” congreghe dell’epoca vi era quella denominata Costanza, istituita dal bresciano Angelo Targhini, figlio del cuoco di Pio VII, e che, in quel periodo, vide l’adesione del chirurgo cesenate Leonida Montanari. Capitò altresì che un ennesimo partecipante alla Costanza, tal Filippo Spada (detto Spontini e talvolta indicato nei documenti dell’epoca come Giuseppe Pontini, nobile incapricciato di giacobinismo), decidesse di fare da delatore e spia per le autorità governative.

Proprio per via delle persecuzioni poliziesche che spingevano le stesse sette carbonare ad un clima avvelenato da sospetti e tradimenti interni, e in modo che ciò fungesse da monito per altri eventuali traditori, il “governo carbonaro” scelse per la condanna del Principe Spada.

Il fatto avvenne nella notte tra il 4 e il 5 giugno. Nel mentre di una passeggiata in compagnia del Targhini nei pressi della Basilica Sant’Andrea della Valle, nel rione Sant’Eustachio, Pontini riceve una coltellata al fianco, che si rivelerà non mortale. La documentazione che ci arriva dall’epoca, non è sufficiente a far luce sull’effettiva dinamica dei fatti e sul reale coinvolgimento dei carbonari alla “spedizione” ed anzi, lascia spazio a versioni contrastanti dell’accaduto.

Addirittura alcuni cronisti riportano di come il fatto sia in realtà accaduto di fronte alla farmacia gestita allora dal Montanari, chirurgo e farmacista di stanza a Rocca di Papa e che lo stesso medico, notato che la vittima ancora respirava, tentò di terminare l’opera, venendo colto in fallo dalle forze dell’ordine. Note sono, invece, le conseguenze che scaturirono da quel gesto. La reazione del pontefice fu feroce: Targhini e numerosi esponenti della Costanza furono arrestati, mentre Montanari, inizialmente scampato all’arresto, finì con l’essere fermato due mesi dopo.

Il volere di papa Leone XII era quello di mandare un segnale chiaro e terribile a chiunque portasse velleità riottose: fu allestito un tribunale speciale col compito di condannare gli imputati senza dar loro la possibilità di difendersi, e la cui sentenza fu dichiarata inappellabile, dichiarando altresì secretati i verbali delle discussioni, le votazioni e gli esiti.

Se, però, sul Targhini gravava l’accusa dello stesso Pontini, è bene ricordare di come sul Montanari non pendessero particolari prove, se non la confessione del confratello Garofolini. Nella propria deposizione, quindi, il Montanari si dichiarò estraneo ai fatti, non negando tuttavia il suo appoggio alla carboneria, se non per ideali di “puro amor di Patria”. Ritenendolo comunque tra i mandanti della spedizione, le autorità pronunciarono la sentenza condannando Targhini e Montanari alla Pena Capitale. 

L’esecuzione avvenne nella sera del 23 novembre 1825 sotto l’operato dell’allora famigerato boia romano dello Stato Pontificio, Mastro Titta, che, per sue stesse parole, secondo quanto riportato nell’anonimo documento Mastro Titta, il boia di Roma: Memorie di un carnefice scritte da lui stesso, dichiarava:

… decapitai al Popolo (inteso come Piazza del Popolo) Leonida Montanari e Angiolo Targhini, due cospiratori contro il governo di Sua Santità, appartenenti alla setta dei Carbonari, i quali avevano gravemente ferito un loro compagno, tale Spontini, sospettando che li avesse traditi e denunziati all’autorità. Di questa esecuzione si fecero di molti discorsi in Roma, perché la tenebrosa associazione alla quale appartenevano incuteva spavento alla popolazione di Roma, onesta, timorata e fedele al Papa. Ma benché si sussurrasse di tumulti ed insurrezioni preparate dai loro confratelli, per sottrarli al patibolo, la tranquillità, grazie alle sagge ed energiche disposizioni adottate dal governo, non fu menomamente turbata. Ecco come si svolsero i fatti.

Un affigliato, certo Angiolo Targhini, romano, fu incaricato dell’operazione. Era un popolano d’animo deliberato e di braccio sicuro. Una sera Targhini passa dalla farmacia Peretti e vedendo lo Spontini sulla porta, l’invita a seguirlo, dicendo dovergli parlare di cosa grave. Spontini accondiscende e lo segue.
Svoltano per il vicolo di Sant’Andrea buio e deserto: Targhini si guarda attorno un momento e, non vedendo nessuno, trae un pugnale dalla tasca in petto dell’abito e lo infigge in seno allo Spontini dalla parte del cuore. Spontini cade e Targhini si allontana con rapido passo con un altro che l’attendeva. Spontini non era morto.
Chiama aiuto; accorrono verso di lui due carabinieri pontifici che pattugliavano in quei pressi e lo trovarono seduto per terra, col capo appoggiato alla colonnetta, che stava sotto la cappelletta della Madonna, illuminata dalla lampada, sull’angolo del palazzo. Esaminatolo lo trovano ferito e vanno alla farmacia Peretti a chiedere se c’era qualche medico, per aiutare il malcapitato e giudicare se era trasportabile. Esce fuori il chirurgo Leonida Montanari di Cesena e s’avviano verso il ferito, sempre al medesimo posto. Montanari tira fuori la busta chirurgica, vi prende uno specillo, si mette a specillare la ferita e non la trova mortale.

Ma uno dei carabinieri che osservava attentamente il Montanari, si accorge che collo specillo tentava di approfondire la ferita. Non gliene lascia il tempo; gli toglie lo specillo e gli lega i polsi con un buon paio di manette. Poi, chiamata man forte, condussero il Leonida Montanari alle carceri; Spontini alla Consolazione, ove lo guarirono della sua ferita.

Fu eretto il processo contro il Targhini, del quale il ferito declinò il nome, accusandolo del fatto, e che venne tosto arrestato e contro il Montanari, che aveva tentato di compir l’opera, e, quantunque opponessero i più sfrontati dinieghi, furono condannati dalla Sacra Consulta alla decapitazione. Si temeva che per l’esecuzione gli altri settari volessero tentare qualche colpo audace, e furono prese tutte le disposizioni opportune. Quanto a me, sebbene avessi ricevuto una quantità di lettere anonime, che mi minacciavano di morte se avessi fatta l’esecuzione, ho compiuto il mio dovere senza esitanza.

Era uno spettacolo imponente. Piazza del Popolo era gremita di gente, come non la vidi mai. Quando vi arrivammo colla carretta i soldati stentarono ad aprirci il varco. Giunti sotto il palco, che avevo eretto durante la notte, col concorso del mio aiutante, Targhino prima e Montanari poi scesero colla maggior franchezza di questo mondo, e ne salirono i gradini circondati dai confortatori, saltellando quasi. Tutti i tentativi per indurli al pentimento ed alla confessione riuscirono vani. – Non abbiamo conto da rendere a nessuno: il nostro Dio sta in fondo alla nostra coscienza – rispondevano invariabilmente.

Avevo avuto ordine da Monsignor Fiscale di far presto e i confortatori, a quanto credo, lo stesso. Quindi non si perdette altro tempo. Li legai solidamente ai polsi, perché avevano rifiutato di lasciarsi bendare, poi spinsi innanzi Angelo Targhini, che porse il capo sorridendo alla ghigliottina e in un secondo fu spedito. Leonida Montanari mi salutò beffardamente dicendomi: «Addio collega.» e fece poi come il Targhini e come il Targhini lo spedii al Creatore.

Ci fu un subitaneo movimento nella folla; pareva volesse scoppiare un applauso. Ma la vista della forza armata la contenne e non si ebbe a deplorare il benché menomo incidente.”.

È presumibile dedurre che il documento di cui sopra, in realtà, altro non sia che un falso storico; e che lo stesso Mastro Titta abbia lasciato solo un taccuino su cui erano indicati i nomi dei condannati, il motivo delle condanna e i luoghi dell’esecuzione.

Sul patibolo, i due carbonari continuarono a proclamarsi innocenti e frammassoni, rifiutando i sacramenti

Vennero infine gettati lungo il Muro Torto, in terra sconsacrata e nella fossa in cui finivano i corpi di ladri, suicidi, vagabondi e prostitute.

La morte dei due giovani “…per burla di processo…” segnò pesantemente l’opinione pubblica, fungendo da ispirazione per il sorgere di nuove realtà carbonare e gettando le basi per i moti risorgimentali che condurranno alla futura Unità Nazionale.

Ancora oggi, appena entrati da Porta del Popolo, sul fianco della caserma dei Carabinieri, si può notare la targa dedicata ai due carbonari e che dal 1909 recita: “Alla memoria dei carbonari Angelo Targhini e Leonida Montanari che la condanna di morte ordinata dal papa, senza prove e senza difesa, in questa piazza serenamente affrontarono il 23 novembre 1825”.

NELL’ANNO DEL SIGNORE – La vicenda ebbe grande risonanza all’epoca dei fatti, in special modo tra il Popolo romano. Lo stesso regista capitolino Luigi Magni, dirigerà nel 1969 il film Nell’anno del Signore, primo atto della cosiddetta trilogia papalina ed ispirata ai fatti di quel 23 novembre 1825. L’Opera del cineasta romano è una critica ferocissima allo stato pontificio e alla struttura ecclesiastica in toto. Al trentesimo posto dei film italiani più visti di sempre, conta la colonna sonora del Maestro Armando Trovajoli e un cast stellare. È così che Montanari prende il volto di Robert Hossein (Angelica, I Miserabili), Enrico Maria Salerno (Casanova ’70, L’armata Brancaleone, L’uccello dalle piume di cristallo) diventa il Capitano delle guardie, e Ugo Tognazzi è il Cardinal Rivarola. Parallelamente alla storia dei due carbonari, si delinea la travagliata e non corrisposta storia d’amore tra il “calzolaro” Cornacchia/Pasquino (un Nino Manfredi clamoroso) e la “giudìa” Giuditta Di Castro, che porta gli occhi di Claudia Cardinale. La ciliegina sulla torta è rappresentata da quel frate incaricato di condurre i carbonari al pentimento e che è magistralmente interpretato da Alberto Sordi.

Numerose sono, tuttavia, le incongruenze che il film contiene. Angelo Targhini era bresciano mentre nel film è indicato come modenese e lo stesso Leonida Montanari, di padre cesenate, è raffigurato come un maturo medico romano. Nell’Opera il cardinale che si fa carico della condanna è Rivarola, che pur viene indicato come veneto, anziché genovese. Nella realtà, a pronunziare la sentenza è invece il cardinal Bernetti. In una delle scene più toccanti, inoltre, si ode Paolina Bonaparte che, in pieno ghetto ebraico, suona il “pianforte”. Nella realtà dei fatti, la stessa sorella di Napoleone abitava in tutt’altra zona di Roma, ossia nel Palazzo Bonaparte di Piazza Venezia.

PASQUINO – Figura estranea alla vicenda reale ma punto cardine attorno a cui ruota l’Opera di Luigi Magni, è Pasquino: la più famosa delle statue “parlanti” di Roma. La statua di Pasquino è un frammento risalente al periodo ellenista, raffigurante probabilmente un eroe greco che ne sorregge un altro, ma ben radicata nel folklore romano. Sita in Piazza Pasquino, Rione Parione, diede con gli anni il nome a quelle che ad oggi sono note col nome di “Pasquinate”: manifesti e sfottò che nottetempo venivano appese al collo della statua da “satirici epigrammatici”, tra cui lo stesso Pasquino, in segno di protesta e scherno nei confronti dell’opprimente potere esercitato durante la Roma papalina.

In realtà l’origine del nome è avvolta dal mistero e secondo alcune versioni, sarebbe da ricondurre alla figura del misterioso Pasquino (un barbiere, un sarto o il calzolaio di Luigi Magni) che imperversava nel rione, diffondendo i suoi versi satirici nel tentativo di risvegliare le coscienze popolari.

Giornalista pubblicista, cinefilo e lettore accanito con una timida passione per la scrittura, colleziona una gran quantità di strumenti diversi e li suona tutti male. Sognava di essere Bruce Springsteen ma si risveglia come Jack Black. Quando non risponde al telefono, lo trovate sul tatami.

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Gennaio, il mese di Giano | ArcheoFame

Licia De Vito

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Quello che è oggi universalmente riconosciuto come il primo mese dell’anno non esisteva affatto fino alla riforma del calendario lunare di Romolo attribuita a Numa Pompilio. I mesi erano solo 10 e si iniziava con marzo, dedicato al dio Marte, In seguito vennero introdotti Ianuarius, appunto gennaio, dedicato al dio Giano e febbraio, dedicato alla dea Febris.

Gennaio rappresenta il nuovo anno, un nuovo inizio , come un attraversamento, un passaggio, una porta. Tutto posto sotto la protezione del dio Giano, una divinità capace di guardare avanti e indietro, nel passato e nel futuro. Era infatti rappresentato come bifronte, cioè co due facce, era responsabile di ogni nuovo ciclo o inizio ed era il protettore delle soglie, dei ponti, delle porte e in senso lato di tutti i passaggi.

uno dei miti più noti narra che Giano sia stato il primo dei mitici sovrani del Lazio (divinizzato dopo la morte) e che avesse stabilito la sua sede sul monte Gianicolo, che da lui prese il nome. Durante il suo regno, avrebbe insegnato agli antichi abitanti del Lazio, gli Aborigeni, la navigazione, la coltivazione e l’uso della moneta. Un portatore di civiltà che accolse Saturno quando fu costretto a fuggire proprio nel Lazio, e insieme diedero inizio alla leggendaria “età dell’oro”, in cui uomini e dèi vivevano in armonia. In onore di Saturno, fu proprio il re Giano che istituì i primi Saturnali (17 al 23 dicembre). Tra i suoi mitici figli troviamo Tiberino, personificazione del fiume Tevere e Fontus, dio delle sorgenti.

I miti più arcaici attribuiscono a questa misteriosa figura un’origine femminile, da ricercarsi tra divinità antichissime come la Bona Dea, poi Diana, da cui Iana o Janua, per le sue caratteristiche lunari, ma anche ad Apollo, per quelle solari. Contemporaneamente luna e sole, notte e giorno.

Che Giano fosse una delle divinità più antiche e importanti del pantheon romano ce lo testimoniano alcuni elementi fondamentali. Il culto di Giano non aveva un officiate preposto ma veniva gestito dallo stesso Rex o, dall’ età repubblicana, da un particolare sacerdote che suppliva alle antiche prerogative regie, il Rex Sacrorum, che era lo stesso flamen Dialis, il sacerdote di Giove.

Gli epiteti del dio, definito “Pater” o “Deus Deorum” e invocato all’inizio di ogni preghiera. Da tradizione, quando i Sabini si trovavano alle porte di Roma il dio Giano fece uscire dalla sua casa un fiume che travolse i nemici, sconfiggendoli. Così Quirino, Romolo, fece erigere per lui un tempio da aprirsi solo prima della guerra e da chiudersi rigorosamente i tempo di pace.

La simbologia correlata a questa divinità è chiaramente ricca di mistero e misticismo. Giano bifronte è il cambiamento e la transizione, oltre che fisica anche simbolica. Passare da un posto all’altro, attraversare, ma anche cambiare gli stati dell’essere. Il passato che va verso il futuro, ma non nel senso moderno di “progresso” , ma qui e ora, ieri è oggi e oggi è già domani. Un mondo dove presente, passato e futuro no sono separati ma esistono contemporaneamente, come la storia, come i ricordi. Il Principio è la fine e ogni fine è un inizio.

“Giano bifronte, origine silenziosa dell’anno che scorre, […] Si crea una luce prospera: evitate parole e pensieri di mal augurio! In questo momento bisogna pronunciare parole positive in un giorno buono.” (OVIDIO, Fasti I, 65-75)


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Il calcio di Eric Cantona: fenomenologia di un ribelle

Federico Rapini

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Il calcio. Sia come sport che come gesto atletico. O violento. C’è chi è riuscito a diventare un simbolo di tutti i significati che può avere la parola “calcio”. 

Costui è Eric Cantona. Calciatore del Manchester United dal 1992 al 1997 in grado di vincere 4 Premier League e 2 FA Cup. Solo un anno, dunque, non gli riuscì di guidare i mancuniani alla vittoria del campionato. Proprio l’anno in cui fu squalificato per ben 8 mesi e 2 mesi di carcere (commutati in 120 ore di servizi sociali). 

Il calcio e la squalifica

Squalifica che avvenne perché il 25 gennaio del 1995 dopo essere stato espulso per un fallo su Richard Shaw, giocatore del Crystal Palace, il numero 7 del Manchester Utd decise di entrare a gamba tesa nella storia del calcio.
Il Selhurst Park, stadio del Crystal Palace, esulta, insulta Cantona che si avvia negli spogliatoi. Matthew Simmons, tifoso del Palace, esagera. La reazione del fenomeno di Marsiglia sbalordisce tutti. Calcio volante degno di Bruce Lee e tifoso ammutolito nonché stordito. “The King” viene squalificato per 8 mesi e la sua squadra non riuscirà a vincere il campionato. Cosa che allo United riuscirà l’anno seguente grazie al ritorno, in Ottobre, del suo capitano. 

Eric Cantona, uno tra i numeri 7 più forti della storia del calcio. Quel numero che a Manchester ha un certo peso. George Best, Bryan Robson, David Beckham, Cristiano Ronaldo. Tanto per per citarne alcuni. Alcuni che con i loro piedi hanno fatto impazzire (CR7 continua) le folle. Best è stato sicuramente uno dei primi calciatori-divi. Un atleta copertina, bello, intelligente e sopra le righe.

Lo stesso francese, con il colletto della maglietta sempre alzato e portamento fiero a testa alta, non si è certo fatto parlare dietro per quanto riguarda l’essere sopra le righe. Lasciò il calcio a 31 anni entrando poi nel mondo del cinema, sia come attore che come regista. Questo suo percorso ricorda quello di un altro folle del calcio inglese: Vinnie “Psycho” Jones.

Il mio amico Eric: Cantona tra cinema e calcio

Nel film “Il mio amico Eric” si parla di un impiegato delle poste britanniche in crisi, con due matrimoni falliti e due figliastri da mantenere. La sua vita gli fa letteralmente schifo. Solo l’amore per il calcio, per il Manchester United, lo aiuta ad andare avanti. E dopo aver rubato dell’erba al figlio gli compare, come una visione, il suo idolo. Eric Cantona. Con il leggendario numero 7 rivivrà alcuni momenti della sua carriera, in cui il calcio è una perfetta metafora della vita. Questi flashback sembrano lenire l’insoddisfazione del postino. 

Il film non rende divina la figura di Cantona ma si concentra sul suo lato più umano e debole, ricordando anche passaggi scomodi e controversi della sua carriera. Eric, così si chiama anche il postino, è pervaso da un’emozione tipica dei bambini quando incontrano un loro idolo ma che solo chi vive a fondo il calcio sa che anche a 70 anni, davanti ad un calciatore della propria squadra, l’amore per quella maglia mozzerà il fiato.

Cantona in questo ruolo interpreta alla perfezione ciò che molte volte rappresenta una squadra di calcio. Un appiglio, un’ancora di salvezza, un’evasione dalla piattezza della vita. L’ex capitano del Manchester, a sorpresa, dopo aver commentato con il postino alcuni dei suoi gol più spettacolari, dirà che il suo gesto preferito però fu un assist. Un passaggio di prima, di esterno, a scavalcare la difesa per far segnare un suo compagno. Sorprendendo tutti. Difesa, qualche compagno e i tifosi.

Questo passaggio, nel film diretto da Ken Loach nel 2009, è il simbolo dell’unione, dell’aver fiducia negli amici. Quel legame che permette di non andare a fondo. Anche nelle periferie inglesi (come quella del film) in cui la gente è abbandonata a se stessa e affoga le proprie frustrazioni nella birra di un pub aspettando la partita della propria squadra. 

Il filtrante di Cantona rappresenta proprio questo. Il lavoro di squadra. Quel vincolo comunitario che risulta risolutore dei problemi.

Non solo il calcio volante: ribelle a 360°

Un pò come quel calcio del 25 gennaio 1995. Risolutore. Sorprendente. Se vogliamo anche coraggioso. Il coraggio d’altronde, e anche un po’ d’arroganza, non sono mai mancati al francese. Come quella volta, nel 1991, quando ancora giocava in Francia con il Nimes e fu espulso per aver tirato una pallonata in faccia all’arbitro. Convocato in commissione disciplinare e diede dell’idiota ad ogni membro di tale commissione.

Oppure quando scatenò una rissa ad Istanbul, nello stadio del Galatasaray, per poi attaccare briga con un poliziotto dentro il tunnel degli spogliatoi.

Ma i geni ribelli come Cantona vanno apprezzati per ciò che sono. Altrimenti si rischia di fare la fine del povero Matthew Simmons. Tanto vale chiudere gli occhi, immaginare di essere all’Old Trafford e provare ad ascoltare quel coro che oggi ancora rimbomba dalle tribune: “He’s our saviour from afar. What a friend we had in Jesus. And his name was Cantona”.

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Quella volta in cui George Orwell incontrò Ignazio Silone

Antonella Valente

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Ignazio Silone è certamente tra i più interessanti scrittori emersi negli ultimi cinque anni. Il suo “Fontamara” è uno dei titoli più brillanti della Penguin Library.” Così scriveva George Orwell nel 1939.

In Inghilterra la fama dello scrittore abruzzese negli anni ‘30 si diffuse grazie alla presenza di “Fontamara” nel catalogo della Penguin Books, la prima casa editrice a inventare la formula dei libri tascabili, disponibili a un prezzo accessibile e facilmente reperibili anche fuori dalle librerie.

Leggi anche: Orwell e il valore delle sue analisi 71 anni dopo

Il 9 settembre del 1943 tutte le prime pagine dei giornali italiani annunciavano a caratteri cubitali la firma dell’armistizio. Il paese si stava avviando a vivere gli ultimi anni della Seconda Guerra Mondiale. Se quello stesso giorno qualcuno si fosse sintonizzato sulle frequenze dell’Eastern Service della BBC, avrebbe potuto ascoltare una trasmissione introdotta dal tipico grugnito dei maiali.

Poco dopo, una voce narrante avrebbe iniziato a raccontare una storia, ambientata in una fattoria del Canton Ticino. Il titolo della storia era “The Fox” (La Volpe), un adattamento per la radio di un breve testo pubblicato pochi anni prima. L’autore del racconto era uno scrittore italiano in esilio, Ignazio Silone. L’adattamento radiofonico portava la firma di Eric Blair, meglio conosciuto come George Orwell.

Qualche anno dopo, come riporta la Piccola Biblioteca Marsicana, alla fine della Seconda Guerra Mondiale, Orwell avrebbe finalmente conosciuto il famoso scrittore d’Abruzzo.

Leggi anche: La street art rivitalizza i nostri borghi e ci aiuta a vivere meglio. Aielli, in Abruzzo, ne è l’esempio

Nel gennaio 1946 Ignazio Silone si trovava a Londra su invito del Partito laburista per discutere in forma ufficiosa i termini del Trattato di Pace. In quell’occasione incontrò più volte George Orwell, che avrebbe fatto tesoro di quei momenti fino alla fine dei suo giorni.

Fu lui stesso a documentare alcuni momenti delle loro conversazioni. In una lettera all’antropologo Geoffrey Gorer, datata 22 gennaio 1946, si legge:

“Ieri ho portato Silone e sua moglie fuori a cena. Sarebbero rimasti qui solo per pochi giorni ed erano stupiti dal cibo, tutti gli inglesi incontrati a Roma gli avevano riferito che qui stavamo morendo di fame.”

La figura di Silone accompagnò Orwell fino alla fine dei suoi giorni, soprattutto in virtù di una connessione intellettuale non da poco. Da una sua lettera del 1949, scritta mentre era ricoverato in ospedale, si evince il desiderio dello scrittore inglese di trovare rifugio in un posto caldo, in compagnia di una persona stimata con cui condivide una forte intesa intellettuale. Questa volontà pare lenire le sofferenze causate dalla tubercolosi, accentuatasi in uno dei periodi di maggiore lavoro che lo avrebbe condotto a pubblicare entro qualche settimana “1984″.

Per altre storie interessanti: Piccola Biblioteca Marsicana

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